Memorie praghesi. Il Partito comunista ceco lotta per la sopravvivenza elettorale

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Cent'anni e sentirli tutti. Il Partito comunista ceco rischia l'esclusione, per scarsità di consensi, dal parlamento della Repubblica centroeuropea.

Sarebbe la prima volta negli ultimi settantacinque anni.

La storica bocciatura per un partito che fu uno dei principali attori della Guerra Fredda potrebbe avvenire nelle elezioni politiche dell'8 e del 9 ottobre.

I sondaggi sono spietati.

Tuttavia i comunisti di oggi non sono certo gli apparatčik fedeli alla linea che reprimevano dissidenti e venivano immortalati nei romanzi di spionaggio come tra i migliori agenti segreti del campo socialista.

A 32 anni dal crollo del blocco sovietico i comunisti sono portatori di valori che potrebbero contribuire alla dialettica democratica, valori democratici di sinistra, ancora utili in un parlamento, come quello ceco, dove non c'è più la sinistra, assicura Katerina Konecna, eurodeputata comunista ceca quarantenne:

"siamo l'unico partito di sinistra, l'unico partito che difende lo stato sociale, i sindacati, un salario minimo più elevato, per lavoratori e impiegati, che altrimenti non avrebbero la possibilità di difendersi".

Valori sociali importanti, quindi.

Tuttavia i cechi hanno ancora il ricordo di come i comunisti di Klement Gottwald, nel 1948, appoggiati magari dai loro nonni o bisnonni, rovesciarono il governo multipartitico, sbarazzandosi definitivamente dei ministri dei "partiti borghesi" tra cui il liberale Jan Masaryk nel 1948 per imporre un regime stalinista con l'eco di scioperi e disordini.

L'Occidente lascia fare. In fondo i comunisti detengono la maggioranza . La Cortina di ferro è appena calata. E secondo gli accordi di Jalta, la Cecoslovacchia deve appartenere all'orbita sovietica.

La stessa logica prevale vent'anni dopo, quando nell'agosto del 1968 il popolo si solleva contro il regime filo-sovietico e chiede un socialismo dal volto umano. È la Primavera di Praga.

I Cecoslovacchi guardano con speranza a un leader comunista riformista, Alexander Dubček, che viene subito rimosso dai marxisti-leninisti ortodossi del suo stesso partito con l'aiutino esterno dei carri armati sovietici.

Il Cremlino giustifica l'azione come un atto per ristabilire il sistema socialista minacciato da elementi controrivoluzionari, come in Ungheria nel 1956. Si chiama dottrina della sovranità limitata. Il Partito comunista cecoslovacco diventa la voce e il legislatore di Mosca.

Dopo un'altra ventina di anni crolla il regime socialista, con tutto il Patto di Varsavia. Il Partito comunista cessa di essere l'unica centrale governativa.

Fine anni '80, arringando la Piazza, la stessa che nel 1948 aveva portato i comunisti al potere, il dissidente e drammaturgo liberale, Vacklav Havel, costringe alle dimissioni l'ultimo leader della nomeklatura comunista al potere, il suo persecutore, Gustav Husak, l'uomo che normalizzò la Cecoslovacchia dopo la Primavera di Praga.

L'ultimo leader comunista padrone del Castello di Praga fu in realtà Miloš Jakeš, durò solo un anno e mezzo, e se ne andò nel 1989.

La storia dell'Europa cambiò. Ma un parlamento senza forze di sinistra è veramente utile?

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