Il discorso di Mattarella: una ricostruzione morale per l'Italia

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Photo: Giandotti uff Stampa / AGF)

C’è un esprit moroteo, nel cuore di questo messaggio di Mattarella in occasione della Festa della Repubblica, dove si evoca “qualcosa che viene prima della politica e ne segna il limite”. Quel qualcosa “che non è disponibile per nessuna maggioranza e nessuna opposizione” è “l’unità morale del Paese, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro”. Non “una generazione contro l’altra”, “un territorio contro l’altro”, “un ambiente sociale contro l’altro”. Parole dietro le quali, traducendo la poesia in prosa, non è difficile leggere la preoccupazione per la confusione, anzi diciamo le cose come stanno, per il gigantesco casino istituzionale di questi giorni: le regioni in ordine sparso, la ridda di ordinanze, i passaporti sanitari, le risse sui dati di contagio, insomma il quadro di sfarinamento della fragile impalcatura unitaria, figlio appunto della perdita del senso del limite.

E c’è tutta un’antica sapienza repubblicana nel riferimento allo “spirito costituente”, alla capacità mostrata dalle forze politiche, nel dopoguerra, di condividere valori e principi su cui ricostruire l’Italia, sia pur in quadro di contrapposizione ideologica. Un “nuovo inizio”, fondato sul cemento dell’“unità morale” che ha consentito di ricostruire il Paese su basi nuove, che lo ha tenuto assieme nei momenti più difficili della sua storia e che consente ancora oggi di farci “riconoscere legati da un comune destino”.

È in questo nesso tra l’allora e l’oggi, tra l’allora come lezione per l’oggi, e in questo aggettivo “morale” il senso profondo del messaggio. L’attualità del 2 giugno come il simbolo della ricostruzione, non solo economica, sociale, ma morale del Paese, intesa come senso di una missione comune in cui, come si suol dire con una frase abusata, ognuno ha il dovere di fare la sua parte. È icastico il contrasto, forte quanto una denuncia esplicita, tra la profondità e l’ancoraggio storico del discorso e una politica affogata nel presentismo, affannata nella ricorsa dell’evento, subalterna alle logiche della comunicazione, alla cultura dei sondaggi, incapace di una poetica di futuro.

Anche qui, traducendo la poesia in prosa, non è difficile leggere i tanti limiti di una classe dirigente incapace di un discorso di verità e prospettiva alla nazione, forse nel momento più difficile della sua storia. Ed è altrettanto legittimo sottolineare come l’intero impianto del messaggio sia una potente difesa della sacralità laica del 2 giugno, di fronte alla bestemmia populista di una Festa della Repubblica ridotta a set per una propaganda di parte con la manifestazione della destra che, di tutti i giorni che poteva scegliere per manifestare contro il governo, ha scelto proprio il giorno che fissa, in tal modo una rottura politica, semantica, culturale.

Non è un dettaglio demodé: diceva lo storico Renan che la nazione è un plebiscito di tutti i giorni, di una comunità che quotidianamente rinnova le ragioni dello stare assieme e si nutre di simboli, linguaggi, cultura comune. Una manifestazione di parte, in un luogo simbolo, in un giorno simbolo, con annesse polemiche dell’altra parte come è scontato che sia, è un altro non banale elemento di sfarinamento del quadro unitario.

 

 

Mattarella è Mattarella, un presidente interpreta il suo mandato come autorità morale che rinuncia all’interventismo politico. Tuttavia, nella traduzione di un discorso alto, è possibile vedere nelle indicazioni per la politica: il “coraggio” di misurarsi con un qualcosa di inedito, a interrogarsi su sentieri mai percorsi, la “prudenza” per non vanificare gli sforzi e i risultati raggiunti grazie a una straordinaria prova degli italiani, la “tempestività” nelle scelte, che evoca l’urgenza economica e sociale di un paese dove crolla il Pil e chiudono le imprese, la “lungimiranza”, che impone la necessità di un orizzonte di futuro oltre la gestione dell’emergenza. In tal senso è davvero il discorso di un “cambio di fase”, che impone a tutti, tutti, un salto di qualità. Fuor di retorica, il paragone con l’Italia del ’46 che esce dalla seconda guerra mondiale reca in sé tutto il pathos della tragedia e tutta la necessità di un’assunzione di responsabilità. Chiamatelo come volete, “invito”, “appello”, “ammonimento”, “lezione” per chi è disposto ad ascoltare e recepire, nel timore che, a proposito di date simbolo, più che lo spirito del ’46 il paese precipiti in un nuovo 1919.

 

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