Web, Matrice digitale: La guerra si combatte anche sui social

Image from askanews web site
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Roma, 18 lug. (askanews) - I social network sono ormai l'avamposto, il luogo dove si affrontano diverse correnti di pensiero per affermare le proprie convinzioni. La guerra a colpi di post tra vax e no vax ha rappresentato il culmine della partecipazione e ora lo stesso refrain si ha fra anti Putin e pro Putin: "La propaganda -spiega Livio Varriale, data journalist e direttore di Matrice Digitale, si articola sulle pubblicazioni di singoli attivisti, enti governativi e think tank all'interno dei profili, gruppi o pagine che i social forniscono come strumento. E' una attività naturale, a maggior ragione in un periodo di guerra, che tende a enfatizzare modelli utili a unire i paesi e i loro cittadini, coinvolti nel perseguimento degli obiettivi di unità nazionale. In poche parole, è un'azione militare parallela alla guerra combattuta sul campo ed è per questo che utilizza strumenti di delegittimazione e di offuscamento delle informazioni con azioni anche impopolari, soprattutto per i paesi democratici. Si serve anche della disinformazione, ma è chiaro che oggi, con Internet, è più facile verificare le notizie dall'una e dall'altra parte. Il problema con il conflitto ucraino però è la lingua: essendo sia il russo e sia l'ucraino molto complicati da tradurre per noi occidentali, è facile andare incontro a errori di traduzione e comprensione".

Il fenomeno, spiega una nota, ovviamente è mondiale ma si sviluppa, con regole precise, anche nel nostro Paese: "Nel mondo dell'informazione italiana -continua Varriale- i social più utilizzati sono Facebook, Twitter e TikTok. Nessuno esclude l'altro, anzi, si completano tra loro. Facebook è oramai un social morto nello svolgimento di attività di informazione e lo dimostrano le regole sempre più stringenti imposte dalle policy di Meta. Molti giornalisti vengono penalizzati e tartassati da blocchi o ban inspiegabili, su cui non è possibile nemmeno fare appello. Twitter è molto più libero dal punto di vista della libertà di espressione ed è il canale preferito da istituzioni, reporter, accademici e propagandisti per diffondere il proprio pensiero. Ma ha un limite: il numero degli utenti non è paragonabile a quello dei grandi attori come Meta e Tik Tok. Proprio quest'ultimo ha trovato maggiore forza e autorevolezza dopo i ban dei contenuti russi voluti dall'UE, ed ospita oggi una fetta importante dell'informazione alternativa a quella della propaganda occidentale. YouTube, come Facebook, ha chiuso lo spazio ai contenuti russi mentre ospita il canale ufficiale della propaganda Ucraina e solo notizie di fonti di informazione Occidentale".

Particolare invece il ruolo di Telegram: "Chiamiamo le cose con il loro nome -afferma Varriale. Telegram non è un social network, ma un programma di messaggistica dove è possibile automatizzare in modo più efficace i processi di distribuzione delle informazioni. Telegram ha profili, gruppi e canali. Lì la propaganda si serve dei canali dove è prediletta la comunicazione "uno a molti" senza che ci sia un dibattito, a meno che non si creino gruppi finalizzati non solo ad affrontare discussioni divisive, ma a fornire un servizio come quello della vendita, di merce illegale, o addirittura pianificare azioni eversive. Telegram, inventato da un russo quasi esiliato, ha sede a Dubai e questo gli garantisce maggiore fiducia da parte degli utenti. Proprio per questo rappresenta un forte rischio per la diffusione della disinformazione più che della propaganda. La Corte costituzionale brasiliana, ad esempio, durante le prossime elezioni ha costretto Telegram a una maggiore correttezza nella veicolazione delle informazioni. Anche l'Iran ha preso seri provvedimenti contro dei manifestanti che avevano pianificato delle proteste, nate dalla diffusione di notizie false. La Cina, invece, minaccia la piattaforma di oscurarla da Taiwan e Hong Kong. Si stanno quindi prendendo dei seri provvedimenti anche su quella piattaforma considerata libera ed erroneamente giudicata più sicura".

Uno scenario ben definito e a tratti preoccupante che guarda alle prossime elezioni politiche italiane: "Le elezioni italiane -sostiene Varriale- faranno i conti con un periodo di crisi ancora più grave di quella che stiamo annusando oggi, sia sul fronte energetico sia su quello alimentare che dell'inflazione mai così alta dal 1986. Non mancherà un fronte di cittadini delusi anche dai risultati nella lotta al Covid, soprattutto per il ricorrere ad altre vaccinazioni, e spero non si parli più di guerra, altrimenti sarà un fattore ulteriore che getterà altro veleno nelle informazioni che circoleranno sui social. La strategia di associare la disinformazione alla propaganda, in Europa sta insinuando una sorta di Ministero della Verità che esclude alcune fonti dal contribuire a stabilire l'oggettività di una notizia".

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