Max Pezzali: "Le mie canzoni nella vita della gente, un miracolo"

Gabriele Fazio
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AGI - Venerdì prossimo uscirà “Qualcosa di nuovo”, il disco che segna il ritorno agli inediti di Max Pezzali, Highlander della musica italiana. Si, perché se alla fine “ne resterà soltanto uno” questo è Max Pezzali, voce ufficiale dell'adolescenza di intere generazioni di ragazzi, autore di brani che hanno rappresentato ben più di semplici accompagnamenti, frammenti di intrattenimento, ma colonne sonore che hanno rubato le parole di bocca nei momenti più intimi della nostra adolescenza.

La voce di Max da quasi 30 anni esce dallo stereo e arriva come una pacca sulla spalla, le parole di un amico di lunga data, sempre giuste, traduzione perfetta di una sensazione che lega tutti noi allo stesso dolore, alla stessa nostalgia, che tu sia ormai adulto o un talebano del rock d'autore, non importa.

Max Pezzali resta ancora lì, immobile, ad attenderci in un punto fermo della vita dal quale tutti prima o poi devono passare, Virgilio che ci prende per mano e accompagna finché può e al quale restiamo in qualche modo legati per sempre, qualsiasi declinazione musicale ci appassioni invecchiando.

“Per me è una cosa estremamente lusinghiera perché comunque vuol dire che in qualche modo sei arrivato trasversalmente, a persone apparentemente tanto diverse tra loro, hai rappresentato anche un pezzo delle loro vite. è molto positivo”

Cosa si prova ad aver scritto delle canzoni così decisive nella vita di chi ti ascolta?
“In realtà non te ne rendi tanto conto. A me è capitato di ritrovarmi a fare le cose, succedevano ma non avevo tanto la percezione, te ne rendi conto solo quando incontri le persone per strada, oppure quando ci sono i concerti e allora guardando dal palco c'è quel momento di stupore perché vedi persone apparentemente inconciliabili tra loro, diverse dal target che avevi in mente, che cantano le canzoni assieme a te.

"E alla fine è strano perché poi quando vedi tante persone cantare la stessa canzone ti rendi conto che in qualche modo è diventata qualcos'altro, quella canzone che hai scritto in quella cantina umida, da solo o quando c'era anche Mauro, in una situazione fuori luogo, noi avevamo questa cantina ricavata nel magazzino del negozio di fiori di mio padre, coesistevamo con le attrezzature da fiorista di fianco quindi dovevamo farci largo tra fiori finti, piante di seta".

"Pensare che una roba nata lì, per scherzo, poi sia uscita e sia entrata nella vita di così tante persone, ha del miracoloso, per me è una cosa ancora quasi esoterica, ancora nell'ambito dell'imponderabile, non capisci neanche tu come sia successo, perché sia successo ma alla fine ti rendi conto che quella canzone è uscita da quella scala a chiocciola, da quella porta ed è entrata nella vita di tante persone, accompagnandole".

"È una roba che anche per me risulta difficile da capire perfettamente, una roba ancora un po' fumosa”"

La sensazione è che tu, rispetto ad altri tuoi colleghi che hanno scritto canzoni altrettanto fondamentali, abbia stabilito un rapporto diretto con il pubblico, si vuol bene alle tue canzoni e si vuol bene a te…non si riesce a separare le due cose.
“È una cosa che mi lusinga e mi esalta, me ne sono accorto durante la prevendita dei biglietti di San Siro, pensavo ‘ma figurati, chi cacchio ci viene…?', ero un po' scettico davanti al facile entusiasmo dell'agenzia che me l'aveva proposto che mi diceva ‘non ti preoccupare'.

"Poi nel giro di pochi giorni eravamo arrivati al sold out, una cosa folle, e mi diceva Clemente Zard di Vivo Concerti: ‘Guarda che la chiave di tutto, te lo dico da ascoltatore, da fan, non è solo una questione di canzoni che hanno accompagnato un'epoca, ma è che vogliono proprio bene a te".

"Lo fanno perché sanno che tu pensi di non farcela e vogliono dimostrarti che invece ce la fai'. Una roba stranissima, è una grande dimostrazione di fiducia e di benevolenza da parte del pubblico”

Ha evidentemente a che fare anche con la tua onestà…
“Per me è fondamentale perché ho sempre cercato di non raccontare frottole, di non raccontarmi in maniera diversa da come fossi realmente, sapevo di essere inadeguato al ruolo del cantante star, mi sono detto ‘sono così, se vieni accettato vieni accettato per quello che sei, se vieni rifiutato almeno non dovrai impazzire a recitare una parte per tutta la vita per poi crollare miseramente'. 

"Le persone lo hanno capito, nel bene e nel male, con i miei difetti e i miei pochi pregi si sono affezionate a quella roba lì e di fatto mi conoscono meglio di quanto non mi conosca io, perché a loro arriva la verità, perché non riesco a raccontarla in maniera diversa la storia”

Tu hai lo straordinario merito di restare sempre fedele a te stesso, anche in questo “Qualcosa di nuovo”, seppur notando naturali evoluzioni, ritroviamo sempre lo stesso occhio con il quale guardavi al mondo anni fa…
“È vero, perché, che ti piaccia o che non ti piaccia, io tento sempre di raccontarti una cosa che vedo, non riesco a raccontare quello che non vedo, a raccontare da un altro punto di vista, non riesco ad astrarmi e avere un punto di vista eccessivamente distante da quello che mi sta succedendo intorno".

"È un limite dal punto di vista della scrittura, per esempio ti è più difficile scrivere per altri, il vero autore, il vero compositore, il vero songwriter deve essere in grado anche di scrivere come se fosse un'altra persona, mettendosi in altri panni, io ho grosse difficoltà perché io quando scrivo le canzoni è un processo molto visivo, se non ho delle immagini, anche emotive, di un particolare momento, non riesco a tradurle in parole".

"È un limite, però è anche un vantaggio perché poi è tutto vero e se una cosa è vera non ci sono mai parole gratuite, le parole sono lì per un motivo”

Anche oggi, in questo nuovo album, guardi al mondo attraverso un punto di vista sempre unico…
“L'osservare il mondo dal mio punto di vista attuale è una cosa che faccio ormai più per raccontare a quelli della generazione di mio figlio il punto di vista di uno che viene da un altro mondo, che è un po' così, perché arrivare dall'era analogica, dal mondo pre-Internet e raccontare il mondo di oggi significa davvero arrivare da un altro pianeta, perché questo è stato il passaggio epocale vissuto alla fine degli anni '90".

"Lo scopo non è dire ‘siamo dei fighi noi e siete degli stronzi voi' oppure ‘prendete esempio', no è proprio voler dire a chi è più giovane: guardate che se qualcuno vi dirà, e succederà, che la vostra generazione non vale un cacchio, che non siete abbastanza così, non siete abbastanza cosà, mancate di spessore".

"Non vi preoccupate perché è stato già detto alla mia generazione da quelli prima trent'anni fa, quindi è una storia che si ripete, una ruota che gira, ogni generazione deve commettere i propri errori e sporcarsi le mani di vita, ognuno di noi deve vivere per raccontare in qualche modo la propria storia e tramandarla".

"Quindi da parte mia c'è sempre un occhio benevolo nei confronti di chi è più giovane perché ho provato ad essere ostracizzato come parte della generazione X dei coglioni, che ‘non avete il sacro fuoco della politica', da parte di quelli che avevano fatto parte di una generazione importante, quindi dico: ok, non siamo stati una generazione così figa come quelle di prima, però qualcosa abbiamo da raccontare, le nostre piccole storie".

"Ci siamo rifugiati nell'amicizia, nella solidarietà, nel fare gruppo, nell'amore non tanto facilmente raggiungibile ma magari molto desiderato anche se un po' di nascosto, con pudore. Sono storie che sento di tramandare in modo che anche i più giovani non solo le possano ascoltare ma che possano trarre esempio per scrivere le proprie".

"Quindi credo che i ragazzi di oggi avranno molto da raccontare della propria contemporaneità e sarà l'eterno ciclo di generazioni che raccontano se stesse a quelle che arrivano dopo” 

Dicono che chi scrive canzoni fondamentali come hai fatto tu poi finisca per odiare quei brani più famosi e amare quelli meno considerati dal pubblico. È vero?
“In realtà io no, non ho mai vissuto la forza delle canzoni come un limite, io credo che le canzoni nascano per non essere più tue, l'obiettivo è quello, che diventino la colonna sonora della vita di qualcun altro".

"Ognuno le canzoni le interpreta a modo proprio, ognuno in modo diverso, magari tu non pensavi quella cosa lì però poi ascoltando uno che ti dice ‘io l'avevo interpretata così', pensi ‘cazzo, ma sai che forse ci sta?'".

"Per quanto mi riguarda, ancora oggi cantare “Hanno ucciso l'uomo ragno” mi emoziona perché mi ricordo esattamente il momento in cui l'abbiamo scritta, mi ricordo i sogni, la passione che ci mettevamo in quello che facevamo, mi commuovo a pensare che due stronzi qualunque di Pavia – e ride – studenti falliti in quel momento, così convinti di scrivere delle canzoni per il gusto di farlo, per il solo piacere di farlo, poi oggi sentano questa canzone diventata quasi un classico, quindi secondo me non ti puoi stufare, non puoi vivere un rapporto conflittuale con una tua canzone che ha avuto successo”.

Mi dici una canzone del tuo repertorio alla quale sei particolarmente legato?
“Ce ne sono tante però quella che forse racchiude più il mio essere, che secondo me rappresenta meglio tutto ciò che ho fatto e che è stata scritta nel '94 ma potrebbe essere stata scritta l'altro ieri, magari con dei dettagli diversi ma sarebbe la stessa cosa, è “Gli anni”, perché quel tipo di malinconia per il tempo che passa è una cosa che ancora oggi, anche in questo nuovo album, ritrovo”.

Nei tuoi brani, compresi diversi di questo ultimo disco, io ci leggo sempre un po' di nostalgia, mai tristezza, sempre un po' di nostalgia, anche in quelli più allegri…è quello il sentimento che fa da motore quando scrivi?
“Si, in realtà è la fobia del tempo che passa, ma non è la nostalgia per un tempo, per un'epoca, è la nostalgia per il me stesso di allora. Spesso pensi al te stesso di un tempo, all'entusiasmo della giovinezza, all'idea che non ci siano limiti a quello che uno possa fare nella vita, l'idea che non ci sia niente di già scritto, quando si hanno 18/20 anni dici ‘cacchio, sarà tutto durissimo però sicuramente ho mille opzioni davanti'".

"Poi passa il tempo e arrivano quelle cose del mondo adulto, le responsabilità, i problemi, man mano che vai avanti le possibilità si riducono, è come la chiusura della Morte Nera, la finestra di opportunità si richiude sempre di più e il tuo destino è sempre più scritto; cominci che sei un battitore libero, sei nel mondo, non hai niente, non hai un soldo in tasca ma hai un milione di opportunità, poi arrivi dopo pochi decenni e hai un figlio quindi non puoi andare dove vuoi, perché devi mandarlo a scuola, devi prenderti cura di lui, ci sono tutta una serie di persone alle quali devi fare riferimento". 

"I tuoi genitori invecchiano e non sono più i tuoi genitori forti di quando eri giovane ma sei tu che devi prenderti cura di loro, improvvisamente sei tu il capitano dell'aereo e non puoi permetterti più di fare le acrobazie, di fare i 360, devi per forza fare i conti con le tue responsabilità. è quella spensieratezza là, non quella per l'anno…era il 1987, il 1990, si ma sti cazzi, si può vivere pure senza il 1987 e il 1990, ma la cosa figa era il profumo che aveva l'aria perché eri tu diverso”.

Da giovane avevi la possibilità di scegliere tra diverse strade, da vecchio devi stare attento a non uscire fuori strada….
“Esattamente, quella roba lì. Cambia completamente la prospettiva, però la nostalgia di quella cosa ti viene, pensi ‘ma che bello sarebbe poter mollare tutto', una reazione punk, e in realtà non lo puoi fare e non lo farai mai e non lo faresti mai, perché troppe persone, troppi sentimenti, troppe cose dipendono dal fatto che tu tenga la macchina al centro della strada”

Puoi utilizzarla se vuoi…

“Ok, me la giocherò! – e ride –“

“Hanno ucciso l'uomo ragno” è uscito nel 1992 quindi stai per arrivare ai 30 anni di carriera, come sta invecchiando Max Pezzali, come uomo e come artista…?
“Come uomo devo dire che è come se stessi vivendo una sorta di fase crescente, nel senso che nella vita privata ci sono momenti sinusoidali, io adesso sono molto felice perché vedo mio figlio crescere bene, quindi penso di avere gestito bene tutto, anche la situazione del divorzio, penso che anche con tutte le difficoltà, insieme a sua madre naturalmente, sono riuscito a strutturarlo bene, quindi una delle mie missioni sta riuscendo".

"Dal punto di visto della vita privata sono felice di aver raggiunto un equilibrio con mia moglie, un equilibrio che in periodo di lockdown, se non stai bene con qualcuno e ti ritrovi costretto tra quattro mura per due mesi, è difficile, avvengono accoltellamenti nelle carceri per molto meno, vuol dire che sei riuscito a trovare un equilibrio, una quadra".

"Dal punto di vista musicale, ci sono ancora dei momenti in cui pensi ‘bah, probabilmente le canzoni, per come le concepisco io, sono obsolete, sono un linguaggio un po' troppo passato', invece poi ci sono dei momenti che scrivi una canzone e pensi ‘non è che accendi la radio e ci sia questa gran qualità', quindi alla fine le canzoni servono ancora a qualcosa, o perlomeno serve a te scriverle perché ti diverti, poi se qualcuno le apprezzerà meglio, sennò c'hai provato”.

Tu hai davvero anticipato dei tempi, se pensi a questa rivoluzione indie, i due temi fondamentali riportati al centro dell'attenzione sono la provincia e il sentimentalismo, che da sempre sono protagonisti della tua poetica…
“La rinascita della forma canzone portata su dal mondo indie è un ritorno allo scrivere di cose reali, di cose anche piccole, di cose vicine ma proprio per questo universali. Una delle cose che mi ha colpito di più è stata ai tempi quando Niccolò Contessa, I cani, chiudeva i concerti con “Con un deca”, e pensavo ‘siete sicurissimi che stia succedendo questa cosa?'”

Cinque anni da “Astronave Max”, l'ultimo disco di inediti, nel frattempo la musica italiana è totalmente rivoluzionata, che ne pensi di questo nuovo cantautorato?
“È il futuro e, ringraziando Dio, è il presente della musica italiana. Se esiste ancora la canzone lo si deve assolutamente a loro; poi esce Samuele Bersani e dici ‘chapeau! È ritornato il maestro', ma per la persistenza di questa roba bisogna ringraziare loro”

C'è qualcuno che ti piace particolarmente?
“I Pinguini sono i miei idoli totali, sono geniali, sono arrivati alla canzone pop attraverso un percorso da musicisti colti, con testi ironici, mi viene da dire da Elio e Le Storie Tese, con delle tessiture melodico/armoniche e ritmiche di altissimo livello. Poi uno che mi piace tantissimo come scrive è Calcutta, perché ha inventato una poetica delle piccole cose che secondo me è sublime. Poi ce ne sono tanti, è un mondo in costante evoluzione”

Hanno anche rivoluzionato le regole del mercato discografico…
“Mi piace anche molto la gestione che questi artisti hanno della propria musica, questi cantautori sono riusciti a partire dal basso diventando, è una brutta parola, imprenditori di se stessi, devi imparare a far tutto, a gestire i social, a gestire l'immagine, ad andare in studio e ottenere il risultato che vuoi, saper parlare nel modo giusto, coi termini giusti, con i producer, avere l'amico videomaker che sia in grado di fare l'immagine che vuoi tu".

"L'etica ‘do you self punk' di una volta, che secondo me è la loro forza, perché arrivano al grande pubblico in una dimensione in cui hanno già costruito quello che sono e non sono più manipolabili o addomesticabili più di tanto. Hanno inventato una via alternativa che ha soppiantato il talent nella costruzione di un successo, così invece di essere manipolati dal talent in funzione dell'obiettivo del talent, crescono da soli liberi di raccontare la propria storia…”

L'aspetto imprenditoriale, per quanto meno poetico, non è secondario, loro hanno ridato vita ad un mercato del live che era desertificato…
“Assolutamente, è una generazione di cantautori intelligenti e colti, sanno quello che scrivono, non è una generazione di egomaniaci malati di palcoscenico e di notorietà, come purtroppo accade in altri settori; non sono malati di gorgheggi e scale infinite per far vedere quanto sono bravi a cantare, ma hanno voglia di raccontare delle storie: non è importante come tu canti ma di che cazzo stai parlando, di cosa mi vuoi raccontare".

"Si rischiava una dimensione con cento milioni di grandissimi interpreti, bravi a stare sul palco, e un vuoto di contenuti, grazie al nuovo cantautorato sono tornati i contenuti, sono tornate le storie, è tornato lo storytelling”

Posso chiederti, tra i tanti che hai vissuto, il ricordo al quale sei più legato di questi 30 anni di carriera?
“Ce ne sono tanti, forse ne ho due: nel 1998, concerto in piazza del Duomo, 100mila persone, io credevo non venisse nessuno o fosse una cosa tipo festa di piazza, e invece c'era una folla oceanica, e lì che capii che qualcosa era accaduto per sempre, sennò per quale motivo sarebbe venuta tutta quella gente?"

"Poi un ricordo strano e bello che ho è stato quello di una conversazione piacevolissima con Edmondo Berselli, che aveva parlato della poetica degli 883 e mi chiedevo ‘perché un intellettuale, un politologo di questo livello parla di noi?'"

"Pensavo fosse una situazione molto wired, tipo Scherzi a Parte in versione intellettuale, e invece eravamo a pranzo e mi colpì molto perché sembrava aver capito delle cose di quello che avevo fatto che neanche io avevo capito sostanzialmente e diede una dignità immeritata a quello che avevo fatto e ancora oggi ricordo questa come una cosa da poter incorniciare e raccontare un giorno a mio figlio”

Sulla tua pagina wikipedia c'è una lunghissima lista di collaborazioni, te ne ricordi una che ti ha particolarmente fatto piacere?
“Senza fare torto a nessuno, una roba che mi ha esaltato da morire è stato chiedere l'aiuto di Nile Rodgers. Io ricordo sempre quando arrivavano questi enormi pacchi di file su Dropbox da scaricare e aprire e decomprimere le tracce, una alla volta, di quello che aveva registrato lui, ecco quelli sono i piaceri della vita; robe un po' nerd, però quando senti di che cazzo stiamo parlando capisci perché uno è Nile Rodgers e l'altro no. Una delle più grandi libidini che possano capitare a chi fa questo mestiere”

C'è qualcosa riguardo la gestione dell'emergenza sanitaria in riferimento alle maestranze dello spettacolo che non ti è piaciuta?
“Nella mia mente è come se fossimo in The Walking Dead, ci sono gli zombie, sembrava una cosa che non poteva succedere e invece è successa, nessuno di noi aveva delle contromisure, nessuno di noi era preparato e nessun sistema nel mondo è stato in grado di fornire una risposta adeguata.

"La verità è che questa roba in un'economia moderna è ingestibile, in un'economia neo liberista nella quale stiamo vivendo, in cui tutto deve andare molto velocemente, in cui la crescita è l'unico valore possibile, nel momento in cui si ferma tutto il sistema implode".

"Durante il lockdown con Lo Stato Sociale abbiamo fatto questa cosa, DPCM Squad, perché in quel momento non ne parlava nessuno, abbiamo tentato di attirare l'attenzione delle persone che vivono questa tragedia, tutte le maestranze del mondo della musica, perché il vero problema di fondo è che si tratta di partite IVA e di piccole cooperative, nessuno è un dipendente, sono lavori a progetto".

"Io credo che un ottimo inizio sarebbe (sarebbe stato) non esigere tasse da persone che non guadagneranno soldi e poi sarebbe importante, trattandosi di professionisti, creare dei fondi perduti, tu così investi nella rinascita del paese, quindi non assistenzialismo ma investimenti a fondo perduto, per salvaguardare la professionalità di questa gente".

"Poi tutto il resto, ci si mette a un tavolo, se si deve ridiscutere degli anticipi dei tour benissimo, contribuiamo ognuno secondo le proprie disponibilità, sarei d'accordo, troviamo una linea comune”

Laura Pausini ieri in conferenza stampa ha detto che il governo non si è reso conto di quanti sono questi lavoratori e che non è possibile che di 570mila persone se ne occupino 50 artisti…
“E' verissimo. È molto demagogico dire di volerli aiutare tutti noi, se possiamo dare una mano facciamolo però la prima cosa di cui rendersi conto è appunto la quantità direttamente coinvolta.

"Durante il flashmob dei bauli era presente anche Davide Ferrario, mio amico, collaboratore, produttore, chitarrista strepitoso, che ha partecipato a questa cosa e su Instagram ha fatto un bellissimo post, sotto c'era un commento che diceva ‘Ecco, forse è il momento che vi troviate un vero lavoro', è un segno, si pensa al lavoratore dello spettacolo come a noi, dei privilegiati che vanno sul palco, in realtà è tutto diverso, è un arcipelago, mezzo milioni di persone, tantissima roba, 570mila nuovi poveri non se li può permettere nessuna nazione, non esiste una cosa del genere, viene giù tutto”

L'ultima domanda è più una richiesta: prometti di restare sempre così fedele a te stesso?
“Io ormai sono come le zanzare nell'ambra di Jurassic Park, io questa roba qui sono, finchè mi daranno la possibilità di guardare il mondo attraverso i miei occhi, saranno un po' presbiti però ad una certa distanza ci vedo ancora. Finchè mi danno la possibilità io continuo a farlo”