Materie prime costose e carenza di chip rallentano il gigante Cina

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Xi Jinping, general secretary of the Communist Party of China CPC Central Committee, Chinese president and chairman of the Central Military Commission, delivers an important speech at a ceremony marking the 100th anniversary of the founding of the CPC in Beijing, capital of China, July 1, 2021. (Photo by Xie Huanchi/Xinhua via Getty Images) (Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)
Xi Jinping, general secretary of the Communist Party of China CPC Central Committee, Chinese president and chairman of the Central Military Commission, delivers an important speech at a ceremony marking the 100th anniversary of the founding of the CPC in Beijing, capital of China, July 1, 2021. (Photo by Xie Huanchi/Xinhua via Getty Images) (Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)

Vent’anni fa in Cina c’erano “solo” 400 milioni di televisori. L’11 dicembre del 2001 erano tutti sintonizzati su una lunga diretta, programmata in ogni dettaglio da molti mesi tutti i network cinesi e diffusa dalla Manciuria al Tibet. Trasmetteva integralmente la cerimonia del voto che, alla Conferenza di Doha, avrebbe decretato l’ingresso ufficiale di un miliardo e trecento milioni di cinesi (erano quasi quanto oggi) nella grande famiglia del Commercio Mondiale. Al Governo di Pechino del tempo ci erano voluti oltre 15 anni di estenuanti trattative, ma alla fine – un quarto di secolo dopo l’avvio delle riforme economiche – la Cina entrava trionfalmente nell’universo globale del libero scambio, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, dando il via a una crescita che non si sarebbe più arrestata. Se si cerca la data fatidica, il momento storico in cui – in qualche modo – è “nata” la Cina che conosciamo oggi, non dobbiamo cercarla in altri momenti di svolta del gigante asiatico, bensì in quel giorno di dicembre di vent’anni fa.

Oggi, vent’anni più tardi, la Cina non accenna a fermarsi ed ha annunciato i dati del suo Pil, +7,9 per cento nel secondo trimestre, +12,7 nei primi sei mesi: impressionante e travolgente, ma non come al solito. Insomma, secondo i numeri resi pubblici oggi dal National Bureau of Statistics (NBS), Pechino cresce (malgrado la crisi mondiale della pandemia e la crisi commerciale e politica internazionale con l’Occidente e gli Usa in particolare) ma – si potrebbe chiosare – “anche no”. Il Pil segna un modesto +1,3% rispetto al primo trimestre del 2021. L’economia del Dragone quindi sale, ma la ripresa ha rallentato poiché il paese ha dovuto far fronte all’aumento dei prezzi delle materie prime e alle interruzioni della catena di approvvigionamento.

Nei mesi scorsi, vi erano stati diversi segnali che anticipavano l’attuale situazione. I prezzi record delle materie prime hanno fatto lievitare il costo industriale delle produzioni ai livelli più alti in oltre un decennio, mentre le interruzioni della catena di approvvigionamento causate dagli arretrati di spedizione e dalla carenza di energia hanno frenato la produzione in fabbrica. Anche la crescita nel settore dei servizi è rallentata di recente, poiché i focolai della variante Delta del Covid-19 nel sud della Cina e le successive misure di contenimento hanno frenato l’attività dei consumatori e delle imprese.

“Stiamo affrontando un complicato contesto nazionale e internazionale, in particolare un aumento dei prezzi delle materie prime, che ha esercitato una significativa pressione sui costi delle imprese”, ha ammesso Liu Aihua, portavoce del NBS, in una conferenza stampa a Pechino stamattina, citando la necessità di “gestire correttamente” i rischi e aiutare le piccole e medie imprese a crescere. Comunque, il portavoce dell’Ufficio Centrale di Statistica cinese non ha voluto rinunciare ai toni trionfalistici, ripresi anche in un editoriale del quotidiano del Partito, il Global Times: “L’economia cinese ha sostenuto una ripresa costante con produzione e domanda in aumento, occupazione e prezzi stabili, nuove forze trainanti che prosperano rapidamente, qualità ed efficienza in aumento, aspettative di mercato in miglioramento e i principali indicatori macro che rimangono entro un intervallo ragionevole”, ha insistito Liu, che ha concluso la conferenza stampa affermando: “L’economia nazionale ha assistito a una crescita costante e solida”.

Altri dati importanti diffusi oggi riguardano la produzione industriale, in particolare quella nei settori manifatturiero, minerario e dei servizi di pubblica utilità, cresciuta a giugno dell′8,3% su base annua. Nel secondo trimestre la crescita è dell′8,9% su base annua, mentre la prima metà dell’anno la crescita tendenziale è del 15,9%. Le vendite al dettaglio sono cresciute del 23 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre nel secondo trimestre sono aumentate del 13,9 per cento. Gli investimenti in immobilizzazioni – un indicatore della spesa su voci che includono infrastrutture, immobili, macchinari e attrezzature – sono cresciuti del 12,6 per cento nel periodo gennaio-giugno rispetto a un anno prima. Molto interessante il dato sul tasso di disoccupazione censito – anche se non include i dati che riguardano decine di milioni di lavoratori migranti - che è del 5% a giugno, stabile rispetto al mese precedente. La Cina ha fissato l’obiettivo di creare 11 milioni di nuovi posti di lavoro urbani e un tasso di disoccupazione urbana massimo al 5,5% per quest’anno, un obiettivo che potrebbe raggiungere facilmente.

Nel complesso, quindi, l’economia cinese sembra essere sulla buona strada per la ripresa, con l’obiettivo di crescita annuale del 6% a portata di mano. Tuttavia, i rischi al ribasso e strutturali della domanda interna sono preoccupanti. La crescita del credito a lungo termine è rimasta debole poiché il governo implementa politiche per controllare la leva finanziaria e calmierare la bolla immobiliare. Vale la pena di notare che gli investimenti negli acquisti di attrezzature si sono ridotti dello 0,8% da inizio anno a giugno, anche se gli investimenti in infrastrutture sostenuti dal governo stavano ancora crescendo di oltre il 30% da inizio anno.

La lentezza degli investimenti negli acquisti di apparecchiature potrebbe essere dovuta alla carenza di semiconduttori e/o alla mancanza di fiducia nella futura crescita economica. Sul piano interno, nonostante la pressione derivante dalla guerra tecnologica con gli Usa, la Cina sta riformando le fintech e la privacy dei dati, oltre a ridurre l’indebitamento del settore immobiliare. Elementi che eserciteranno una pressione al ribasso sulla crescita nel breve termine, ma ridurranno i rischi per l’economia e il sistema finanziario cinese in futuro. Inoltre, oggi, la Banca centrale cinese ha annunciato un’importante manovra per la liquidità, con il taglio del costo del denaro di 0,5 punti. Era dalla metà del 2020 che la Cina non adottava una simile misura, tornando così sui suoi passi rispetto a una consolidata politica monetaria prudente.

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, ha affermato che per ora non sono in agenda colloqui tra Washington e Pechino ad alto livello sui temi commerciali e tecnologici, mentre 25 società cinesi, tutte nel settore tecnologico, sono state recentemente aggiunte alla Black List Usa. Il Giappone ha anche affermato che si schiererà con gli Stati Uniti per contenere l’ascesa della Cina nell’area tecnologica. Una presa di posizione “pesante”, quella di Tokyo, che influenzerà il modo in cui Pechino riuscirà procurarsi i componenti elettronici necessari per fabbricare i propri prodotti tecnologici.

Le difficoltà cinesi nell’approvvigionamento di chip poi aprono sempre più il campo a scenari molto minacciosi nei confronti della “questione Taiwan”. La volontà di riunificare “l’isola ribelle” da parte di Pechino, infatti, non è ormai soltanto una questione di orgoglio nazionale ma rischia di diventare una necessità vitale per la seconda economia del Pianeta, considerato che proprio Taiwan è leader mondiale nella produzione di questi preziosi elementi elettronici, essenziali per la fabbricazione di qualsiasi apparato tecnologico, compresi quelli destinati alla difesa militare. Pechino, insomma, difficilmente rinuncerà alla ghiotta doppia opportunità di mettere le mani sui chip taiwanesi e tagliare al tempo stesso l’esportazione di questi preziosi componenti verso gli Usa.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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