Mascherine Ffp2 fuori norma: la denuncia della società

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Dopo oltre un anno dall'inizio della pandemia, tutti noi ci siamo abituati a considerare le mascherine un indispensabile accorgimento per preservare la nostra salute e quella degli altri. Studi scientifici hanno dimostrato a più riprese che questi presidi sanitari, uniti al distanziamento sociale e al lavaggio frequente delle mani, costituiscono efficaci barriere per contenere il diffondersi del contagio. 

E' opportuno ricordare che non tutte le mascherine sono uguali. Accanto a quelle in tessuto che pur essendo spesso "fashion" non sono certificate ad uso sanitario, le più diffuse sono quelle chirurgiche, dal tipico colore azzurro, che hanno una capacità di filtraggio verso l’esterno molto elevata. Le FFP1, FPP2, FFP3 - indossate anche dal personale medico negli ospedali - garantiscono una capacità di filtraggio dell’aria inspirata ed espirata ancora superiore (e costano di più di quelle chirurgiche). 

In particolare, le mascherine FFP2 e le FFP3 senza valvole (le valvole espellono l’aria espirata senza filtrarla) proteggono in modo davvero significativo sia chi le indossa sia le persone nelle vicinanze. Ma l'importante è che siano certificate correttamente.

Secondo quanto rivela il "Corriere della Sera", la maggior parte delle mascherine FFP2 in commercio sarebbero fuori norma. A segnalarlo al quotidiano milanese è stata una società internazionale di import-export dell’Alto Adige, che ha fatto fare una serie di test poi controllati da un laboratorio sull’efficacia dei dispositivi di protezione individuale.

Stando ai dati forniti dal quotidiano, la società avrebbe dimostrato che un buon numero delle mascherine analizzate non avrebbe superato la prova del cloruro di sodio e dell’olio paraffina, test che serve per verificarne la capacità di filtraggio, mentre alcune non sono state nemmeno in grado di contenere il respiro.

La verifica è stata effettuata su circa una ventina di modelli certificati con il marchio CE2163, codice rilasciato dalla Universalcert, un laboratorio di Istanbul, in Turchia.

“Da quando è iniziata la pandemia si sono moltiplicati i clienti che vogliono importare dispositivi di protezione dall’Asia. Il punto è che la maggior parte del materiale in commercio non corrisponde alle certificazioni“ sottolinea la società.

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Il controllo, anche se non obbligatorio, spetta all'Iss, ma in questo momento di emergenza l'iter è stato bloccato. Come spiega Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione Microbiologi Clinici italiani i prodotti sanitari per ricevere il lasciapassare nel nostro continente devono seguire un percorso: “In sostanza chi produce mascherine e le vuole vendere in Europa deve rivolgersi a un laboratorio europeo accreditato per la certificazione. La documentazione va quindi inviata all’apposito ufficio della Comunità europea dove viene rilasciato il marchio CE. A questo punto tutti gli stati membri sono autorizzati ad acquistare le mascherine”.

“Purtroppo non esiste un percorso di controllo a livello centrale” aggiunge Clerici che sottolinea la necessità di enti di certificazione per le mascherine come l’Ema in Europa e all’Aifa in Italia per vaccini e farmaci.

Il microbiologo ha poi rincarato la dose: "L’epidemia ha mostrato tutti i limiti del marchio CE. Sarebbe opportuno che il marchio CE non fosse solo l’acquisizione di un’autocertificazione, ma fosse una valutazione reale a monte di quanto dichiarato dalle aziende. Le criticità esistono soprattutto con le mascherine Ffp2, più complesse da produrre mentre in genere con le chirurgiche lo scostamento tra il dichiarato e l’ atteso è minimo”.

“Il messaggio che vogliamo lanciare è di fare molta attenzione alla merce che si trova sul mercato: in questa fase una buona mascherina può fare la differenza tra la vita e la morte" ha concluso.

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