Maroni: "A Umberto lo avevo avvisato: attento a Renzo"

«Gli dicevano cose non vere su di me, sulla Lega, sui soldi, e lui ci ha creduto in buona fede perché, se ti fidi di qualcuno, gli credi. Negli ultimi mesi il nostro rapporto era teso anche perché cercavo di metterlo in guardia, gli dicevo che non era come gliela raccontavano. Ma lui non mi ha dato ascolto, pensava ce l’avessi con loro. Era un gruppo di persone che Umberto aveva intorno, molto vicine, e che a gennaio hanno cercato di farmi fuori. Non ci sono riuscite. Oggi lui ha capito che avevo ragione io e torto gli altri».

Non lo nomina esplicitamente, ma è chiaro che Roberto Maroni ce l'ha con quel «Cerchio magico» che negli ultimi anni ha fatto di tutto per boicottare la sua antica amicizia con Umberto Bossi: «L’ho conosciuto anche prima della seconda moglie (Manuela Marrone, ndr). Più che amico, un fratello maggiore». Ministro dell’Interno in quota Lega fino a pochi mesi fa, Maroni è stato prima con Bossi il fondatore del movimento, suo delfino annunciato, poi allontanato dai nuovi fedelissimi, ora papabile nuovo leader. A Vanity Fair, in un'intervista in edicola da mercoledì 11 aprile, racconta il cambiamento che l'ictus del 2004 ha provocato in Bossi: «Aveva sempre tenuto separato il partito da parenti e amici. E se ora dice: “Ai ragazzi dovevo preferire la Lega”, vuol dire che si è reso conto dell’errore».

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Lei è d’accordo?
«Assolutamente. Io ho tre figli che non fanno e non faranno mai politica. Mia figlia è un’insegnante elementare precaria, è una sua scelta. Gli altri due studiano ancora. E tenerli lontano dai riflettori, per me, è una priorità».

Lei su Renzo aveva mai detto qualcosa a Bossi?
«Sì. C’erano già stati episodi che dovevano metterlo in allarme. Non gravi come quello che sta venendo fuori, ma i segnali c’erano».

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Come s’immagina la Lega senza Bossi?

«Bossi resta, farà il presidente, non ha alcuna intenzione di mollare. Certo c’è bisogno di un ricambio generazionale: per fortuna abbiamo tanti giovani in gamba, la futura classe dirigente del partito».

C’è posto, tra loro, per Renzo il Trota?
«Forse non ci siamo capiti. Io parlo di quarantenni con vent’anni di Lega alle spalle, esperienza di amministrazione, equilibrio, maturità: i Tosi, i Cota, gli Zaia. Io stesso sono stato buttato a 37 anni a fare il parlamentare e dopo due anni ero ministro dell’Interno: mi sarei potuto schiantare se non avessi avuto, oltre alla fortuna, la capacità. La Lega deve tornare a essere il partito dove chi ha meriti emerge».

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