Mattarella blocca la fuga di Mittal

Giuseppe Colombo
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Partiamo dall’epilogo, dall’appuntamento. Venerdì, Lakshmi Mittal e Aditya Mittal, i due pesi massimi del colosso dell’acciaio che ha deciso di abbandonare l’ex Ilva di Taranto, ritorneranno a palazzo Chigi. Dall’ultima volta sono passati dodici giorni, un tempo lunghissimo se confrontato a uno smantellamento già avviato e  all’urgenza di una questione che è economica, sociale e politica, insomma una questione nazionale. E veniamo alla genesi. Il regista che ha bloccato la fuga di Mittal è Sergio Mattarella. Un incontro con i leader di Cgil, Cisl e Uil al Quirinale sancisce il cambio di passo di una vicenda bloccata per due settimane tra i niet dei 5 stelle, l’impossibilità di Conte di arrivare a una sintesi e l’intransigenza dell’azienda. La linea: l’Ilva è un grande problema nazionale che va risolto con tutto l’impegno e la determinazione. Da una parte il Colle. E dall’altra l’offensiva giudiziaria. Le procure di Milano e di Taranto mettono paura ai franco-indiani. 

Sono le otto di sera quando Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo lasciano il Quirinale al termine di un incontro con il capo dello Stato durato mezz’ora. Pochi minuti prima di varcare il portone, l’amministratore delegato di Mittal, Lucia Morselli, ha preso in mano il telefono per comunicare ai delegati delle Rsu di Taranto che la procedura di spegnimento degli altoforni a Taranto è sospesa. E qui si incastra l’altro elemento decisivo che ha riattivato una trattativa finita fino ad oggi su un binario morto: il ruolo della magistratura. Dal Tribunale di Milano arriva una raccomandazione perentoria: in attesa dell’udienza del 27 novembre, data del primo scontro in aula tra il governo e Mittal, l’azienda non deve fermare l’operatività degli impianti. Chi ha avuto modo di sondare gli umori degli affittuari dell’ex Ilva spiega che è stato questo il passaggio determinante nell’indurre i vertici a fermare un cronoprogramma che...

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