I mercati bagnati come quello di Wuhan sono rimasti aperti

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wet market
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L’emergenza Covid-19 non ha apportato alcun cambiamento ai wet market della Cina. Nonostante in molti credano che il primo focolaio del virus si sia generato proprio nel mercato umido di Wuhan, a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie in cui vengono trattate le carni animali, essi restano aperti con i medesimi problemi. Lo ha denunciato l’organizzazione Animal Equality Italia.

I wet market della Cina

L’organizzazione Animal Equality Italia è tornata a denunciare la pericolosità dei wet market, che per le condizioni in cui versano sono una vera e propria bomba epidemiologica ad orologeria. Le carni, infatti, rischiano di essere in ogni istante sedi di virus e batteri, che poi finiscono nelle tavole della popolazione cinese. Il Covid-19, dunque, potrebbe essere stato soltanto uno degli innumerevoli rischi per commercianti e clienti, che giorno dopo giorno stanno a stretto contatto con animali, messi in vendita mentre i loro corpi vengono seviziati, spesso ancora vivi, in barba ad ogni norma igienica. Le restrizioni imposte nel corso della pandemia non sono state sufficienti a generare cambiamenti.

L’Ong, per queste ragioni, ha chiesto la chiusura immediata dei mercati umidi. “Con l’aiuto di coraggiosi attivisti locali, abbiamo raccolto immagini esclusive nel luogo in cui si ritiene che tutto abbia avuto inizio: la Cina. Appena sono arrivati nei mercati, i nostri investigatori hanno visto animali vivi e morti trasportati con veicoli che li esponevano a sporcizia e smog senza alcuna supervisione. In quei luoghi, vengono venduti e uccisi tartarughe, rane, anatre, oche, piccioni e pesci, riunendo specie animali che, nella vita naturale, non coesisterebbero mai, aumentando così, il rischio di trasmissione di malattie tra uomo e animale“, si legge in un comunicato. “Il materiale che siamo riusciti a riprendere tornando in Cina, rivela che la minaccia per la salute e la sicurezza pubblica continua. Avevamo un obbligo nei confronti del mezzo milione di persone che hanno firmato la nostra petizione che chiede la chiusura di questi luoghi in cui animali e uomini convivono creando l’ambiente perfetto per la proliferazione dei virus“.

La Cina non è l’unico Paese ad avere innumerevoli wet market al suo interno. Tra gli altri ci sono Vietnam e India. Le Ong da anni, ancora prima che si generasse l’epidemia di Coronavirus, si battono affinché essi vengano chiusi.