“Mi dicono che non sono un vero tedesco ma lotterò per non lasciar affogare più nessuno”

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“Sono partito da zero. Mi sono chiesto chi ero, cosa volevo studiare. Il mio diploma in Germania era carta straccia, avevo bisogno di un corso di lingua e di un lavoro. La passione per la politica era lì, in attesa”. Dieci anni dopo, del viaggio che gli ha cambiato la vita Shoan Vaisi parla sorridendo e in tedesco fluente. Ha 31 anni, la cittadinanza da quattro e finalmente il tempo di rispolverare quella passione per la politica che in patria gli è quasi costata la vita. Si è candidato con il partito di sinistra Die Linke. Se otterrà abbastanza voti alle prossime elezioni, sarà il primo migrante in Parlamento.

A Sanandaj – città curda sul confine tra Iran e Iraq – Vaisi ha lasciato una famiglia numerosa e portato con sé la disciplina del pugilato, lo sport che pratica da sempre. “Mi ha salvato anche appena arrivato, se non avessi incontrato i ragazzi della palestra non so se sarei rimasto”, dice.

Vaisi, che è curdo e dunque parte di una minoranza perseguitata nel suo Paese, cresce con tre bussole: giustizia, parità di genere, rispetto dei diritti di tutti. Si iscrive a un’organizzazione di sinistra, prepara dimostrazioni e letture di libri sgraditi alle autorità religiose. “Sapevo di avere le ore contate, gli arresti aumentavano e ho preferito lasciare casa, piuttosto che accettare il silenzio pur di rimanere”. Fugge, per questo la tragedia afghana gli riporta alla mente un dolore antico.

Raggiunge l’Europa dopo un viaggio lungo sei mesi. “In Turchia sono quasi affogato, in Grecia mi hanno messo in carcere. Non ho scelto questo Paese, andava bene qualsiasi luogo in cui mi sentissi al sicuro”. A Essen, Germania occidentale, lavora in un supermercato di giorno e studia la sera. Oggi è sposato, padre da poco, ha un impiego come assistente sociale. Poco tempo libero e la voglia di aggiungere un altro tassello alla sua storia di riscatto personale.

Die Linke è il prosieguo naturale dell’attivismo di sinistra svolto in Iran, ma, racconta il settimanale tedesco Die Zeit, l’ultima spinta a candidarsi arriva da un collega, Tareq Alaows. Condividono un passato in fuga – Alaows è siriano ed è in Germania dal 2015 – e l’impegno politico. Alaows è nei Grünen, i verdi, e prima di ricevere minacce di morte aveva deciso di correre alle prossime elezioni. Ma gli attacchi lo convincono a ritirarsi. Vaisi decide di portare a termine il percorso intrapreso dall’altro, diventare il primo migrante in Parlamento. E non perché sia una bandiera, ma “perché nella nostra società tutti hanno il diritto di essere rappresentati, anche le minoranze”, dichiara. Lui e la moglie soppesano i rischi, temono l’ennesimo impegno prosciughi il tempo da trascorrere insieme. Alla fine la decisione è presa, Shoan Vaisi si candida.

Certo tedeschi ed europei, sostiene, dovrebbero adoperarsi di più per la cultura dell’accoglienza. È paradigmatica la situazione afghana: “Il nostro governo ha lasciato soli i collaboratori a cui aveva promesso una via di fuga. Le lungaggini burocratiche hanno pesato sui tempi delle evacuazioni e qualcuno è rimasto indietro. Un disastro”. In Germania diversi politici – tra cui il candidato della CDU Laschet e il leader della CSU Söder – hanno sottolineato di non voler ripetere le vicende accadute nel 2015, l’anno in cui secondo le stime del ministero dell’Interno arrivarono in Germania oltre 800 mila richiedenti asilo. Vaisi lo ritiene inaccettabile: “Sono altre le date che non dovrebbero ripetersi, il 1939 per esempio, non certo un momento della storia in cui abbiamo imparato la cultura dell’accoglienza”.

L’egoismo che denuncia Vaisi è trasversale, dalla Germania si allarga al contesto europeo. L’Austria e il blocco di Visegrád costituito da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria sono riluttanti ad accettare i migranti. E sulla politica migratoria pesano i limiti del nuovo patto sulla migrazione e sull’asilo, ancora basato sulla solidarietà volontaria. Per questo, dichiara Shoan Vaisi: “Se entrassi in Parlamento mi impegnerei per dare alla politica un volto umano, che vuol dire non lasciar affogare nessuno”. Chi lo sa meglio di lui, in mare stava per perdere la vita. Poi, aggiunge, lavorerebbe per modificare il regolamento di Dublino e aiutare i paesi più esposti ai flussi di migranti, tra cui l’Italia.

La sua storia attira parole di incoraggiamento e critiche, alcune poco costruttive. D’altronde, dice, la Germania ha un problema con l’estremismo di destra, basta guardare agli attentati di matrice xenofoba avvenuti a Halle e Hanau. “Sono aperto al dialogo, ma non con chi per le mie origini mi esclude a priori dal dibattito. Mi accusano di non essere un vero tedesco, ma io sono parte di questa società e lotterò sempre per far sentire la mia voce”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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