Maria Ressa, reporter di razza che col suo lavoro la differenza l'ha fatta

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- (Photo: RAPPLER HANDOUTEPA)
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La prima volta che ho incontrato Maria Ressa è stato a Giacarta, nel 1998, ma negli anni seguenti ho avuto occasione di conoscerla e apprezzarla in diverse altre occasioni, come collega seria, motivata e professionale, e spinta da un sincero desiderio di verità, reporter di guerra coraggiosa e determinata. Per questo la notizia che oggi, a Stoccolma, è stata insignita del Nobel per la Pace insieme a un altro valoroso collega, il russo Dmitry Muratov, non solo mi ha reso felice – perché è un riconoscimento dovuto a lei ma nello stesso tempo una vittoria per il giornalismo tutto - ma mi ha anche un po’ emozionato, ripensando al privilegio di averla conosciuta da vicino e di aver lavorato con lei: ”[Maria e Dmitry] sono rappresentanti di tutti i giornalisti che difendono questo ideale in un mondo in cui la democrazia e la libertà di stampa affrontano condizioni sempre più avverse” ha detto la presidente del Comitato norvegese per il Nobel, Berit Reiss-Andersen, nel leggere le motivazioni del riconoscimento.

58 anni, filippina-americana, Maria ha co-fondato nel 2012 Rappler, una società di media digitali per il giornalismo investigativo, di cui è tuttora a capo. Attualmente è costretta a vivere in libertà su cauzione, perseguitata dalla giustizia filippina del presidente-sceriffo Rodrigo Duterte, in attesa di un appello contro una condanna dello scorso anno in un caso di diffamazione informatica, per il quale rischia fino a sei anni di carcere, e nel quale è difesa da Amal Clooney, moglie di George. La sua colpa -secondo il regime filippino – è quella di avere denunciato al mondo gli orrori delle esecuzioni extragiudiziali e arbitrarie ordinate – e in qualche caso, pare, eseguite personalmente – senza processo da Duterte nei confronti di persone accusate a vario titolo di traffico di droga o altri delitti, specialmente nel periodo in cui questi era sindaco (soprannominato per questo “il sindaco-sceriffo) della terza città delle filippine, Davao City. Lo stesso Duterte, nel corso della sua campagna elettorale alle presidenziali del 2015, si vantò di avere ucciso personalmente almeno tre persone mentre era sindaco di Davao, e nel corso dell’ultima intervista concessa proprio a Maria in quello stesso anni, ribadì il concetto con queste agghiaccianti parole: “Quando ho detto che fermerò la criminalità, fermerò letteralmente la criminalità: se sei un criminale e devo ucciderti, ti uccido. Personalmente”.

Quando conobbi Maria, ai primi di maggio del 1998, da Hong Kong seguivo con attenzione ciò che stava accadendo in Indonesia. Da Giacarta giungevano notizie di un crescente malcontento popolare, sfociato in violenti disordini e in un bagno di sangue, che portò alla caduta del dittatore Suharto – soprannominato “lo sterminatore di comunisti” – il 21 maggio di quell’anno. Lei era già una giornalista affermata – responsabile dell’ufficio della Cnn di Giacarta – ma ciò non le impedì di fornire generosamente aiuto a un collega sicuramente molto menò affermato di lei, come ero allora. In seguito la incrociai in partica ad ogni nuova occasione in cui tornai in Indonesia per coprire i fatti più importanti di quegli anni: l’amministrazione di transizione dell’ex presidente Habibie; il travagliato mandato del primo presidente democraticamente -eletto, Abdurrahman Wahid e la sua sostituzione con il presidente Megawati Sukarnoputri e soprattutto durante la copertura degli eventi più drammatici e rischiosi in quel periodo e in quel Paese, come la violenza separatista, religiosa ed etnica, che includeva decapitazioni brutali e ritualizzate nel Kalimantan occidentale, il conflitto separatista ad Aceh e Irian Jaya e la guerra di religione ad Ambon.

Maria Ressa è nata nelle Filippine, ma si è trasferita negli Stati Uniti da bambina dopo che, nei primi anni 70, l’allora presidente Ferdinando Marcos dichiarò la legge marziale. “Sono atterrata nel New Jersey, dove parlavo a malapena inglese, e dovevo capire cosa avrebbe potuto combinare una bambina bassa e scura di carnagione in questo grande mondo bianco”, ha confessato a Lyse Doucet della BBC. In America Maria si è concentrata sull’istruzione e dopo aver studiato alla prestigiosa Princeton University, è stata adottata dal patrigno americano e poco dopo ha deciso di tornata nelle Filippine per “ritrovare le radici”: “Ho sempre sentito di non essere americana come gli americani e poi, quando sono tornata nelle Filippine, ho capito che non ero davvero filippina” mi ha detto una volta, ammettendo la sua condizione unica, sospesa tra due mondi e due civiltà, che era però ciò che la rendeva così unica, interessante e, soprattutto, tremendamente capace nel suo lavoro.

Un anno dopo i fatti legati alla caduta di Suharto, la ritrovai a Timor Est, nell’estate del 1999. Dopo lo storico referendum per l’Indipendenza della tormentata futura nazione di Timor Leste, le milizie paramilitari spalleggiate dall’esercito di Giacarta cacciarono tutti noi giornalisti, per poter massacrare “in santa pace” gli inermi timoresi, senza scomodi testimoni della stampa, come poi in effetti fecero. Anche Maria, come diversi altri tra noi inviati, cercò di rientrare via terra, ma rimanemmo tutti bloccati nella parte occidentale dell’isola, rimasta sotto la sovranità dell’Indonesia islamica. Ma grazie alla sua straordinaria professionalità (e ai potenti mezzi della Cnn, come si diceva tra di noi, mentre si parlava di aerei privati messi a disposizione della sua squadra dal network americano) lei e la sua troupe fecero della Cnn la prima testata internazionale a ricominciare a mandare notizie dalla devastata capitale di Timor Est, Dili, diversi giorni prima dell’arrivo delle forze multinazionali. Quel referendum di ventidue anni fa diede il via al massacro, alla feroce repressione dell’esercito di Suharto e delle bande paramilitari. Ma i timoresi vinsero, dopo il sacrificio di un quarto dell’intera popolazione di Timor Est, più di 200.000 morti su meno di un milione di abitanti. Un genocidio.

Nel 2012, come ho detto sopra, Maria Ressa ha fondato il sito di notizie online Rappler, insieme ad altre tre colleghe e a un piccolo team di 12 giornalisti e sviluppatori. Rappler è diventato rapidamente uno dei primi siti Web di notizie multimediali nelle Filippine, ricevendo numerosi premi locali e internazionali. E nei confronti di Rappler, ma soprattutto contro di lei, ha giurato vendetta Rodrigo Duterte. Sotto la guida di Maria, Rappler è stato inflessibile nella critica alle politiche di Duterte, in particolare quelle sulla guerra alla droga, dimostrando che gli abusi venivano effettuati dalla polizia con l’approvazione dello stesso Duterte. Maria ha anche scritto del presunto “esercito di troll” online pro-Duterte che, secondo la sua ricostruzione, diffondeva notizie false e manipolava la narrativa attorno alla sua presidenza.

Nel luglio 2017, nel suo discorso sullo stato del Paese, Duterte ha dichiarato che Rappler è “al 100 per cento di proprietà degli americani e quindi viola la costituzione filippina”, aggiungendo: “Non solo le notizie di Rappler sono false, ma anche il suo essere filippino è falso”. Successivamente, nell’agosto 2017, la Securities and Exchange Commission (SEC) filippina ha avviato un’indagine contro Maria e nel gennaio 2018, ha revocato la licenza di Rappler. Il 22 gennaio 2018, Maria è comparsa davanti al National Bureau of Investigation (NBI) delle Filippine, per ottemperare a un mandato di comparizione su una denuncia per diffamazione online ai sensi del Cybercrime Prevention Act del 2012, una serie di norme liberticide che l’amministrazione di Duterte ha varato per punire le critiche nei confronti il presidente e i suoi alleati.

Nel giorno della solenne proclamazione dell’indipendenza di Timor Est,il 19 maggio 2002, incontrai di nuovo Maria. Alla mezzanotte e venticinque del 19 maggio 2002, osservammo la bandiera del nuovo stato di Timor Est indipendente che veniva issata ufficialmente per la prima volta. Allora un grande urlo, un boato, attraversò la grande spianata di Tacitolu, e centomila bocche urlarono all’unisono: «Viva Timor!», segnando la nascita di una nuova Nazione, il 189° membro delle Nazioni Unite: la Repubblica Democratica di Timor Est, arrivata alla libertà e alla democrazia dopo più di quattro secoli di dominio coloniale portoghese e 24 anni di invasione indonesiana, costata un prezzo altissimo in vite umane. Avevamo tutti gli occhi lucidi, tutti i reporter presenti provenienti da tutto il Mondo, invitati dal nuovo governo est-timorese indipendente, per festeggiare quel giorno straordinario. Fu un momento nel quale, ognuno di noi ebbe la sensazione che, nel nostro piccolo, con il nostro lavoro di reporter svolto anche a rischio della nostra vita nei momenti più drammatici per quel piccolo Paese, avevamo dato un aiuto, seppure modesto, a quel trionfo di libertà. Avevamo contribuito a “fare la differenza”.

Oggi, in Norvegia, l’accademia più prestigiosa del Mondo, insignendola del Nobel per la Pace, ha certificato che lei, Maria Ressa, col suo lavoro, la differenza l’ha sicuramente fatta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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