Maresciallo morto sulla Maiella, il cane dà l’ultimo saluto al padrone

maresciallo cane sheela

Grande appassionato di montagna, il maresciallo Fabio Cicone è stato ritrovato morto nel pomeriggio di lunedì nel Fondo di Maiella. Al suo funerale, oltre ai famigliari e le varie forze dell’ordine, anche l’inseparabile amico a quattro zampe Sheela.

Il cane Sheela al funerale del maresciallo

Maresciallo maggiore dei carabinieri, Fabio Cicone, di 51 anni, era solito dormire in un rifugio per poi tornare il giorno seguente a Castel di Sangro dove ricopriva il ruolo di comandante del Nucleo operativo e radiomobile. Dopo non essere rientrato a casa da una delle sue escursioni sulla Maiella, il fratello ha deciso, domenica sera, di lanciare l’allarme e solo nel pomeriggio di lunedì è stato trovato il cadavere.

Alpinista esperto, domenica mattina era uscito per una escursione in Maiella sul monte Camicia, quando molto probabilmente è scivolato finendo nel canalone. La sua auto è stata trovata a Fonte Romana e il corpo senza vita nel Fondo di Maiella, dai tecnici di Soccorso Alpino impegnati dalla mattina nelle ricerche, assieme ai componenti del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza e ai Carabinieri.

Numerose le forze dell’ordine presenti al funerale, a partire dai carabinieri, passando per la guardia di finanza, polizia ed esercito. Tra i presenti anche l’inseparabile border collie del carabiniere, Sheela, che lo accompagnava sempre, anche nel corso delle sue escursioni sui monti della Maiella. Silenziosa e triste, Sheela ha aspettato la fine della cerimonia funebre distesa sul pavimento, senza fare alcun tipo di rumore. Soltanto alla vista della madre e del fratello di Cicone, assistiti dalla psicologa dell’Arma, si è diretta verso di loro scodinzolando e facendosi accarezzare, alla ricerca di un gesto di affetto familiare. Un’immagine che ha fatto inevitabilmente commuovere tutti i presenti, a dimostrazione dell’affetto del cane per il suo padrone. Anche Sheela, infatti, ha voluto dare il suo ultimo saluto al suo padrone nel giorno del funerale che ha avuto luogo a Castel di Sangro, in Abruzzo.

Il feretro di Fabio Cicone, ricoperto dal tricolore è stato portato a spalla da sei carabinieri, seguito da un suo parigrado, che portava la sciabola da maresciallo, disposta su un cuscino. Particolarmente toccante l’omelia del cappellano militare, Don Claudio Recchiuti, che ha affermato: “Ho conosciuto Fabio mentre stava soccorrendo un uomo disabile, sotto una violenta bufera che si abbatteva sull’Altopiano delle Cinquemiglia. Fabio ci ha trasmesso la lealtà, l’umiltà, la solidarietà, il coraggio. La ricerca della libertà a contatto con la natura e la montagna, che lui amava. Ho pensato al respiro di tutte le persone che lo circondano, quasi a volerlo riportare in vita. Ma ora, vola libero Fabio”.

A sua volta il comandante della Compagnia carabinieri di Castel di Sangro, capitano Fabio Castagna ha affermato: “Fabio era un uomo leale e un comandante serio e affidabile, che sapeva svolgere il suo lavoro con dignità, umanità, senso del dovere e attaccamento alle istituzioni. Apprezzato da tutti i suoi commilitoni, ha lasciato un vuoto incolmabile”.

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  • C'è un'attività di fake news contro l'Italia. Il Copasir lancia l'allarme
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    C'è un'attività di fake news contro l'Italia. Il Copasir lancia l'allarme

    “Un'attività di disinformazione, di intensità crescente, che non a caso ha come bersagli principali in Europa i due Paesi che in questo momento sono colpiti più duramente dalla pandemia, ovvero Italia e Spagna”.Enrico Borghi, membro Pd del Copasir, parla con l'AGI della “campagna infodemica” finita al centro della preoccupata attenzione del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.“Si tratta" spiega Borghi, che proprio oggi è stato incaricato di una prima ricognizione sul tema "di modalità già rilevate dalla struttura dedicata dell'Ue, l'European External Action Service: una grandissima mole di informazioni verosimili ma mai vere, veicolate per lo più attraverso la rete e i social, che inducono l'opinione pubblica a ritenere ad esempio che ci sia in atto un grande complotto o che esistano delle verità scomode tenute nascoste dall'autorità o atteggiamenti da parte dei governi nazionali inadeguati a far fronte all'emergenza”.Nulla di casuale, bensì “il frutto avvelenato di un'azione concordata, che ha evidenti fini di destabilizzazione e che noi riteniamo essere portata avanti da entità statuali esterne. Quali? Non possiamo ancora dire niente, su questo fronte è al lavoro la nostra intelligence. Quello che è certo è che vengono usati canali di informazione che purtroppo hanno nella viralità e nella non controllabilità delle fonti le loro cifre distintive. Se io dico ad esempio che in un certo Paese esiste un farmaco efficace contro il coronavirus e che le autorità sanitarie di un altro lo tengono nascosto per chissà quale motivo faccio dei danni non trascurabili. E' arrivato il momento di fare chiarezza”.

  • Scoperto in una grotta il 'menù' dell'uomo di Neanderthal
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    Scoperto in una grotta il 'menù' dell'uomo di Neanderthal

    di Paolo Martini Molluschi, crostacei, uccelli marini e foche, ma anche cervi, tartarughe e persino pinoli: ecco di cosa si cibavano i neandertaliani. Una ricerca pubblicata oggi sulla rivista 'Science' dimostra come fosse ricca e varia la dieta dell'uomo di Neanderthal, capace di procurarsi alimenti di origine marina già 100mila anni fa.  Lo studio, coordinato dall'archeologo portoghese João Zilhão insieme a Diego E. Angelucci dell'Università di Trento sui reperti rinvenuti in una grotta vicino a Lisbona, rivaluta le capacità intellettive dei Neanderthal: possedevano un buon sviluppo tecnologico, erano capaci di attribuire significato simbolico alle cose e avevano familiarità con il mare e le coste. Una grotta semi nascosta in un promontorio a picco sul mare a sud di Lisbona: è il guscio di pietra che custodisce indizi di un insediamento di circa 100mila anni fa, dove sono stati scoperti i resti di un ambiente vissuto e di un pasto. La grotta di Figueira Brava a sud di Lisbona ha svelato a un gruppo di archeologi il suo tesoro: informazioni uniche sulla dieta, sui comportamenti e le caratteristiche dei neandertaliani.  I risultati degli studi e degli scavi ad opera di una ventina di archeologi e archeologhe di vari paesi, diretti da João Zilhão dell'Università di Barcellona, vedono in prima fila Diego E. Angelucci che da anni si occupa dei Neanderthal e di dare una risposta a un interrogativo: davvero erano meno intelligenti dell'Homo Sapiens? Angelucci si è occupato di ricostruire la stratigrafia del sito, valutare la posizione e l'integrità dei reperti rinvenuti, comprendere l’origine dei sedimenti della grotta e riconoscere gli apporti dovuti all’azione umana. Un lungo lavoro di elaborazione dati, scrittura e redazione, ma soprattutto nello scavo, battendo il territorio circostante e raccogliendo campioni poi analizzati al microscopio mediante la tecnica detta "micromorfologia archeologica". "Lo scavo - spiega Angelucci - ha permesso di recuperare una grande quantità di resti archeologici relativi all’occupazione della grotta da parte dei neandertaliani: strumenti in pietra scheggiata (selce e quarzo), resti di pasto, residui dell’uso del fuoco (carboni e cenere). Tra i resti di pasto, la sorpresa è rappresentata dall’abbondante presenza di resti di pesce, molluschi e crostacei, che dimostrano l’utilizzo sistematico di risorse di origine marina". Dentro la grotta, un 'menù' di terra e di mare - La grotta di Figueira Brava si trova lungo la costa rocciosa che delimita la Serra da Arrábida, nelle vicinanze della città di Setúbal (30 km a sud di Lisbona). La grotta è stata frequentata da gruppi di neandertaliani per un arco di tempo intorno ai ventimila anni durante l’ultimo interglaciale, tra circa 106mila e 86mila anni fa. Un periodo caratterizzato da clima temperato, simile a quello attuale.  La grotta è oggi situata lungo la linea di costa, ma si trovava più lontana dal mare quando fu occupata dai neandertaliani, a una distanza variabile tra 750 m e 2 km. Malgrado ciò, il “menu” quotidiano dei neandertaliani che abitarono Figueira Brava era molto variato, con risorse alimentari di origine marina ben rappresentate che costituivano, con ogni probabilità, una componente significativa della dieta neandertaliana, se non maggioritaria.  Nel 'menù' si trova infatti una quantità rilevante di cibi provenienti dal litorale o dal mare: molluschi (cozze, vongole e patelle), crostacei (granceole e altri granchi), pesci (squali come lo smeriglio - il cosiddetto vitello di mare - e la verdesca, ma anche anguille, orate, gronghi, cefali), vari uccelli marini o acquatici (tra cui germani reali, oche selvatiche, sule, cormorani, gazze marine, garzette e altri) e mammiferi marini (delfini e foche grigie).  Ai resti di pasto provenienti dalla costa si aggiungono prodotti della caccia, che includeva il cervo, lo stambecco, il cavallo, l’uro e piccole prede quali la tartaruga terrestre. Notevole anche l’utilizzo di risorse vegetali. Tra i resti carbonizzati sono state riconosciute varie specie tipiche dell’ambiente mediterraneo (l’olivastro, la vite selvatica, il fico, diverse specie di quercia) e in particolare il pino domestico, di cui sono stati rinvenuti in scavo frammenti di legno, ma soprattutto resti di pigne e gusci di pinoli.  "Considerate le esigenze ecologiche del pino domestico - chiarisce Angelucci - è probabile che tra la Serra de Arrábida e il mare esistesse all’epoca un cordone sabbioso di dune, forse in prossimità del vicino estuario del fiume Sado. Lo studio dei resti di pinoli fa ritenere che i Neanderthal facessero uso di pinoli in modo sistematico e organizzato. I dati paleobotanici mostrano che le pigne mature erano raccolte ancora chiuse dai rami più alti dei pini, proprio là dove si formano. Poi dovevano essere trasportate e conservate nella grotta, e aperte all’occorrenza con l’aiuto del fuoco in modo da estrarre e consumare i pinoli. Non è un caso che siano presenti resti di pigne e gusci di pinoli, ma non i semi commestibili". Le implicazioni di questo studio - Fino ad oggi le evidenze di sfruttamento delle risorse marine (grazie alla raccolta di molluschi, alla pesca e alla caccia alle foche) da parte dei gruppi neandertaliani che occupavano le aree costiere del continente europeo e della Asia occidentale erano praticamente assenti.  Nel continente africano, abitato da gruppi di "umani anatomicamente moderni" (i sapiens, praticamente), la situazione è invece diversa, in particolare lungo le coste del Sudafrica, ove il ricorso alle risorse marine è ben documentato durante l’ultimo interglaciale (cioè, nello stesso periodo di tempo in cui fu occupata la grotta di Figueira Brava). Gli alimenti di origine marina sono ricchi di Omega 3 e di altri acidi grassi che favoriscono lo sviluppo dei tessuti cerebrali. Questo dato, unito a quanto osservato in Africa australe, ha portato allo sviluppo di un modello che sostiene che il consumo di alimenti di origine marina avrebbe incentivato un aumento delle capacità cognitive delle popolazioni africane 'moderne' durante l’ultimo interglaciale e che a questo si dovrebbe la comparsa in Africa, in periodi particolarmente antichi, di cultura materiale con significato simbolico (esempio la decorazione del corpo con ocra o l’uso di oggetti di adorno personale).  Questo argomento 'tradizionale' riconduce ad altri aspetti, quali lo sviluppo del pensiero astratto, la comparsa del linguaggio articolato e l’emergenza di società più organizzate e complesse: queste sarebbero state prerogative dei gruppi umani 'moderni' di origine africana, ma non delle popolazioni euroasiatiche (neandertaliani e denisoviani).  "I dati di Figueira Brava aggiungono un ulteriore contributo al dibattito in corso e alla rivalutazione del modo di vita dei neandertaliani - chiarisce Angelucci - Se è vero che il consumo abituale di alimenti di origine marina ha giocato un ruolo determinante nello sviluppo delle capacità cognitive dei nostri antenati, bisogna quindi riconoscere che questo processo avrà riguardato l’intera umanità e non esclusivamente una popolazione limitata dell’Africa australe che si è poi espansa fuori dal continente africano. Nuovamente, i dati si indirizzano a dimostrare che i neandertaliani, pur ‘arcaici’ nei loro tratti fisici, possedevano comportamenti del tutto simili ai cosiddetti ‘moderni’ del continente africano, le persone con cui entreranno in contatto al momento dell’espansione dei sapiens in Europa, intorno a 40mila anni fa". Lo studio implica anche che la familiarità del genere umano con gli ambienti litorali e marini, è ben più antica e complessa di quanto ritenuto finora. Ciò permette di rivalutare anche l’espansione umana a territori non collegati da ponti continentali in fasi antiche. Ad esempio la colonizzazione dell’Australia e della Nuova Guinea, avvenuta tra 50-45mila anni fa.  Inoltre, va anche riconsiderata la visione tradizionale dei neandertaliani come di gruppi umani adattati esclusivamente agli ambienti freddi dell’ultimo ciclo glaciale o alle steppe e tundre dell’Europa centrale. I dati recenti (Figueira Brava ma anche Cueva de los Aviones o altri siti in corso di studio) mostrano che i neandertaliani vivevano anche nelle regioni a clima temperato e mediterraneo e che erano pienamente in grado di sfruttarne le risorse disponibili.  Gli studi precedenti - Negli ultimi anni sono comparsi studi che evidenziano come i neandertaliani europei fossero in grado di produrre cultura materiale con significato simbolico. Un riferimento in questo senso è lo studio pubblicato su "Science Advances" nel febbraio 2018 (Hoffmann et alii), che aveva permesso di datare a circa 115mila anni fa le conchiglie perforate raccolte nella grotta “Cueva de los Aviones” (presso Cartagena, in Spagna), contenenti un mix di sostanze impiegate come pigmenti coloranti (studio in cui hanno preso parte João Zilhão e Diego E. Angelucci); e alla ricerca (Zilhão et alii, 2018, Science) che aveva dimostrato l’età decisamente più antica di quanto si pensasse delle pitture rupestri di alcune grotte spagnole (La Pasiega, Maltravieso, Ardales), che aveva così permesso di attribuirne l'esecuzione ai neandertaliani.

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    Primo caso di coronavirus in un centro Amazon italiano

    Primo caso accertato di contagio da coronavirus all'interno di un centro distribuzione di Amazon in Italia. È accaduto nelle ore scorse presso lo stabilimento FCO1 di Passo Corese, in provincia di Rieti, dove operano circa 1500 persone. Secondo quanto apprende l'Agi, la persona risultata positiva al test Covid-19 è legata al cluster della zona rossa di Nerola, borgo non molto distante dal centro distribuzione di Passo Corese, da tre giorni in isolamento totale a seguito dell'emergenza esplosa all'interno della casa di riposo "Maria Immacolata".La notizia del caso accertato di positività è stata confermata nella notte anche dalla rappresentanza sindacale della Filt-Cgil nella struttura, che in una nota ha dichiarato: "A seguito della nostra richiesta, ci e' stato confermato il caso di un dipendente dello stabilimento FCO1 risultato positivo al test di CoviD-19. Il dipendente è stato per l'ultima volta nella struttura il 22 marzo scorso. L'azienda sta verificando con chi il dipendente in questione e' entrato in contatto ravvicinato quando si trovava in magazzino - hanno proseguito dalla Filt-Cgil- al fine di avvisare tutte le persone potenzialmente coinvolte, e suggerire loro di contattare il 112 o il numero verde 1500 del Ministero della Salute, per precauzione".E ancora: "L'azienda ci ha informato che in ogni caso le persone che fossero entrate in contatto ravvicinato con il dipendente risultato positivo, saranno immediatamente poste in permesso retribuito. Anche se contenti dell'immediata risposta da parte dell'azienda - hanno spiegato ancora le rappresentanze della Filt-Cgil - lunedì 30 in sede di Comitato verificheremo che siano state prese le giuste precauzioni, sia a livello di bonifica sia a livello di individuazione dei contatti potenzialmente coinvolti. In quella stessa sede ribadiremo la richiesta di interrompere gli spostamenti tra dipartimenti, al fine di poter meglio risalire agli spostamenti tra i lavoratori".Già nei giorni scorsi, all'interno della struttura situata in provincia di Rieti, al pari degli altri centri distribuzione di Amazon in Italia, c'erano state numerose agitazioni del personale per via di quelli che le rappresentanze sindacali interne avevano giudicato "scarsi adempimenti", in termini di sicurezza, presi dal colosso americano del commercio online per far fronte all'emergenza coronavirus.Accuse alle quali l'azienda statunitense ha immediatamente risposto con una rimodulazione totale degli spazi interni, delle distanze di sicurezza tra i dipendenti, e delle aree comuni come le mense, chiuse fino a data da destinarsi.

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    La Francia in trincea attende l'ondata "estramamente alta"

    In Francia, che attende per la prossima settimana "un'ondata estremamente alta" di casi di Covid-19, la situazione sanitaria si sta rapidamente deteriorando e il governo a prorogare il confinamento fino al 15 aprile. Intanto il Paese è scosso dalla morte di Julie, appena 16enne, la più giovane vittima francese per il coronavirus.E si susseguono dichiarazioni allarmiste di responsabili degli ospedali dell'Ile de France e del premier Edouard Philippe, in un clima di crescenti tensioni sociali per la morte di due lavoratori e la mancanza di protezioni adeguate. Nelle prossime 24-48 ore la capacità di accoglienza degli ospedali dell'hinterland parigino arriverà a saturazione, riproponendo lo stesso scenario del Grande Est, dove la sanità è già al collasso.L'unica soluzione, ha detto Frederic Valletoux, presidente della Federazione ospedaliera di Francia (Fhf), "è un'estrema solidarietà tra regioni e ospedali: dobbiamo moltiplicare le operazioni di trasferimento dei pazienti, altrimenti sarà una catastrofe".Oggi e nel fine settimana proseguirà l'evacuazione dei malati dal Grande Est verso strutture della Nuova Aquitania e in altre regioni con posti disponibili. Il capo del governo ha invece avvertito che "un'ondata estremamente alta dilagherà sulla Francia. La situazione sarà molto difficile nei prossimi giorni".Con grande realismo Philippe ha riconosciuto che "la crisi durerà nel tempo e la situazione sanitaria non migliorerà rapidamente" e ha invitato tutti a "resistere". La Francia non ha ancora raggiunto il picco dei contagi ma l'epidemia ha già causato 1.995 vittime e 32.964 contagi, dei quali 3.787 sono in terapia intensiva in gravi condizioni. Nell'Ile de France i "numeri sono vertiginosi" ha avvertito l'Agenzia della salute regionale (Ars), con un bilancio di 1.300 pazienti in rianimazione e almeno 241 case di cure per anziani (Ehpad) già colpite dall'epidemia di nuovo coronavirus.Di fronte all'impennata di casi di Covid-19, il via libera del governo alle cure con idrossiclorochina e in associazione lopinavir/ritonavir - rispettivamente utilizzate contro la malaria e l'Hiv - è passata quasi inosservata e non basta a dare speranze. Del resto l'autorizzazione del ministero della Salute è stata valutata da alcuni media e osservatori come inattesa e precipitosa. In Francia sono tutt'ora in corso decine di test clinici il cui esito non è noto al momento, mentre sono noti gli effetti dannosi della clorochina sulla salute se assunta erroneamente. Intanto le tensioni sociali stanno crescendo in reazione agli ultimi provvedimenti del governo per "far lavorare di piu'" alcuni settori, in modo da vincere una "guerra economica".Oggi a scatenare l'ira dei sindacati è stato il decesso per Covid-19 di un dipendente Carrefour a Saint-Denis e di un lavoratore interinale Manpower impegnato con Fedex a Roissy, oltre al contagio confermato di un dipendente di Amazon a Saran vicino a Orleans. I sindacati, Cgt in primis, chiedono migliori protezioni per i lavoratori: oltre a mascherine la limitazione di orari e giorni di apertura dei supermercati, magari concentrando l'offerta sui soli prodotti essenziali.Il segretario generale della Cgt, Philippe Martinez, ha proposto di scioperare per denunciare "la mancanza di protezioni" per i lavoratori. A lanciare un appello allarmista sono anche le autorità della Normandia e di altre regioni dove un milione di residenti di Parigi e dintorni si sono 'rifugiati' per trascorrere il periodo di confinamento, facendo temere il propagarsi dell'epidemia in zone finora immuni o poco colpite. Dopo la fuga della scorsa settimana, "ogni giorno circa 300 parigini arrivano ancora in Normandia e da 48 ore registriamo un boom dei pazienti nei nostri reparti di rianimazione" ha deplorato il presidente della regione, Hervè Morin.

  • Incendio a Palazzo di Giustizia a Milano: domato, nessun ferito
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    Incendio a Palazzo di Giustizia a Milano: domato, nessun ferito

    Fiamme e fumo alle prime ore dell'alba al settimo piano

  • Meteo, weekend caldo ma lunedì torna l'inverno
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    Meteo, weekend caldo ma lunedì torna l'inverno

    Sull’Italia è in azione ancora un vortice ciclonico posizionato sul Mar Tirreno. Questa bassa pressione si indebolirà nei prossimi giorni, riuscendo però a condizionare il tempo su alcune regioni anche nel fine settimana. Il team del sito www.iLMeteo.it avverte che oggi, venerdì, il tempo sarà diffusamente instabile al Centro-Sud e sulle Isole maggiori; ancora rovesci , temporali e nevicate a quote medie interesseranno queste regioni. Continueranno a soffiare venti forti. Nel corso del weekend le cose cambieranno temporaneamente. Innanzitutto le temperature subiranno un importante aumento con valori massimi che saliranno fino a 17-21°C su molte regioni. Sabato il tempo rimarrà a tratti instabile, nel pomeriggio, al Centro-Sud quando ci saranno molte occasioni per lo sviluppo di rovesci e temporali. Il sole sarà invece prevalente al Nord. Domenica la giornata partirà soleggiata su tutte le regioni con un ulteriore lieve incremento delle temperature. Nel pomeriggio la situazione andrà via via peggiorando su molte zone. Al Nord rovesci e temporali dalle Alpi e dalle Prealpi raggiungeranno in serata e nottata la Pianura Padana, al Centro-Sud i temporali interesseranno soprattutto i settori appenninici e le zone adiacenti ad essi. Il team del sito www.iLMeteo.it avverte inoltre che dalle prime ore di lunedì 30 marzo si attuerà una poderosa irruzione di aria polare. L’Italia vivrà ancora giornate tipicamente invernali con venti freddi artici che accompagneranno fronti perturbati che riporteranno la neve fino in pianura anche al Nord.

  • Fedez e Be, accordo firmato: nasce Dream of Ordinary Madness Entertainment
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    Fedez e Be, accordo firmato: nasce Dream of Ordinary Madness Entertainment

    La società di Fedez, ZDF, ha firmato un importante accordo con la società Be dando vita a un nuovo progetto.

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    I Vip che hanno contratto il coronavirus

    Il primo ministro britannico Boris Johnson è diventato l'ultimo Vip risultato positivo al COVID-19, dopo l'erede al trono d'Inghilterra, il principe Carlo. PoliticaJohnson ha rivelato su Twitter di aver sviluppato sintomi lievi: "Ora sono in autoisolamento, ma continuerò a guidare il governo in videoconferenza mentre combattiamo questo virus". Due giorni prima, anche il principe Carlo, figlio maggiore ed erede della regina Elisabetta II, era risultato positivo con sintomi lievi.Il principe Alberto II di Monaco è risultato positivo, sebbene non ci siano "preoccupazioni per la sua salute", ha detto il palazzo il 19 marzo.Michel Barnier, che conduce i negoziati dell'UE con la Gran Bretagna sulla Brexit, ha annunciato il 19 marzo di avere il virus. Il giorno dopo, il negoziatore principale della Gran Bretagna nei colloqui David Frost si è auto-isolato dopo aver mostrato sintomi lievi.L'attivista climatica svedese Greta Thunberg ha detto martedì che era "estremamente probabile" che avesse contratto la malattia dopo aver manifestato sintomi a seguito di un viaggio nell'Europa centrale. Si è auto-isolata con suo padre.Il primo ministro canadese Justin Trudeau è stato isolato dal 13 marzo dopo che sua moglie Sophie Gregoire Trudeau è risultata positiva.Il primo risultato del test per il cancelliere tedesco Angela Merkel è tornato negativo lunedì. La Merkel ha iniziato ad auto-isolarsi domenica dopo essere stata curata da un medico che successivamente si è rivelato positivo per il virus.Martedì la Finlandia ha annunciato che il premio Nobel ed ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, di 82 anni, ha contratto il virus. Arte e spettacoloLa star afro-jazz Manu Dibango, 86 anni, martedì è morto a causa del COVID-19.Terrence McNally, celebre drammaturgo americano, è morto martedì all'età di 81 anni, in seguito a complicanze del coronavirus.La leggenda della musica congolese Aurlus Mabele, conosciuta come "King of Soukous", una variante moderna ad alta velocità della rumba congolese, è morta a Parigi la scorsa settimana, all'età di 67 anni.La star dell'opera spagnola Placido Domingo ha dichiarato domenica di essere risultato positivo, aggiungendo di essere "in buona salute".L'ex produttore hollywoodiano Harvey Weinstein, in prigione nello stato di New York dopo essere stato condannato a 23 anni per stupro e violenza sessuale, è rtisultato positivoL'attore premio Oscar Tom Hanks e sua moglie, attrice e cantante Rita Wilson, hanno detto lunedì di stare meglio dopo quasi due settimane di quarantena in Australia.L'attore britannico Idris Elba ha dichiarato il 16 marzo di essere risultato positivo e si è messo in isolamento.Anche l'autore cileno Luis Sepulveda, che vive nel nord della Spagna, ha il virus ed è in ospedale. Ha avvertito i primi sintomi il 25 febbraio. SportL'ex presidente del Real Madrid, Lorenzo Sanz, è morto il 21 marzo a 76 anni, tre giorni dopo essere stato ricoverato in ospedale con il coronavirus.In Italia diversi giocatori della Juventus sono infetti, tra cui il vincitore della Coppa del Mondo 2018 in Francia Blaise Matuidi e l'attaccante argentino Paulo Dybala.Positivi anche l'ex difensore del Milan Paolo Maldini e il figlio Daniele.In Inghilterra, il manager dell'Arsenal Mikel Arteta è risultato positivo.Anche l'icona del calcio turco Fatih Terim, manager del Galatasaray, è positivo.Almeno 14 giocatori dell'NBA si sono dimostrati positivi, tra cui la superstar dei Brooklyn Nets Kevin Durant e il francese Rudy Gobert degli Utah Jazz

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    In Italia i medici non mancano. Ecco come stanno davvero le cose negli ospedali

    Viene chiamato “imbuto formativo”, un'immagine che rende alla perfezione la situazione in cui si trovano i medici neolaureati che si affacciano al mondo del lavoro: è lì, tra la fine del percorso universitario e l'inizio del lavoro nelle scuole di specializzazione, che la macchina della sanità italiana si inceppa. Provocando quella che, in queste settimane di emergenza coronavirus, sentiamo chiamare un po' dappertutto “la carenza dei medici”. Di medici, in realtà, non c'è affatto carenza. Semplicemente non vengono messi nelle condizioni di lavorare. Ecco perché. I medici ci sono, mancano le borse di specializzazione (cioè i soldi)“Il problema non è il numero dei medici - spiega all'Agi il presidente dell'Associazione liberi specializzandi (ALS), il dottor Massimo Minerva - Il punto è che mancano gli specializzandi”. Per comprendere la questione occorre spiegare brevemente come funziona l'accesso alla professione medica: la facoltà universitaria è quella di Medicina e Chirurgia, la cui durata normale è di sei anni. Dopo la laurea, finora, è stato necessario svolgere un periodo di tirocinio pratico formativo (articolato in tre periodi da quattro settimane ciascuno in tre diverse aree, quella medica, quella chirurgica e quella di medicina di base), al termine del quale si accedeva all'esame di abilitazione. Con il dpcm del 17 marzo, n.18, il cosiddetto Cura Italia, la laurea è divenuta abilitante: non occorre cioè più fare il tirocinio e sostenere l'esame. A questo punto, davanti ai neo-medici si aprono due possibili strade: quella dei corsi di formazione specifica in medicina generale (che durano tre anni e abilitano alla professione di medico di medicina generale, cioè i medici di famiglia), oppure quella delle scuole di specializzazione di area sanitaria (che durano 4 o 5 anni a seconda delle specializzazioni - sono una cinquantina - che formano le figure che operano nelle strutture ospedaliere). In entrambi i casi i medici abilitati lavorano, cioè sono impegnati nelle strutture a cui vengono assegnati, e percepiscono uno stipendio, o meglio una borsa. Lasciamo da parte la questione della medicina generale e affrontiamo la questione delle borse di specializzazione. L'inghippo, o per meglio dire l'imbuto, sta lì: il numero di borse di specializzazione erogate annualmente non è sufficiente ad assorbire il numero di laureati abilitati, creando un limbo nel quale vivono migliaia di medici (il numero oscilla tra i settemila e i diecimila). Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto le condizioni di precariato in cui sono costretti a vivere questi che vengono chiamati “camici grigi”, ma ha conseguenze anche sulla capacità del Sistema sanitario nazionale di erogare i servizi necessari. La crisi di oggi deriva dalle scelte di almeno cinque o sei anni fa. Qualche dato“Ogni anno dalla facoltà di Medicina e Chirurgia escono circa 9-10 mila persone laureate”, prosegue Minerva. Le borse erogate a luglio 2019 (definito a.a. 2018/2019) dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur) sono state 8.000. Si tratta di “posti disponibili finanziati da contratti finanziati con risorse statali”. Queste borse di specialità, naturalmente, vengono assegnate attraverso un concorso pubblico, a cui i candidati che partecipano sono circa il doppio dei posti disponibili. Alle borse finanziate da risorse statali se ne aggiungono alcune altre che vengono finanziate dalle Regioni, dalle Province autonome e da enti privati: sommando le due tipologie, lo scorso anno, si è arrivati a quota 8.776 (qua trovate la distribuzione esatta). Aggiungendo anche le circa duemila destinate alla medicina generale, spiega Minerva, “è stato l'unico anno in cui i posti disponibili erano più di quelli dei neolaureati”. Dati che rappresentano un'eccezione, se confrontati con gli ultimi dieci anni: in tutti quelli precedenti, infatti, il numero era stato nettamente inferiore. Nel 2018 le borse erano state complessivamente 6.934 (6.200 quelli finanziati con risorse statali); l'anno prima 6.676 (6.105 i contratti statali); nel 2016 furono 6.725 (di cui 6.133 con fondi pubblici); nel 2015 6.383 (di cui 6.000 statali); nel 2014 erano state 5.504 (5.000 quelli con fondi statali); nel 2013 furono 4.500, il punto più basso della storia recente; nel 2012, così come nel 2011, nel 2010, nel 2009, nel 2008 e così via, quelle finanziate con fondi statali erano state 5.000. Dai dati, insomma, si nota come intorno al 2013 si optò per una riduzione delle borse per gli specializzandi. L'aumento negli anni successivi, in ogni caso, non è stato sufficiente: “Quando si risparmia sulla formazione dei medici gli effetti non sono immediati ma si notano nel giro di almeno quattro o cinque anni, il periodo in cui gli stessi medici vengono formati nelle specializzazioni”, spiega Minerva. Per capire la situazione in cui ci troviamo oggi, dunque, occorre tornare indietro a qualche anno fa. Lo faremo tra poco, ma prima c'è da capire il meccanismo dietro all'erogazione delle borse: “Il loro numero è stabilito dal ministero della Salute, ascoltato il parere della Conferenza Stato-Regioni circa il numero auspicabile di contratti (sulla base delle richieste delle regioni), ma il loro finanziamento avviene sulla base delle coperture economiche garantite dal ministero dell'Economia”, spiega all'Agi Mirko Claus, presidente dell'associazione Federspecializzandi. Fabbisogni costantemente disattesiAbbiamo dunque confrontato i fabbisogni e le borse effettivamente finanziate. Nel 2012, come abbiamo già visto, le borse erogate furono 5.000. Nella seduta del 15 marzo 2012, la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano determinò il fabbisogno per il Servizio Sanitario Nazionale per il triennio successivo, stabilendolo in 8.438 unità per l'anno accademico 2011/2012 (cioè le borse per gli specializzandi che iniziavano le scuole nell'autunno 2012). Altre 8.170 unità venivano giudicate necessarie per l'a.a. 2012/2013 (ne vennero finanziate 4.500) e ulteriori 8.190 per l'a.a. 2013/2014 (quelle effettive furono 5.504). Il totale del fabbisogno, insomma, era stimato in 24.798 contratti per gli specializzandi; le borse finanziate dallo Stato furono invece circa quindicimila: quasi diecimila contratti persi per strada soltanto in quel triennio. Non che il triennio successivo sia stato migliore: per il 2015 il fabbisogno veniva stabilito in 8.073 specializzandi (furono invece 6.000); per il 2016 furono 6.133 a fronte di una necessità stimata in 7.909; nel 2017 ne mancarono altrettante (6.200 rispetto al 7.967 richieste dalla Conferenza Stato-Regioni). Per completezza, riportiamo anche quelli di 2018 (la richiesta era di 8.569) e 2019 (8.523, l'unica circostanza in cui le borse effettivamente bandite sono state più di quelle inizialmente richieste).Come emerge chiaramente dai dati appena riportati, negli ultimi sei anni il fabbisogno espresso dalla Conferenza Stato-Regioni è rimasto pressoché stabile intorno alle ottomila unità, senza cioè che la richiesta sia stato ritoccato verso l'alto per compensare i contratti che sono venuti a mancare anno dopo anno. “La cronica mancanza di specializzandi è testimoniata dai dati - dice Claus - e i fabbisogni espressi dalla Conferenza Stato-Regioni non compensano mai quello che non è stato finanziato gli anni prima. Questa è la genesi dell'imbuto formativo”. L'intero meccanismo, secondo Federspecializzandi, va insomma rivisto: “La stime del personale necessario vanno concertate e condivise, serve un dialogo più stretto tra tutti i soggetti in gioco”. Tra le ragioni che determinano la carenza di specializzandi, lo sottolineano le stesse Federspecializzandi e ALS, c'è anche il cosiddetto “abbandono delle borse”: si tratta dei casi in cui i medici che già si trovano in specialità decidono di lasciare la scuola e ritentare il concorso per cercare di entrare nella propria prima scelta. Non sempre, infatti, attraverso il concorso si riesce a ottenere un posto nella scuola gradita. Cambiando in corsa specialità, però, la prima borsa finanziata di fatto rimane inutilizzata, persa. Il fenomeno, secondo uno studio del 2018 realizzato da ALS e basato sui dati di 2016 e 2017, riguarda circa 350 borse ogni anno. Il mistero delle cinquemila borse scomparse nella bozza del dpcm del 9 marzoI dati relativi al 2019, cioè le 8.776 borse di specializzazione finanziate, è sicuramente promettente, perché ha aumentato di quasi duemila i posti in specializzazione rispetto all'anno precedente. Per il futuro, tuttavia, le associazioni sostengono che occorra alzare l'asticella: per cominciare a riassorbire i camici grigi, ritengono che “a luglio 2020 occorrano almeno 13.500 borse”. Significa cinquemila in più di quelle garantite nell'ultima infornata di specializzandi. “Chiediamo che il governo impegni fondi strutturali - dichiara Claus - Nella prima bozza del dpcm n.14 del 9 marzo 2020, oltretutto, si parlava di una spesa di 130 milioni di euro per attivare quelle cinquemila borse aggiuntive e dare una soluzione ai colleghi abilitati ma precari”, aggiunge il presidente di Federspecializzandi. Dal decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, tuttavia, quella parte è scomparsa. Per questo motivo diverse associazioni di medici e studenti hanno rivolto un appello alle istituzioni affinché stanzino fondi emergenziali per aumentare il numero di contratti di formazione medica già a partire dal concorso della prossima estate.Nel frattempo, per il 2020, si registra una improvvisa crescita del fabbisogno espresso dalla Conferenza Stato-Regioni: i contratti richiesti, si legge nell'atto della seduta del 27 giugno 2019, sono 11.255.Il motivo per cui scarseggiano i contratti di formazione, ovviamente, è la carenza di fondi: “Ogni singolo specializzando ha un costo che oscilla tra i 102-128 mila euro, a seconda che la scuola duri 4 o 5 anni”, spiega Minerva. La formazione all'università, al contrario, non costa nulla, anzi: ogni iscritto alla facoltà di Medicina, come qualunque altro studente universitario, paga le rette. In un'intervista al Corriere della Sera lo scorso 11 marzo, il ministro della Sanità Gaetano Manfredi annunciava sì l'intenzione di aumentare il numero delle borse di specializzazione, ma soprattutto “l'ampliamento dei posti” nella facoltà di Medicina, portandoli a 13.500 (nel 2019 erano 11.568). Se già oggi ci sono quasi circa ottomila medici bloccati, aumentare ulteriormente gli studenti difficilmente risolverà il problema dell'imbuto formativo.

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    I robottini assistenti nelle corsie dell'ospedale di Varese

    Sei robottini in corsia per aiutare medici e infermieri impegnati in prima linea nella dura battaglia contro il coronavirus. Accade all'ospedale di Varese, dove i sei robot dal viso simpatico e dalle dimensioni di un bambino, aiuteranno il personale sanitario nell'assistenza a dodici pazienti affetti da Covid-19, un robot ogni due pazienti.Entrano nelle camere e permettono il monitoraggio a distanza: grazie alla telecamera di cui sono dotati, il personale vede il paziente e il monitor che ha accanto senza accedere fisicamente alla stanza, riducendo così il consumo di dispositivi di protezione e risparmiando tempo, compreso quello per la vestizione e la svestizione. Ma non solo: per loro tramite, infatti, medici e infermieri possono anche parlare al paziente e, se non ha il casco per l'ossigeno, lui può rispondere. Una notizia positiva, in questi tempi di emergenza da Covid-19 arriva dal Sant'Anna di Torino, il più grande ospedale ostetrico-ginecologico della regione, dove dal 23 febbraio, nei giorni di inizio dell'emergenza, al 17 marzo si è registrato un aumento delle nascite rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: 462 rispetto ai 394 dello stesso periodo del 2019. I nomi più gettonati? Leonardo, Lorenzo, Gabriele, Mattia per i maschi, Alice e Matilde per le femmine.​Per "sopportare" meglio questi giorni di quarantena, si moltiplicano le iniziative di enti ed associazioni culturali. Tra questi quelli di tanti teatri che si spostano dai palcoscenici di tutta Italia sui social. Tra questi il Teatro Stabile del Veneto che, in attesa di riprendere gli spettacoli dal vivo, ha unito le forze con il Teatro Stabile di Bolzano, il Rossetti e il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, inaugurando una tournée digitale, "Una stagione sul sofà" per regalare alcuni weekend di intrattenimento. A partire da oggi nella Giornata Mondiale del Teatro, ogni venerdì, sabato e domenica alle ore 20, questi teatri trasmetteranno in streaming sui propri canali Youtube il video integrale di uno spettacolo teatrale.Non solo teatro ma anche libri per sopportare meglio la chiusura delle librerie in seguito alle misure intraprese contro il diffondersi del virus. In questa direzione prosegue, e non si ferma leggiamounastoria, la staffetta letteraria social di ioleggoperché, l'iniziativa nazionale per la creazione e il potenziamento delle biblioteche scolastiche, organizzata e promossa dall'Associazione Italiana Editori (AIE).Sono arrivati ormai a un centinaio, infatti, i video di scrittori e scrittrici che - grazie al supporto delle case editrici e alla collaborazione con Più libri più liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria – accompagneranno con una lettura, un breve testo, un messaggio postato ogni giorno sui canali social del progetto e sul sito www.ioleggoperche.it la community che da cinque anni segue il progetto. Dopo la partenza con Rudy Zerbi, ambassador dell'iniziativa, questa seconda settimana ha visto – tra gli altri – autori come Silvia Avallone, Chiara Francini, Aldo Simeone, e ora la staffetta prosegue con Luigi Garlando, Alessandra Sala e Matteo Saudino. Da lunedì una nuova sorpresa: Luciana Littizzetto, ambassador di ioleggoperché, dà appuntamento ai lettori per tre giorni consecutivi con le filastrocche di Gianni Rodari (online alle ore 16 di lunedì 30 marzo, martedì 31 e mercoledì 1 aprile).Tante ancora e da più parti le offerte e gli aiuti: un messaggio, in questo senso, arriva con un tweet da Lapo Elkann, che annuncia:"altre scatole di mascherine sono in viaggio dagli USA. Destinazione finale di questa prima donazione Torino Bergamo Napoli e Palermo. Grazie a Chiara Appendino, Giorgio Gori, Luigi De Magistris e Leoluca Orlando". Non manca chi, invece, cerca di utilizzare l'attuale emergenza per fini non esattamente leciti: la scorsa notte, a Firenze, un diciassettenne di origini straniere, fermato dalla polizia, dopo avere messo a segno un colpo in un locale del centro storico, ha minacciato gli agenti gridando: "ho il coronavirus, vi contagio tutti”. Il giovane è stato arrestato.

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