Maschio, femmina, bianchi, eterosessuali. Uguale, razzisti

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(Photo: JOSEP LAGO via AFP via Getty Images)
(Photo: JOSEP LAGO via AFP via Getty Images)

Da qualche tempo, anche in Italia, l’essere maschio ed eterosessuale, è associato a un’altra chiara crudeltà: l’essere bianco. La definizione di “maschio bianco eterosessuale” può essere scagliata come un’accusa in qualsiasi momento di una discussione tra signore e signori avvezzi alle guerre culturali e lascia il maschio bianco eterosessuale, anche italiano, davanti a una sola scelta, riconoscere il peccato.

Come tutto, anche questo viene dagli Stati Uniti d’America. Anche se lì c’è una lunga storia di segregazione razziale a giustificarne l’uso. Mentre in Europa la storia è andata diversamente. Finora, almeno. Perché al riguardo sono in corso interessanti aggiornamenti.

Il più radicale l’ha condotto Tyler Stovall, autorevole storico della Francia, già presidente dell’American Historical Association, con un saggio dal titolo “White freedom”, Libertà bianca, nel quale sostiene che l’idea di libertà elaborata dall’illuminismo, dunque nel cuore della civiltà europea, e poi dalle due rivoluzioni moderne, quella americana e quella francese, “è un’ideologia che può essere, e storicamente è stata, razzista”. Tanto che scrive: “I concetti dominanti di libertà emersi in quel periodo hanno l’inconfondibile marchio dell’ideologia razziale”.

L’argomento è che l’idea di libertà nata dall’illuminismo sia stata creata in opposizione a un altro ideale di libertà, connotato negativamente: un’idea di libertà selvaggia, incarnata simbolicamente, nel “Peter Pan” di J. M. Barrie (opera che Stovall viviseziona), dai bambini perduti nell’Isola che non c’è, dai pirati, dai pellerossa, ossia gruppi di persone indipendenti da qualsiasi potere costituito. Contro questa idea di libertà senza freni, che le società liberali temono in particolar modo, dice Stovall, si è costruita una libertà addomesticata, fatta di regole, limiti, procedure, che è poi la libertà sancita da pressoché tutte le carte costituzionali dei paesi occidentali. Una libertà che è razzialmente bianca, secondo Stovall, perché creata in contrapposizione a quell’altra idea di libertà, da sempre associata allo straniero, al diverso, al nero, al mulatto, insomma a tutto ciò che non è bianco.

Messa così la storia della libertà, i maschi bianchi eterosessuali sono senza scampo. Però, neanche le donne bianche se la passano bene. In particolare, se sono femministe. A imputargli una responsabilità precisa è Rafia Zakaria. Editorialista e attivista di origini pachistane, formazione statunitense, Zakaria ha scritto un libro contro il femminismo bianco intitolato proprio così: Against white feminism, da poco pubblicato ovviamente in America e Inghilterra, ma anche in Germania e Portogallo, appunto perché la questione non è più solo anglosassone.

Secondo Rafia Zakaria, anche nel femminismo “c’è una gerarchia razziale”. Al vertice, stanno le femministe bianche. Sotto, tutte le altre. La colpa delle bianche, scrive in una pagina particolarmente dura, è che “hanno voluto la parità con gli uomini bianchi a ogni costo, incluso il dominio sulle persone di colore”. La tesi di Zakaria è che il femminismo classico abbia creato un modello femminile che è ritagliato sull’esperienza, i valori, i sentimenti e le idee delle donne bianche, ovvero donne solitamente privilegiate, il cui vissuto esclude e subordina di per sé le altre possibilità di essere donna: cioè nera, immigrata, asiatica, trans, eccetera.

Questo libro, da un certo punto di vista, offre un sollievo al “maschio bianco eterosessuale”, perché non parla mai di lui. Dall’altro lato, però, sottolinea che sì il maschio, sì la femmina, ma è l’essere “bianco” in sé che sta assumendo il carattere del sopruso, a qualunque altra cosa sia associato, la libertà, la rivoluzione, le donne, il sesso, la cultura, la scultura, e forse anche la ginnastica acrobatica.

In questo nuovo genere di studi, l’insistenza sul “bianco” esclude alla radice l’esistenza di principi universali, dentro i quali tutti si possono riconoscere, e che tutti possono rivendicare, indipendentemente dal colore della pelle. Per esempio, il principio affermato dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789 – l’idea che “tutti gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali” – è un principio che ancora oggi scardina qualsiasi tipo di supremazia, razziale, sessuale o religiosa. Proprio perché parla di “tutti”. E nessuno può essere escluso.

Il femminismo ha lottato per affermare che anche tutte le donne (non solo gli uomini) nascono e rimangono libere ed eguali. Ma anche questo oggi viene connotato razzialmente. Con quale risultato? Di allargare o di restringere la discriminazione tra persone? Di estendere o di circoscrivere in categorie sempre più strette la libertà? Sono questioni che questi studi non si pongono. Forse perché sono più preoccupati di decostruire il sistema che di metterlo a posto. O forse perché sono domande che non verrebbero mai in mente a nessuno, se non a un maschio bianco eterosessuale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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