I miei cinque anni in carcere da innocente. Storia di un sindaco

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“Erano le quattro del mattino quando vidi entrare in camera quegli omoni. Papà si vestì in fretta con scarponi e giacca, e andò via con loro. Passarono i giorni e non capivo dove fosse finito. Lo chiamavano carcere e io cosa ne potevo sapere?”. Brenda non poteva sapere a otto anni che il carcere è un luogo dove si può entrare con l’accusa di essere un mafioso e restarvi per cinque anni e dieci giorni, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza. Il ricordo di quella notte è un marchio indelebile.

Non albeggia ancora a Marina di Gioiosa, quando gli omoni bussano alla porta di Rocco Femia. Indossano tute nere, sulle quali è stampigliato a caratteri cubitali il logo della polizia. Li seguono un fotografo e un cameraman che entrano nella stanza da letto del sindaco. Non sanno, costoro, che a Brenda piace giocare al solletico con il papà. E che quella notte lo ha atteso sveglia fino a tardi, per poi infilarsi sotto le coperte tra lui e la mamma, e chiudere finalmente gli occhi. La telecamera ora è puntata sul suo stupore che sta per tramutarsi in terrore. Si vesta e venga con noi, dicono quelli. Che cosa ho fatto? C’è un ordine di cattura, glielo spiegherà il magistrato. Non voglio che mi riprendano in volto, implora papà, glielo dica. Faccia presto e venga fuori. Non voglio che mi riprendano, glielo dica, altrimenti non esco. Non la riprenderanno, sindaco, ma non faccia chiacchiere.

Al commissariato di Siderno c’è tutta la giunta di Marina di Gioiosa in manette. Quarantacinque arresti, chiesti dal procuratore Nicola Gratteri due anni prima, rimasti a galleggiare per lungo tempo tra le stanze dei gip, senza che nessuno se la sentisse di autorizzarli. Ma si sa che alla fine c’è sempre qualcuno disposto a mettere una firma. In fondo sono mafiosi e politici, cioè tutti mafiosi allo stesso modo. Da esporre alla gogna. Gli agenti preparano lo spettacolo con scientifica attenzione. Tutti in posa, due tute nere per ciascun imputato eccellente, alcuni di loro si disputano il sindaco, tocca a me uscire con lui, dice il più alto in grado. Gli altri si accontenteranno di un assessore. Fuori dalla porta del commissariato c’è un fascio di telecamere e obiettivi puntati sull’uscio. Non voglio che vedano le manette, è un mio diritto, insiste Femia. Si metta questa maglia attorno alle braccia. Uno, due, tre, flash. È tutto un abbaglio, ma ci si può anche morire.

Brenda racconterà anni dopo, in una lettera al settimanale Confidenze, che quella notte è tornata a dormire nel letto del papà. Come fanno molti bambini messi di fronte all’orrore, ha chiuso gli occhi e ha ripreso a sognare. Ma al risveglio ha trovato la casa piena di zii e zie che piangevano con la mamma. Nessuno che le spiegasse che cos’è il carcere. Nessuno che le raccontasse che all’ufficio matricola del San Pietro di Reggio Calabria ti fotografano di fronte, da destra, da sinistra, prendono le impronte e bisogna lasciare tutto, l’orologio, la catenina, anche la fede nuziale. E poi ti spediscono in una cella di tre metri per due senza pavimento, cioè con il cemento grezzo per terra, quattro letti a castello impilati uno sull’altro, due banchetti, come quelli che Brenda occupa al mattino a scuola, un cesso diviso da una porta sgangherata, dove allo stesso tempo si cucina e si fanno i bisogni, l’acqua solo fredda, che d’inverno è un tormento, l’afa destate e, a intervalli regolari, la compagnia di blatte e topi. Sindaco, prego, prenda la terza branda. La terza? Sì, noi due siamo malati di cuore, io ho pure avuto un infarto, il ragazzo passa all’ultima e lascia la terza libera per lei. È un riguardo, Rocco l’ha intuito. Perché chi sta al quarto piano sbatte la testa al soffitto, se solo prova a drizzarsi sul letto. E poi cadere da lassù può esserti fatale. Sindaco, sono le diciotto, noi facciamo la pasta. Alle diciotto? Sì, qui tra un’ora siamo tutti a letto.

Alle diciotto di un giorno qualunque, il tre maggio del duemilaundici, scopri di essere finito in un altro pianeta, dove si sta chiusi per venti ore al giorno come in una gabbia per topi, senza ancora aver capito perché. Mentre là fuori hanno capito tutto leggendo i giornali, o ascoltando i tiggì: «Il primo cittadino di Marina di Gioiosa, Rocco Femia, detto “pichetta” (zappa, ndr), era organico alla cosca. Così come lo erano anche Vincenzo Ieraci, detto “u menzogna” (il bugiardo, ndr), assessore all’Ambiente; Rocco Agostino, detto “gemello”, assessore alla Politiche sociali, e Francesco Marrapodi, ex assessore ai Lavori pubblici (si dimise lo scorso anno a seguito di un problema di salute). Tutti uomini della ’ndrangheta, tutti “malacarne”, dicono i magistrati della Dda di Reggio Calabria, che erano entrati nella stanza dei bottoni. E per dirla con le parole del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, erano loro a “gestire il potere, e tutto quello che ne deriva per conto del clan Mazzaferro”. Ogni appalto, ogni fornitura, era cosa loro».

Sindaco, lei si avvale della facoltà di non rispondere? Assolutamente no, voglio rispondere su tutto, ma vorrei capire di che cosa sono accusato. Si legga le carte che le abbiamo consegnato e capirà. La giudice per le indagini preliminari Adriana Trapani ha fretta, e non lo nasconde. Hai mezz’ora di tempo per dire che non hai contatti con nessun mafioso, che hai amministrato il Comune nella legalità e trasparenza, che hai delegato tutti gli acquisti alla centrale unica per gli appalti, che hai denunciato un ammanco di denaro, che hai destinato un bene confiscato alla nuova sede dei carabinieri. Mezz’ora per sapere che la misura cautelare è confermata, e che il calvario è appena iniziato. A cinquantadue anni, professore di educazione fisica al liceo classico di Locri, da tre anni sindaco di Marina di Gioiosa, Rocco Femia inizia un’altra vita. La precedente è già lontanissima dai suoi pensieri.

I primi giorni di carcere sono i più duri. Bisogna abituarsi agli orari. Sveglia alle sette, caffè e colazione nel cesso, i bisogni a turno e poi due ore d’aria alle nove. Si può scegliere tra una partita di calcio e una a carte, o una passeggiata attorno al campo. La doccia tre volte alla settimana, ma l’accappatoio rigorosamente senza cappuccio, e non si capisce perché. Poi di nuovo in cella, il pranzo che arriva puntualmente freddo, e riposo fino alle quindici. Nuova uscita in cortile per due ore e alle diciassette finisce la giornata. Le sbarre si chiudono per non aprirsi più fino al mattino. Puoi fare ancora un paio di addominali a turno, se gli altri accettano di stare in branda, per farti spazio. Ma prima delle venti sono già tutti distesi a guardare il materasso di sopra, o il soffitto.

Ogni carcere ha abitudini sue. In cinque anni Rocco Femia ne ha cambiati tre. Al Pagliarelli di Palermo ti lasciano con una tuta e le infradito, la cella ha due letti da pavimento, che presto diventano tre, e ci stanno giusto questi, camminarci attorno diventa quasi impossibile. Quattro volte al giorno vengono a fare la battitura delle grate. Con un pezzo di ferro percuotono le sbarre con violenza, perché a nessuno venga in mente di segarle, oppure solo per renderti la vita impossibile. Il rumore è insopportabile. E una volta alla settimana ti aspetta la perquisizione personale.

Quando arrestano il padre, Manuel è ancora un ragazzo fortunato. Il terzo dei quattro figli del sindaco ha sedici anni, gioca nella primavera del Livorno, lo chiamano «il piccolo Vieri», per la stazza robusta e il senso del gol. Ogni giovedì il tecnico Walter Novellino lo convoca per la partitella con la prima squadra. Sogna di esordire in serie B. Apprende del blitz dal notiziario di Rtl, mentre è dal barbiere. A fine stagione lo danno in prestito a Malta. Una scelta troppo chiara per non essere compresa. Manuel resiste nell’isola per qualche mese, poi a Natale torna a casa, e il calcio diventa un sogno sfumato.

Per quanto ci si possa applicare con la mente a decifrare i segnali che vengono da fuori, nel carcere è impossibile pensare ad altro che a se stessi. E il sindaco non può fare a meno di arrovellarsi sulle ragioni del suo trasferimento a Palermo. Nessuno gli toglie dalla testa che sia dipeso da quelle parole rivolte al guardasigilli. Francesco Nitto Palma, ministro dell’ultimo governo Berlusconi, era comparso a Reggio un mese prima, accompagnato da un codazzo di funzionari e dalla direttrice del carcere, mentre i detenuti erano nell’ora d’aria. Sindaco, parlate voi con il ministro, ché ci avete le scuole, ditegli in che modo viviamo. Signor ministro, la ringrazio a nome di tutti i miei compagni, non capita tutti i giorni di vedere un uomo di Stato venire in questi luoghi. Però deve permettermi di denunciare le condizioni disumane che noi affrontiamo. Lei lo sa che stiamo in quattro in celle che potrebbero ospitarne uno solo? Lei lo sa che ogni giorno qualcuno cade dalla quarta branda e si spacca la testa? Lei lo sa che non abbiamo il pavimento, che il water è a fianco al fornello per cucinare, che non c’è acqua calda? Dieci giorni dopo quel discorso, trenta detenuti sono stati caricati su un pullman blindato e portati a Palermo. Qui la regola di ogni rapporto umano è il sospetto. Il sindaco se ne accorge presto. Assistente, posso offrile un caffè? Perché mi guarda in quel modo, non lo vuole? Non si permetta mai più, Femia, mai! Ma che cosa le ho detto di male? Assistente, adesso che ci conosciamo da un anno, mi vuole dire perché quel giorno rifiutò il mio caffè? Sindaco, le vede quelle telecamere?

Rocco Femia è un testardo. Non si rassegna alla sentenza del tribunale della libertà, che conferma il suo arresto. Né all’invito dei suoi avvocati ad avere pazienza, perché questa sarà una guerra lunga e logorante. Pretende di parlare con Nicola Gratteri, il magistrato che lo ha messo in gabbia senza ascoltare le sue ragioni, e la cui popolarità rimbalza, crescendo, tra i racconti ammirati del giornalismo. I suoi legali traccheggiano, poi provano ad accontentarlo, alla fine ottengono, dopo molti rinvii, che una collega del famoso pm, Maria Luisa Miranda, venga in carcere a interrogarlo. Femia parla per due ore, convinto di avere ogni argomento per dimostrare che lui con la mafia non c’entra niente. Lei ascolta e prende appunti. Pochi mesi dopo l’accusa chiederà per il sindaco dieci anni di carcere.

Quando gli portano via il padre, Cristian sta uscendo da una delicata convalescenza. Il secondo figlio del sindaco è rimasto dodici giorni in coma dopo l’impatto tra il suo motorino e un’auto. Scopre che cosa voglia dire avere un padre mafioso quando si presenta, insieme con il suo amico d’infanzia, Vincenzo, alla capitaneria di porto per fare domanda al concorso in marina. Perdi solo tempo, gli dice un sottufficiale, non l’accoglieranno mai.

Mi sono convinto dell’innocenza di Rocco Femia appena l’ho visto, dice l’avvocato Eugenio Minniti. Aveva subito la condanna in primo grado pochi giorni prima, il 24 luglio del 2013. E non aveva perso un briciolo di fiducia. Sindaco, questa sentenza dice tre cose: che c’è un clan di nome Mazzaferro, che questo clan ha deciso di farla eleggere per usarla, che tutto ciò, che lei fa, lo fa per conto del clan. Avvocato, è una pazzia. Faccio politica da decenni con l’Udc, Buttiglione è venuto qui a sostenermi, mi hanno scelto i partiti perché sono l’unico che poteva mettere insieme il Pd e Alleanza Nazionale. Allora, sindaco, chiediamo copia di tutte le delibere che la sua giunta ha approvato e dimostriamo che neanche una lira è finita alla ’Ndrangheta.

Se c’è stato un intreccio tra politica e mafia, a qualcosa o a qualcuno sarà servito. Invece, dei cosiddetti reati fine non c’è neanche l’ombra. Femia ha affidato alla centrale unica degli appalti tutte le gare del Comune. L’unica irregolarità formale è un granello di sabbia in un oceano. Riguarda la fornitura e la piantumazione di 40 palme Washington nel corso principale della marina. Il sindaco contratta con un vivaista di sua conoscenza il prezzo di dodicimilacinquecento euro, poi decide di indire una gara, che per un importo così modesto non sarebbe neanche obbligatoria. E che il primo vivaista si aggiudica. Il pasticcio non si ferma qui. Perché Femia si accorda verbalmente con un’altra ditta per scavare le buche in cui interrare le piante, al prezzo di millecinquecento euro. La scelta diretta delle due forniture gli costa una condanna definitiva a sei mesi per turbativa d’asta e una in appello a tre anni per abuso d’ufficio, reato quest’ultimo aggravato dal metodo mafioso. Perché l’artigiano che esegue i lavori è il cugino dell’assessore all’ambiente, arrestato anche lui per associazione mafiosa. Cosicché, per contagio, l’imputazione principale - all’epoca tutta da provare, e poi smentita dalla Cassazione - si proietta sul nuovo reato, aggravandolo. Invano il sindaco si assume in aula la responsabilità dell’errore, invano professa la sua buona fede e invoca la risibile consistenza dell’appalto. Le palme e le buche sono il chiodo a cui l’inchiesta appende il castello di accuse: le grandi manovre della mafia a Marina di Gioiosa!

Che di mafia si tratti lo proverebbero, secondo i pm, undici telefonate con Rocco Mazzaferro, incensurato ma discendente da un’antica famiglia di ‘Ndrangheta, che fino ai primi anni Novanta dettava legge nella cittadina calabra. Femia lo conosce da sempre. Hanno fondato insieme una squadra di calcio, il Torre Galea, sono vicini di casa. Quando nel 2008 punta a farsi eleggere con quella maggioranza tutti dentro, il futuro sindaco lo coinvolge nelle trattative, prima per spingere sul suo nome, poi per convincere un cugino di Mazzaferro a rinunciare a una poltrona di assessore. Quel posto toccava a un medico, candidato con il CCD e risultato il primo degli eletti. L’amico si offre da intermediario, poi si tira indietro. Non voglio, dice a Femia, che in famiglia dicano che mi sono messo in mezzo. Ma quelle conversazioni sono per la procura la prova di un patto tra la politica e la mafia. Mazzaferro è intercettato perché sospettato di essere uno spacciatore, ma soprattutto di voler ricostituire la ‘Ndrina sciolta trent’anni prima. Non è servito dimostrare che, nei tre anni di governo a Palazzo di città, non c’è più una sola telefonata tra il sindaco e il suo vicino di casa. E non è servito ascoltare in aula da uno dei poliziotti investigatori che nessun ritorno, in termini di appalti o favori, è giunto alle cosche dall’attività di giunta. E, ancora, che il sindaco ha emesso e fatto eseguire un’ordinanza di demolizione di una stalla abusiva appartenente proprio alla famiglia Mazzaferro. Il diciotto luglio 2014 la Corte d’Appello di Reggio Calabria conferma la condanna a dieci anni.

La casa di Rocco Femia è al piano terra in una palazzina a due piani, donata dai genitori alla moglie del sindaco, che gestisce un bar-tabacchi e una ricevitoria. Da qui il carcere di Palermo dista trecentoventitré chilometri di strada, e tre di mare. Per percorrerli ci vogliono quattro ore e mezzo, se non c’è traffico. Rita Francesca non è mancata una sola volta in cinque anni ai colloqui con il marito. Da giovane era una promessa del basket calabrese e il Gioiosa Marina dovette sborsare, per acquistarne il cartellino, un milione di vecchie lire al Roccella Jonica, una cifra importante a quei tempi. Ma i suoi tiri da fuori sono valsi alla polisportiva la vittoria di molti campionati. Si sono conosciuti che lui aveva diciotto anni e lei quattordici, da quarantatré stanno insieme. E per i primi trentatré lo sport è stato il principale argomento di discussione in famiglia. Negli ultimi dieci anni non ne hanno mai più parlato.

Il 12 maggio del 2016 Brenda ha tredici anni. «Troppe volte - scrive sul suo diario di sopravvivenza -, ho sentito dire che ci sono buone probabilità che papà esca, ma quelle volte non è mai uscito, e quindi sono rimasta sempre con un piede sopra un filo come un’acrobata». Stavolta è diverso, Brenda, stiamo andando a prendere papà. Ha perso ventisei chili, ma è perfino più bello. È lei scoppia in un pianto dirotto. Tre settimane prima la Cassazione ha annullato le condanne per i presunti mafiosi, che avevano scelto il giudizio abbreviato, spezzando il processo in due tronconi. La sentenza fa brandelli del castello di accuse: non esiste una cosca attualmente operativa a Marina di Gioiosa, le intercettazioni ambientali non provano il reato e risultano travisate, non c’è evidenza di un metodo mafioso in grado di produrre soggezione e omertà, l’accusa di un inquinamento elettorale è sostenuta da «palesi forzature logiche e processuali, laddove si assume che le due liste contrapposte erano espressione di due gruppi ’ndranghetisti». Cari colleghi inquirenti e giudicanti, sembra dire la Corte, tornate a scuola. E sgombrate la mente dai vostri pregiudizi. Un anno dopo la Cassazione replica la lezione, annullando le condanne di tutti i politici e rinviando il sindaco alla Corte d’Appello per un nuovo giudizio. Perché Femia non è certamente un mafioso, ma resta ancora da appurare, secondo i giudici, se abbia aiutato la mafia pur non facendone parte. Per appurarlo passeranno ancora tre lunghissimi anni.

Il sindaco non riesce a farsi una ragione di questo tempo infinito. Dopo cinque anni di reclusione, quella libertà senza assoluzione suona come una pena supplementare. A difenderlo in giudizio ora ci sono, oltre a Eugenio Minniti, anche Marco Tullio Martino e il principe del foro per antonomasia, Franco Coppi. Il sindaco gli ha scritto tre lettere, lui ne ha sposato la causa. Ma il finale non arriva. Femia più volte perde la pazienza e si reca in Corte d’Appello a protestare. Perché una volta è accaduto che uno dei giudici sia stato trasferito. Un’altra è arrivato il Covid. Le sembra giusto, presidente, che io aspetti da tre anni una sentenza decisiva per la mia vita? È in questi casi che la magistratura si rivela al cittadino come un corpo chiuso, geloso custode di imperscrutabili liturgie che rispondono ai rapporti di forza e alle contese tra cordate e scuole di pensiero diverse e antagoniste. Il pm del processo è il procuratore generale Giuseppe Adornato. In apertura chiede la condanna a otto anni del sindaco per concorso esterno in associazione mafiosa. Poi, quando la composizione del collegio giudicante cambia, per il trasferimento di uno dei magistrati, riformula la richiesta, affidandosi al giudizio equitativo della corte. È un dire: condannatelo al minimo. Come se l’accusa non fosse più convinta della colpevolezza, ma non potesse ammettere, dopo cinque anni di carcere e dieci di processo: scusate, ci siamo sbagliati. Però l’ammissione dell’errore il procuratore l’avrebbe fatta in un colloquio privato con l’avvocato, Eugenio Minniti, e questi la riferisce in un convegno del partito radicale. È confortante sapere che il proprio accusatore si è pentito, e ti fa sapere che, in cuor suo, avrebbe voluto chiedere l’assoluzione, e se non l’ha fatto, forse è solo per non smentire dieci anni di ferocia penale da parte dei suoi colleghi? Rocco Femia dovrebbe ringraziarlo per questa sua ambigua indulgenza? Suvvia, sindaco, non c’è molto da tirare per il sottile: un’ora dopo la fine della requisitoria del procuratore, la Corte ti ha assolto per non aver commesso il fatto. È il dieci marzo duemilaventuno. Dieci anni dopo quella terribile notte sei un uomo innocente, oltre che libero.

Potremmo essere giunti alla fine della storia, ma il condizionale è d’obbligo. Perché niente nella giustizia italiana finisce per sempre. Dopo il deposito delle motivazioni, avvenute proprio ieri mattina, la procura generale potrebbe ancora impugnare l’assoluzione e riproporre un nuovo ricorso in Cassazione. Sarebbe, in campo penale, l’equivalente di una lite temeraria, ma si è visto di peggio. Il procuratore convinto della sua innocenza è stato trasferito a Messina, chi lo sostituirà potrebbe pensarla in altro modo. Magari nello stesso modo dei giudici d’appello del processo parallelo ai presunti mafiosi, che sfidando la Cassazione hanno ricondannato tutti. Di una cosa il sindaco è convinto: al banco del giudizio gli errori non li paga nessuno, se si eccettuano gli imputati.

E tuttavia questa storia non mostra solo un errore umano, ma anche un’emergenza democratica. La pratica di arrestare cento per condannare dieci, o uno, o nessuno, non è soltanto un metodo investigativo autorizzato dalla legge, legittimato dalla prassi giudiziaria e convalidato dal consenso popolare. È piuttosto un processo autoritario, che fa dell’azione penale l’unico racconto di una travagliata transizione del Mezzogiorno e del Paese. E che cristallizza la complessità dei fenomeni sociali sulla fotografia monca delle informative di polizia, i cui indizi e i cui sospetti finiscono per diventare pregiudizi cognitivi sulla realtà. È un racconto che schiaccia la società sul passato e impone un blocco sociale nel quale i figli e i nipoti dei mafiosi non potranno che essere mafiosi, e se pure hanno studiato e sono diventati professionisti e uomini di legge, restano per questo racconto colletti bianchi, volti a delinquere. L’Antimafia si nutre della loro ambiguità perché senza sarebbe un paradigma superato dal tempo e, perciò, da archiviare.

Rocco Femia ha venduto due magazzini nel corso principale del paese, poi la quota nello stabilimento balneare Bikini Beach, che gestiva con il fratello e il cognato, ha bruciato in spese legali anche i centotrentamila euro che l’assicurazione aveva riconosciuto al figlio Cristian per l’incidente in motorino. Ha chiesto all’ufficio scolastico regionale di riprendere la cattedra di educazione fisica al liceo classico di Locri e di riavere la differenza tra l’assegno di mantenimento di 780 euro e il suo regolare stipendio, insieme a tutti i contributi sospesi. Per tutta risposta è stato messo fuori ruolo. La condanna a sei mesi per turbativa d’asta giustificherebbe la sua inattitudine all’insegnamento. L’otto ottobre è fissata la causa davanti al giudice del lavoro.

Rita Francesca ha ceduto il suo bar-tabacchi-ricevitoria al figlio maggiore, Francesco, che lo gestisce insieme al cognato. I due soci hanno lo hanno ribattezzato «BAG» con le iniziali dei loro figli, Benedetta, Amelia Isabel e Giuseppe.

Brenda si è iscritta all’Istituto europeo di design di Firenze e da qualche giorno ha preso casa lì. Sogna un futuro nella moda, ma ama ancora scrivere racconti.

Manuel ha lavorato quest’estate in un cash & carry, ma non ha un impiego stabile. Nei giorni liberi va a tirare le reti in mare. Dopo la rottura di due crociati, ha ripreso a giocare a calcio tra i dilettanti.

Cristian si arrabatta come rappresentante della Folletto e nei mesi estivi fa il bagnino. È in attesa di una chiamata per un corso di formazione in un’agenzia di assicurazioni a Milano.

Il procuratore Nicola Gratteri ha trascorso l’estate tagliando ali di folla nelle piazze della Calabria, dove ha presentato il suo ultimo libro «Non chiamateli eroi, Falcone Borsellino e altre storie di lotta alle mafie», scritto con Antonio Nicaso per Mondadori.

Chi volesse davvero compenetrarsi in ciò che abbiamo fin qui narrato provi a tenere viva la memoria di questo articolo per milleottocentotrentasei giorni. Tanti ne ha trascorsi in carcere, da innocente, Rocco Femia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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