Menti 11 settembre a processo a Guantanamo, parenti vittime in aula

Base navale di Guantanamo (Cuba), 5 mag. (LaPresse/AP) - Il pakistano Khalid Sheikh Mohammed, auto-proclamatosi mente dell'11 settembre, e altri quattro sospetti co-ispiratori dell'attacco terroristico, compaiono oggi per la prima volta in pubblico al tribunale militare americano di Guantanamo Bay, sull'isola di Cuba, per affrontare l'accusa di aver provocato la morte di 2.976 persone. In aula saranno presenti anche alcuni parenti delle vittime.

GLI IMPUTATI. Oltre a Mohammed, alla sbarra sono lo yemenita Ramzi Binalshibh, che sembra dovesse essere uno dei dirottatori degli aerei, ma non riuscì a ottenere il visto per gli Usa e rimase così a fornire assistenza agli altri attentatori; Waleed bin Attash, a sua volta yemenita, accusato di aver gestito un campo di addestramento di al-Qaeda in Afghanistan e di aver cercato simulatori di volo e orari; il saudita Mustafa Ahmad al-Hawsawi, sospettato di aver aiutato gli attentatori con denaro, abiti occidentali, traveler's checks e carte di credito; il pakistano Ali Abd al-Aziz Ali, nipote di Mohammed, accusato di aver fornito denaro ai dirottatori.

DUBBI SU PROCESSO E DIRITTI UMANI. Il processo nella base militare si tiene a tre anni dal fallito tentativo di Barack Obama di far giudicare i cinque in una corte federale. In quel caso il Congresso bloccò il trasferimento in Usa dei prigionieri, obbligando l'amministrazione a ripresentare le accuse secondo il sistema previsto da una commissione militare riformata. Ma i gruppi per diritti umani e gli avvocati della difesa sono convinti che le autorità abbiano cercato di mantenere il caso in commissione militare per impedire che emergessero notizie sui maltrattamenti nei confronti degli imputati. Mohammed, per esempio, è stato sottoposto alla terribile pratica del waterbording 183 volte, e ha subito abusi equivalenti a tortura. Il pakistano, cresciuto in Kuwait e poi studente a Greensboro, in North Carolina, ha ammesso alle autorità militari di essere stato responsabile degli attacchi dell'11 settembre "dalla A alla Z", così come di altri trenta complotti. Ha riconosciuto inoltre di aver personalmente ucciso il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl in Pakistan, Paese dove è stato catturato nel 2003. Ma le presunte torture hanno sollevato notevoli dubbi sulla correttezza e l'affidabilità degli interrogatori.

LUNGHI TEMPI PREVISTI. La chiamata in giudizio di oggi, spiega ai giornalisti l'avvocato James Connell, difensore di Ali Abd al-Aziz Ali, "è solo l'inizio di un processo che richiederà anni per concludersi, e sarà seguito da anni di riesame d'appello. Non posso immaginare uno scenario in cui il processo si risolva in sei mesi". Durante la comparsa in giudizio davanti a una commissione militare, generalmente agli imputati non viene chiesto di dichiararsi colpevoli o innocenti. Ma il giudice legge le accuse, si accerta che gli imputati abbiano compreso i proprio diritti e quindi va avanti con le questioni procedurali. Tuttavia, secondo Jim Harrington, legale dello yemenita Binalshibh, nessuno dei cinque si dirà colpevole durante il processo, a prescindere dalle precedenti dichiarazioni rilasciate.

IN AULA I PARENTI DELLE VITTIME. Ad assistere all'udienza odierna, oltre a decine di giornalisti, ci sarà anche un gruppetto di familiari delle vittime, selezionato tra moltissime persone. Cliff Russell, il cui fratello vigile del fuoco Stephen perse la vita al World Trade Center, dice di sperare che il processo si concluda con la pena di morte per i cinque imputati. "Non trovo soddisfazione nel fatto che qualcuno perda la vita, ma - spiega - questa è la cosa più disgustosa, odiosa e orribile che avrei mai pensato potesse essere perpetrata".

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