In mare 20mila tonnellate l'anno di creme solari. Una risposta green (di A. Bertaglio)

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(Photo: Dmitry Travnikov / 500px via Getty Images)
(Photo: Dmitry Travnikov / 500px via Getty Images)

(di Andrea Bertaglio)

L’estate sta finendo, ed è tempo di bilanci. Uno su tutti: quante creme solari abbiamo usato per la nostra tintarella? Esattamente venti anni fa, uno studio condotto per l’università di Ancona da Cinzia Corinaldesi stimava un quantitativo di ben 20 mila tonnellate di creme solari riversate negli oceani ogni anno. Oggi, nonostante la breve “pausa” imposta lo scorso anno dal Covid-19, la situazione è anche peggiorata, complice il turismo di massa e a basso costo esploso negli ultimi anni. A fare un bilancio di fine stagione su un tema finora sottovalutato è la World Sustainability Organization (Wso). Che, con Friend of the Sea, ha pubblicato un breve report che rivela il costo ambientale di questi prodotti.

Gli autori hanno condotto una revisione della letteratura disponibile e i risultati sono allarmanti, in particolare per la varietà di sostanze chimiche coinvolte (e il dato delle 20 mila tonnellate è ormai da considerare approssimato per difetto). Le creme solari sono costituite da complessi composti chimici fabbricati per assorbire o riflettere le radiazioni ultraviolette (UV) del sole. I più comuni filtri solari sono inorganici (cioè minerali, sostanze con proprietà schermanti che riflettono le radiazioni UV) o organici (cioè chimici, sostanze di sintesi che catturano l’energia delle radiazioni UV). Di questi ultimi, il 50% di quelli oggi reperibili sul mercato è tossico per gli organismi marini.

Esempi di gravi impatti sulla salute degli animali acquatici sono stati riscontrati ad esempio nei delfini in Brasile, nei cormorani in Svizzera e in diverse specie di uccelli in Spagna. Uno studio sull’impatto dell’ossibenzone, filtro solare organico a base di carbonio, ha rivelato che sul 100% dei ricci di mare esposti c’erano anomalie fisiche. Riscontrati anche disturbi al sistema endocrino, a quello riproduttivo e malformazioni alla nascita nella trota iridea, e problema nella crescita degli organi nel pesce zebra.

Altro problema serio è il bioaccumulo, fenomeno che si verifica quando degli organismi assorbono sostanze chimiche a ritmi ed in quantità tali da non riuscire a smaltirle completamente. Ne consegue un aumento del livello di eco-tossicità interna. Il bioaccumulo è particolarmente allarmante, perché aumenta e prolunga nel tempo la tossicità degli stessi organismi marini, sia fauna che flora.

Un capitolo a parte lo meritano le diatomee, alghe unicellulari che vivono in acqua sia dolce che salata, fortemente intaccate dai composti chimici presenti nelle creme solari. L’ossibenzone è responsabile dell’arresto della loro crescita cellulare. Un problema non da poco se pensiamo che questi organismi producono un quarto dell’ossigeno immesso nell’atmosfera terrestre. In pratica, il deterioramento delle diatomee sta riducendo l’efficienza degli oceani nell’assorbire carbonio, complicando ulteriormente la situazione in termini di lotta al cambiamento climatico.

Una via d’uscita può essere trovata nell’adozione di creme solari composte esclusivamente da filtri solari come l’ossido di zinco o il biossido di titanio, capaci di agire come piccoli specchi che riflettono la luce pur nel rispetto della flora e della fauna marine. La chiave sta nell’usare filtri organici che non compromettano l’equilibrio degli ecosistemi marini o la fotosintesi delle microalghe, o che non contribuiscano allo scolorimento dei coralli: è il motivo per cui, a inizio agosto, la Thailandia (così come Palau nel 2020 e le Hawaii pochi mesi fa) ha vietato una lunga lista di creme solari ritenute appunto responsabili di questo triste fenomeno.

Via libera invece alle creme “naturali”. Elementi come l’estratto di cotone o quello di alga Porphyridium cruentum, che stimola la produzione naturale di melanina e intensifica l’abbronzatura, sono necessari se si vuole dare una svolta a questa sottovalutata emergenza. Gli estratti di marrubio comune e pino marittimo contrastano gli influssi ambientali nocivi per le cellule. Mentre l’olio di semi di mirtillo rosso (cranberry) può attenuare l’invecchiamento precoce della pelle.

Interessante in questo senso è il lavoro svolto dall’austriaca Ringana che, usando filtri minerali e quindi biodegradabili, ha sviluppato una serie di prodotti ideati per tutelare sia il corpo umano che gli ecosistemi marini. Nelle sue formulazioni Ringana utilizza per lo più ossidi di zinco e titanio, ma anche molti altri ingredienti naturali, quasi sempre biologici. Per esempio, la crema solare corpo ha tra i principali ingredienti, come formulazioni idratanti, un estratto dell’arancia e olio di karanja; come filtro, l’ossido di zinco ed emulsionanti a base di olio di semi di lino.

Questa azienda di cosmetica green è solo un esempio di risposta ecosostenibile al problema delle creme abbronzanti. I prodotti disponibili sul mercato che rispettano gli ambienti acquatici sono già numerosi, ma è necessario che qualcuno vigili sulla loro effettiva bontà. A tal proposito, gli stessi WSO e Friend of the Sea hanno implementato una certificazione di produttori di creme solari in grado di soddisfare un livello adeguato di rispetto dell’ambiente.

Abbiamo chiesto ai diretti interessati in cosa consista il controllo. “Affinché un’azienda possa ottenere una certificazione dalla Wso, è obbligata a essere verificata da una terza parte che garantisca il rispetto di un livello esaustivo di criteri pro-ambientali definiti dalla stessa Wso”, spiega Paolo Bray, fondatore di Wso, Friend of the Sea & Friend of the Earth: “I criteri garantiscono il minimo danno possibile all’ambiente naturale durante l’intero ciclo di vita di un prodotto”. In pratica, viene promosso “un approccio olistico nella produzione di beni e servizi, internalizzando i potenziali costi per gli ecosistemi locali per salvaguardarne il benessere”, aggiunge Sean Dean Lewis, Outreach internazionale della Wso: “Il progetto intende inoltre generare un’indispensabile attenzione pubblica verso gli impatti delle nostre attività di consumo dannose per l’ambiente”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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