I miei Adelphi: il catalogo è questo. Grazie Calasso

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Ecco l’elenco dei libri Adelphi che più mi hanno nutrito ed entusiasmato in questi anni. Provvisorio, parzialissimo e pieno di lacune, ma è il mio elenco.

Dunque. “Il riccio e la volpe” di Isaiah Berlin; “Follia” di Patrick McGrath; “Opera Omnia” di Milan Kundera; “Felici i felici” di Yasmina Reza; “Fuga da Bisanzio” di Iosif Brodskij; “Limonov” di Emmanuel Carrére, “Vita e destino” di Vasilij Grossman; “Ritratti italiani” di Alberto Arbasino; “Il paese dell’anima” di Marina Cvetaeva”;“Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, di Robert M. Pirsig; “Fuga senza fine” di Joseph Roth; “Homo hierarchicus” di Louis Dumont; “Suite francese” di Irène Némirovsky; “Il corsivo è mio” di Nina Berberova; “La mente prigioniera”, di Czeslaw Milosz; “La nascita della tragedia” di Friedrich Nietzsche; “Arte e anarchia” di Edgar Wind; “La versione di Barney” di Mordecai Richler; “Terra e mare” di Carl Schmitt; “La famiglia Karnowski” di I.J. Singer; “Confessione di un borghese” di Sándor Márai; “La lingua salvata” di Elias Canetti; “Storia naturale della distruzione” di W.G. Sebald; “La cultura del piagnisteo”, di Robert Hughes; “Lettera a un religioso” di Simone Weil. “Il bottone di Puskin” di Serena Vitale. E chissà quanti altri ancora.

Grazie, Calasso.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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