Maurizio Cattelan: “La pandemia ha reso nuovamente visibile la morte nelle nostre vite"

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Maurizio Cattelan  Blind, 2021 (Photo: Agostino Osio)
Maurizio Cattelan Blind, 2021 (Photo: Agostino Osio)

Un giardino verde e ben curato su cui spicca “La sequenza” realizzata da Fausto Melotti con moduli identici, simbolo dell’architettura classica e razionalista. Pioggia e sole, caldo e vento che si alternano senza regole precise. Non siamo a Firenze - dove l’opera venne esposta per la prima volta al Forte Belvedere - ma a Milano, in quello spazio immaginifico e sempre suggestivo che è Pirelli HangarBicocca dove tutto si sperimenta e dove tutto può ancora accadere. Come, ad esempio, far tornare Maurizio Cattelan dopo oltre dieci anni che mancava sulle scene di questa città che tanto (e spesso male) ha parlato di lui dopo gli “scandali” percepiti dai noiosi benpensanti con l’opera del 2004 in piazza XXIV Maggio (“Tre bambini impiccati”) e “L.O.V.E.”, del 2010, l’oramai famosissimo e iconico enorme dito medio in piazza Affari a cui tanto, invece, deve Milano, vista la pubblicità gratuita ricevuta in giro per il mondo. Da domani, fino al 20 febbraio prossimo, in questo spazio dedicato all’arte moderna e contemporanea, sarà proprio l’artista padovano poco più che sessantenne il vero protagonista della sua nuova e attesissima mostra, “Breath Ghosts Blind”, che abbiamo visitato in anteprima.

Ad accoglierci, proprio sopra la scritta Pirelli HangarBicocca, troviamo un folto gruppo di piccioni che l’artista aveva già utilizzato nel 1997 per una sua installazione alla Biennale di Venezia come risposta polemica circa le condizioni in cui aveva trovato il Padiglione italiano durante un suo sopralluogo: abbandonato e pieno di volatili. Entrando, percorrendo le prime due sale dedicate alla mostra, “Piazza” e “Cubo”, li ritroviamo praticamente ovunque e numerosissimi. A Venezia li aveva chiamati “Tourists”, poi “Others”, ma qui sono “Ghosts”, fantasmi. Sulle pareti delle enormi e buie sale – sapientemente illuminate per l’occasione dal light designer e dal direttore di fotografia Pasquale Mari – sembrano fissarci dall’alto incutendoci un mix di sensazioni dominate da curiosità e terrore, un po’ come accade a Tippi Hedren ne “Gli Uccelli” di Hitchcock. Lì, erano quelli tipici di Bodega Bay, più che altro gabbiani veri, ammaestrati o meccanici creati ad hoc; qui a Milano sono piccioni ‘cittadini’ in tassidermia che si mimetizzano perfettamente nell’architettura dell’ex edificio industriale. “Sono esseri straordinari, hanno un incredibile senso dell’orientamento e se liberati in un posto sconosciuto, riescono sempre a trovare la strada di casa”, ha spiegato l’artista. “Sono tra i pochi animali a riconoscersi allo specchio e sanno adattarsi a leggere le situazioni. Sono molto affidabili, ma nel bene e nel male, trasportano con sé un pezzetto di tutto quello su cui si posano. I loro occhi, all’HangarBicocca, ci osservano, ci controllano e non sappiamo se considerarli amici o nemici”.

Cattelan, si sa, è un genio nello stupire, nello sconvolgere e nel creare un doppio senso unendo ambiguità, irriverenza, ironia e – perché no? – anche una necessaria e mai scontata furbizia che poi applica alle sue opere che possono piacere o meno, ma che comunque lasciano sempre un segno. Pensiamo a “Stadium”, l’opera che segnò il suo debutto espositivo nel 1991 a Bologna – un lungo tavolo da calcetto con undici postazioni per lato occupato da altrettanti giocatori senegalesi, tutti operai veneti, e dalle riserve della squadra del Cesena – a Charlie don’t surf (1997) e “Novecento”, il cavallo appeso al soffitto, entrambi dello stesso anno ed entrambi al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli, fino a “La Nona Ora” (1999, papa Giovanni Paolo II per terra colpito da un meteorite), “Him” (2001, Adolf Hitler in ginocchio e assorto in preghiera), “America” (2016, il wc d’oro del Guggenheim Museum di New York che gli dedicò la stupefacente retrospettiva “All” nel 2013, poi trafugato – o fatto sparire ad arte? - nell’ultima a Blenheim Place nel 2019) e alla sua ultima provocazione, “Stadium” (2019), la banana (vera) attaccata al muro presentata ala galleria Perrotin durante l’Art Baselm Miami Beach del 2019, citazione alla sua precedente opera con Massimo De Carlo (“A perfect day”, 1999), oggetto di critiche e ammirazioni come sempre accade quando lui fa qualcosa, un’opera/ frutto mangiato, rimosso e poi venduto a 120mila dollari entrato nella collezione permanente proprio del museo newyorchese. Quello che a lui interessa, in ogni caso, è spostare sempre il punto di vista, anche perché “un oggetto che nasce per una funzione, può diventare anche un’altra cosa”, ha spiegato, “qualcosa in grado di stupire o comunque di rigenerarsi”. A uno così piace quando la gente si pone delle domande, perché “il compito dell’arte è soprattutto riflettere sul mondo in viviamo, non decorarlo”.

Per Milano, che da anni è diventata la ‘sua’ città, Cattelan invita a riflettere con questa che si preannuncia già come “mostra dell’anno”, assolutamente imperdibile, curata da Roberta Tenconi e Vicente Todoli, già direttore artistico di Pirelli HangarBicocca. “L’arte affronta la creazione, la vita e la morte, in pratica gli stessi temi dall’inizio della storia dell’uomo”, ci ha spiegato l’artista durante la preview serale riservata a pochissimi. Tra una sala e l’altra, all’insegna della sobrietà e nel massimo rispetto delle norme anti-Covid, incontriamo Victoria Cabello - che per diversi anni è stata la sua compagna – con Sam Keller, Francesco Bonami, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Angela Missoni, Nico Vascellari, Francesca Lavazza e molti altri presenti anche al dinner. “I temi – continua a spiegarci Cattelan - si intrecciano con l’ambizione di ogni artista di divenire immortale attraverso il proprio lavoro e ogni artista deve confrontarsi con entrambi i lati della medaglia, con un senso di onnipotenza e il fallimento”. Nella prima sala, “Piazza”, troviamo l’opera “Breath”, realizzata in marmo bianco di Carrara, una scultura che rappresenta la figura di un uomo in posizione fetale e un cane, entrambi distesi per terra l’uno di fronte all’altro. Una scena intima in cui la scala reale dei protagonisti conserva un senso di raccoglimento e fragilità pur dialogando con quegli spazi monumentali. Un “respiro”, come dice Cattelan, “che segna anche il momento generativo di ogni ciclo esistenziale”. Dopo “Ghosts”, di cui vi abbiamo già parlato, sarà proprio l’ultima sala a colpirvi. “Per quanto possa essere doloroso – ha precisato Cattelan – questa seconda parte è anche la più importante”.

Trattasi di “Blind”, l’opera in resina nera composta da un monolite e la sagoma di un aereo che lo interseca. Ogni riferimento all’attentato dell’11 settembre nel 2001 non è puramente casuale. “Ero a New York il giorno dell’attacco alle Twin Towers e mi stavo imbarcando su un volo”, ha spiegato l’artista a Todoli. “”Sono dovuto tornare a casa a piedi dall’aeroporto LaGuardia, ci ho messo ore e quello che ho visto, mi è rimasto dentro. Erano scene terribili, apocalittiche, e continuo a portare con me il ricordo di quell’evento tragico che mostrava tutta la fragilità della nostra condizione umana”. “Certe immagini ed oggetti – aggiunge – hanno un incredibile potere simbolico, sono così forti che assumono un significato più ampio e diventano evocative di tante cose, non solo di quell’avvenimento. In questo senso, prendere una certa distanza spaziale e temporale, diventa un passaggio necessario per ricordare”.

“Blind” è dunque un memoriale dall’iconografia destabilizzante. Altissima, imponente, questa scultura tutta nera si inserisce in una riflessione pluriennale di Cattelan sulla Storia già iniziata con le opere “Untitled” (1994) e “Now” (2004), riferite al rapimento e all’esecuzione di Aldo Moro la prima e all’assassinio di John F.Kennedy a Dallas la seconda. Cattelan a Milano è tornato ad esplorare il tema del dolore e della morte, una tematica a lui cara come ha già dimostrato con “All” (2007), una scultura in marmo con nove cadaveri anonimi velati da un lenzuolo. Con questa sua nuova scultura si è appropriato di quell’immagine divenuta purtroppo parte del repertorio inconografico collettivo (l’aereo che si schianta e taglia a meta una delle torri) per trasformarla in un’opera/simbolo sul dolore e sulla sua dimensione sociale, ricordandoci – come ha spiegato – “la fragilità di una società in cui aumentano la solitudine e l’egoismo”. “Avevo in mente quest’opera da diversi anni – continua – ma la pandemia ha reso nuovamente visibile la morte nelle nostre vite: cerchiamo sempre di rimuoverla e di dimenticarcene. Siamo tutti proiettati al nostro benessere e ad allontanare qualsiasi tipo di dolore, come fosse solo un problema di medicina, ma forse per la prima volta dalla generazione dei nostri genitori che hanno vissuto la guerra, la morte è tornata a essere uno spettro quotidiano”. L’opera riesce a coniugare figurazione e astrazione creando – come l’intera mostra - un differente concetto di memoriale. Quello ‘targato’ Cattelan, che partendo da quell’evento drammatico, ha riflettuto sulla violenza della storia più recente a lui (e a noi) vicina, trasformando quel momento tragico in un terreno d’incontro. O forse no, ma – sicuramente – in qualcosa di cui (s)parlare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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