Massimo Ammaniti: "Umanizziamo gli ospedali, i medici fanno un lavoro usurante"

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Courtesy to Massimo Ammaniti (Photo: Courtesy to Massimo Ammaniti)
Courtesy to Massimo Ammaniti (Photo: Courtesy to Massimo Ammaniti)

“Dopo quasi due anni di pandemia è arrivato il momento di riconoscere ai medici e agli infermieri il grande ruolo che hanno avuto. Pensiamo alle code delle ambulanze davanti ai Pronto Soccorso, agli assalti No Vax, agli oltre 130mila morti di Covid. Dobbiamo capire quanto sia importante umanizzare gli ospedali e riconoscere ai medici che fanno un lavoro usurante”. Massimo Ammaniti, psicoanalista e neuropsichiatra infantile, parla ad HuffPost di quanto sia necessario sostenere il personale sanitario nella capacità di gestire se stessi e il paziente. “Serve una terapia sistemica per medici, infermieri e ospedali. Andiamo nelle situazioni traumatiche, creiamo un clima quotidiano più vivibile per loro. E organizziamo i reparti nel modo più adeguato e coerente”, dice Ammaniti.

Un dato più di tutti colpisce. Secondo un’analisi di Lavoce.info, uno dei settori dove si verifica maggiormente il fenomeno delle dimissioni volontarie è nel comparto sanità/sociale (+44%). Il dato sembra riflettere l’allarme lanciato dai sindacati in questi ultimi due anni pandemici: operatori sanitari impegnati in prima linea nell’emergenza - in tante parti del mondo, tra cui anche l’Italia - hanno preferito rassegnare le dimissioni dal lavoro, fortemente provati dagli sforzi fisici e psicologici. Nel pieno della pandemia, i racconti erano comuni: paura per se stessi, paura di portare il virus a casa, paura degli estranei nei loro confronti. Il tutto in una quotidianità drammatica, a stretto contatto con morte e sofferenza, tra turni pesanti e condizioni fisiche provanti. La rivista The Lancet ha sottolineato più volte il fatto che i sanitari siano diventati tra le categorie professionali più esposte allo stress lavorativo ed è pertanto importante realizzare interventi in grado di tutelare il loro stato di salute fisico ed emotivo.

Professor Ammaniti, perché il personale sanitario è in crisi?

“Il fenomeno è iniziato quasi due anni fa e adesso si sta ingigantendo. I medici si sentono vulnerabili, minacciati e in pericolo. Hanno visto pazienti, colleghi e familiari non farcela contro il Covid. Lottano ogni giorno, esattamente come chi è sul fronte di guerra. Hanno visto tantissime persone entrare e morire dopo poco, e ora vedono bambini e adolescenti ricoverati anche nelle terapie intensive. Un oncologo, un cardiologo, un responsabile di Pronto Soccorso, mette in conto che si possano perdere delle battaglie contro la malattia, ma sono di più quelle che si vincono. Il medico in questi casi si sente efficace, con il Covid no. Ho parlato con molti di loro e sono persone usurate, in gravi difficoltà psichiche. E non solo sono molto responsabilizzati dal punto di vista professionale ma anche personale. Considerando che ai familiari non è concesso l’accesso al reparto, in molti casi sono diventati l’unico riferimento per i ricoverati e per i loro cari. Ho visto un infermiere comporre il numero e dare il cellulare al paziente per parlare con la famiglia. Alcuni medici si sono trovati perfino ad aiutare i familiari a cercare i propri parenti che non si sapeva neanche in che reparto fossero stati ricoverati. Sono esperienze drammatiche. Lavorare in queste condizioni è terribile”.

Dopo due anni di guerra, medici e infermieri sono provati. Cosa si può fare?

“Parliamo di una morte che non è come quella che avviene in qualsiasi reparto, è improvvisa e solitaria. I medici e gli infermieri hanno vissuto il Covid, esposti alle sofferenze h24. Uno dei tanti video pubblicati in questi mesi mostra un anziano piangere per la nostalgia della moglie, il dottore si è sentito come spinto ad abbracciarlo, a stargli accanto. Sono molti i medici che hanno avuto e vissuto una risonanza emotiva molto forte in questo periodo, e il motivo è legato a una scoperta importante degli ultimi anni, ovvero i “neuroni specchio”. Nel cervello di chi vede una persona che sta soffrendo si attivano i circuiti cerebrali corrispondenti a quelli di chi sta male. Con il Covid c’è un surplus di sofferenza, se consideriamo che i pazienti in condizioni disperate sono tantissimi”.

Lei dice: i nostri medici erano impreparati a tanta sofferenza, aiutiamoli in maniera strutturale.

“I reparti ospedalieri e anche i corsi di laurea in medicina non sono organizzati per aiutare i futuri professionisti a lavorare su loro stessi e a metabolizzare queste esperienze emotive drammatiche. Il grande psicoanalista Michael Balint, aveva organizzato i cosiddetti “gruppi Balint”, dove invitava i medici ad affrontare la relazione con i pazienti e a capire le proprie risonanze emotive, così da poterle elaborare, per evitare i coaguli emotivi che poi finiscono per ristagnare dentro se stessi. Senza qualcosa del genere, al nostro personale sanitario non resta che mettere in atto una sorta di postura difensiva: diventano più duri e distaccati per non stare troppo male e per non andare in contro a uno stress traumatico”.

Cosa comporta tutto questo?

“Questo porta il medico a non riconoscere la sofferenza dei pazienti. Non è mancanza di buona volontà, è piuttosto un modo di difendersi. Ma non possiamo consentire che accada. L’empatia è fondamentale nella cura. Nella mia esperienza ho realizzato i gruppi di Balint nelle terapie intensive neonatali e infantili, e questa esperienza aiutava molto i medici a riflettere sul rapporto che hanno con i pazienti e a confrontarsi su questo. Non solo bisognerebbe attivarli nelle strutture ospedaliere, ma servirebbe attrezzare le facoltà di Medicina per formare i futuri specialisti anche nella capacità di entrare in rapporto con se stessi e i malati”.

E se l’età si abbassa dei ricoverati la situazione peggiora?

“I medici rischiano la sindrome di Burn-out, ovvero possono andare in contro a delle situazioni di esaurimento, di stress traumatico. Una delle conseguenze può essere la perdita di motivazione per il lavoro: si assume un atteggiamento di distanziamento che in molti casi porta anche alle dimissioni. Possono conseguire stati depressivi più evidenti, o celati. Si soffre di stanchezza, le gambe sono pesanti, e molto spesso ci sono anche sintomi psicosomatici, come sindrome delle gambe pesanti, disturbi gastrici o del sonno. Quando si instaura una sindrome post traumatica, allora possono capitare anche flashback, e la mente torna ai morti e alle sofferenze. È necessario riconoscere ai medici che svolgono un lavoro usurante: hanno bisogno di più di ferie, di qualche pausa per se stessi, di sostegno. Perché quello che hanno vissuto con il Covid è stata una situazione talmente estrema da rendere difficile riuscire a chiudere quell’esperienza e a riprendere la propria vita”.

Se poi consideriamo il fenomeno No Vax la situazione peggiora?

“Ci sono i No Vax, i ricoverati No Vax, i medici e gli infermieri No Vax. Tutti con il proprio carico di odio e di risentimento. Sono costretti a stare lì e non riconoscono la necessità di farsi curare o di curare. E questo genera tanta frustrazione nel personale sanitario. Questa carica di odio intossica loro ed è contagiosa, perché la rabbia è una cosa, l’odio invece suscita negli altri conseguenze negative. Così come abbiamo aiutato i pazienti ad abbracciare i propri familiari attraverso una tenda di plastica, aiutiamo anche il personale sanitario a vivere una situazione emotiva e lavorativa più adeguata”.

Ma come può un infermiere o un medico diventare No Vax?

“I recenti studi internazionali sul tema ci dicono che tra chi non si vaccina c’è un 5-6% che è No Vax. Poi c’è un gruppo più grande, che non ha le caratteristiche mentali dei No vax, ma sono persone con la fobia di farmaci e vaccini. Sono quelli che ricorrono a cure alternative e all’omeopatia. E in queste ricerche rappresentano il 20-25% della popolazione. Non si nutrono di odio ma hanno ansia e paura. Il No vax invece ha una personalità che diffida dagli altri, non ha fiducia, è sospettoso e immagina che dietro ogni cosa ci sia sempre un’intenzione negativa. Basti pensare a chi dice che questa pandemia sia stata provocata appositamente per ridurre gli abitanti della terra, una sorta di genocidio di massa programmato. E vede nel vaccino l’arma del demonio. Chi ragiona per ipotesi, prima di dire che queste possano essere attendibili, le verifica. Il No Vax invece afferma le cose e, soltanto perché le afferma, crede siano vere. Basta una fake news per sentire dalla propria parte la ragione”.

Umanizzare gli ospedali e aiutare i medici ci consentirebbe anche di prepararli ad affrontare i No Vax.

“Preoccuparci dei medici significa trovare il modo di aiutarli. Andiamo nelle situazioni traumatiche, creiamo un clima quotidiano più vivibile per loro. Organizziamo i reparti nel modo più adeguato e coerente. Guardiamo oltre il momento e pensiamo a una modifica strutturale dei reparti ospedalieri. Negli anni ’50 del secolo scorso i bambini venivano ricoverati senza i genitori. E i pediatri ritenevano che i bambini smettessero di piangere per l’assenza della mamma o del papà perché ormai si erano adattati alla situazione. Ma non era così: non piangevano perché avevano sviluppato uno stadio depressivo. Abbiamo combattuto e fatto in modo che potesse essere presente la mamma durante il ricovero dei figli. E la situazione è radicalmente cambiata. Facciamo lo stesso con i reparti: umanizziamoli. Sosteniamo i medici nella capacità di gestire se stessi e i pazienti. Rendiamo la nostra sanità un’eccellenza anche dal punto di vista della capacità di accoglienza e di creare un clima più adatto alle persone che sono malate e vivono delle situazioni di grande disagio”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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