Meloni e Salvini, i sondaggi e il problema di bere dallo stesso pozzo

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Giorgia Meloni (L) and Matteo Salvini (R), hug during the News The 2021 assembly of Confesercenti, on the occasion of the 50th anniversary of its birth on November 16, 2021 at the Salone delle Fontane, EUR in Rome, Italy (Photo by Gloria Imbrogno/LiveMedia/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
Giorgia Meloni (L) and Matteo Salvini (R), hug during the News The 2021 assembly of Confesercenti, on the occasion of the 50th anniversary of its birth on November 16, 2021 at the Salone delle Fontane, EUR in Rome, Italy (Photo by Gloria Imbrogno/LiveMedia/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Fratelli d’Italia, in (lieve) discesa, superata dalla Lega, in (altrettanto lieve) risalita. L’oscillazione, di un 1% per entrambi i partiti, è registrata da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera. Si tratta dell’inizio di un declino per la Meloni e dell’avvio di una nuova ascesa per Salvini? No. O almeno, non per il momento. I due partiti, da tempo, ormai, oscillano. Perché c’è una, piccola, porzione di elettori che tende a spostarsi dall’uno all’altro. Ma sono sempre gli stessi voti, perché, ci spiega Livio Gigliuto, sondaggista e vicepresidente dell’Istituto Piepoli, “le due forze sono in equilibrio. Sono, loro ma anche gli altri partiti in questo momento storico, più attenti a conservare i loro voti che ad aprirsi ad altre porzioni di elettorato”. Né Salvini, né Meloni guardano oltre la loro comfort zone. Ma, all’interno di quest’ultima, ormai hanno fatto piazza pulita. Non possono ambire ad altri consensi. Per farlo, dovrebbero aprirsi ad altre sacche della società. Ma, data la connotazione delle due formazioni politiche, non è impresa facile.

Ne consegue, restando nel campo del centrodestra, che - al netto di cambi di strategia - ormai il leader della Lega e la presidente di Fratelli d’Italia non possono fare altro che rubarsi voti a vicenda. Con tutte le implicazioni che ciò può avere, soprattutto in termini di riconoscimento di un eventuale capo della coalizione di centro destra.

Per il politologo Alessandro Campi “i dati su Lega e Fratelli d’Italia vanno letti con curiosità e attenzione, ma non indicano grossi spostamenti dell’opinione pubblica. Un momento di sovraesposizione, pensiamo ad Atreju, può tradursi in un +1%. Una gaffe, invece, in -1%. È chiaro che i partiti ci giochino, ma sono fenomeni poco significativi legati, oltre al margine di errore statistico, più alla cronaca che ad altro”.

Giorgia Meloni, solo pochi mesi fa, aveva toccato punte del 20%. Una percentuale enorme per un partito con le connotazioni del suo. Poi ha iniziato a stabilizzarsi, calando lievemente, e a trarne vantaggio è stato Salvini che, dice ancora Campi, “si è ripreso un 1% di voti che erano suoi”.

Un principio di discesa, però, non vuol dire declino: “Fratelli d’Italia - continua Gigliuto - ha raggiunto il massimo risultato che poteva ottenere una destra meno moderata, come la sua. Ha raccolto tutto ciò che poteva, raggiungendo la massima estensione, oltre alla quale non si può andare. Anche perché una parte buona parte di chi guarda a destra continua a votare Lega”. L’ascesa di Meloni, insomma, inevitabilmente non potrà continuare. Ma le sue oscillazioni a ribasso non sono il segnale dell’arrivo di tempi bui per il suo partito, anzi: “Non direi che la Meloni è in calo - ci dice Giovanni Diamanti, co-fondatore di Quorum e YouTrend - direi che la sua ascesa ha avuto una battuta d’arresto”. Quanto al rapporto con il Carroccio, sostiene: “Lega e Fratelli d’Italia sono prima competitor, poi alleati: i risultati e le tendenze dei due partiti dipendono molto dai loro equilibri. La Lega ha ormai uno zoccolo duro importante: sarà difficile eroderlo ulteriormente per Meloni, che dovrà trovare nuovi bacini di espansione. Una sua espansione verso il centro però richiederà una ridefinizione ulteriore del profilo della leader e di tutto il partito, oggi non troppo attrattivo per gli elettori moderati”. Qualcuno potrebbe trarre benefici da questa impasse? “Certo, questa situazione di equilibrio instabile tra i due favorisce il Pd, la cui stabilità nei consensi può essere la chiave per diventare primo partito”, conclude Diamanti.

I dem in questo momento risultano essere in testa, con il 20,7%, ma sono tallonati dalla Lega, al 20,1%. Segue Fd’I al 18,8%. Quarti i 5 stelle, che recuperano quasi un punto percentuale e si attestano al 16,5%. Quattro formazioni politiche si trovano nello spazio di pochi punti. Nessuno stacca in maniera particolare chi lo insegue. Cosa vuol dire, in vista delle politiche?

“Emerge innanzitutto un dato strutturale - spiega ancora Campi ad Huffpost - E cioè che abbiamo quattro partiti con una forza sostanzialmente equivalente, al netto di oscillazioni che fisiologiche. Nelle coalizioni, non c’è un partito dominante, una forza egemone che detta le condizioni. E questo, anche durante la campagna elettorale, potrebbe essere un problema. Chi comanda tra Salvini e Meloni? Sarà difficile trovare un punto d’incontro. Ed è questo, più che le microoscillazioni, il dato politico vero”. Sono lontani, insomma, i tempi in cui Berlusconi era il leader indiscusso del centrodestra e, prosegue il politologo, “il partito egemone, quello che arriva al 30%, non esiste più”.

Questo discorso, ci spiega ancora Campi, vale tanto per il centrodestra quanto per il centrosinistra. Anche Gigliuto è su questa linea: “Se noi pensiamo al panorama di quindici/venti di anni fa, ricordiamo che un elettore sapeva che votando per la coalizione di centrodestra avrebbe avuto Berlusconi premier e, invece, votando per quella di centrosinistra il presidente del Consiglio sarebbe stato Prodi. Oggi non è più così e quindi, dopo le elezioni, saranno ancora necessari accordi tra forze politiche molto diverse. Ma a questo gli elettori italiani sono già abituati”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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