Migranti, ammiraglio Alessandro: "Contro ong attacco ideologico, navi non sono porti sicuri"

(Adnkronos) - "Quello alle ong è un attacco ideologico, il più semplice e il più fruttuoso dal punto di vista della visibilità di un supposto impegno sul fronte del contrasto alle migrazioni. In realtà non porta a nessuna politica migratoria nuova e non onora neppure il grande impegno che l'Italia, con la Guardia costiera e la Guardia di finanza, sta svolgendo, un impegno valoroso che andrebbe raccontato come elemento di orgoglio e, invece, quasi viene nascosto". Il contrammiraglio Vittorio Alessandro quell'impegno "eroico" lo conosce bene perché per 31 anni, dal 1981 al 2012, la Capitaneria di porto è stata la sua casa. Un curriculum che lo ha portato anche ad assumere l'incarico di responsabile delle relazioni esterne del Corpo. "Sparare a zero sulle ong - dice in un'intervista all'Adnkronos l'ammiraglio oggi in congedo dopo una parentesi, dal 2012 al 2017, alla guida dal Parco nazionale delle Cinque Terre - significa non comprendere a fondo la vicenda del soccorso in mare, le sue implicazioni giuridiche, etiche e umane e trattare la questione dell'accoglienza in modo scorretto". Perché, sottolinea l'alto ufficiale, "soccorso e accoglienza sono due piani diversi di un fenomeno certamente complicato".

Insomma, è la tesi dell'ufficiale "non si può affrontare una politica sulle migrazioni agendo esclusivamente sul tassello dei soccorsi in mare, versante che chiama in causa la cultura marinara, la civiltà della solidarietà su cui ci siamo formati e il grandissimo impegno delle Capitanerie di porto e della Guardia di finanza in mare". Il suo timore è che una volta affrontato "in modo così rancoroso il tema delle ong", l'attenzione si sposti sul "soccorso in mare in generale e sul fenomeno degli arrivi in Italia, che è molto complesso e articolato e richiederebbe delle risposte ponderate". E non certo "la boutade del blocco navale", che, "secondo la manualistica del diritto marittimo è una condizione eccezionale legata a uno stato di guerra". Nella sua informativa alle Camere il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, fa riferimento alle linee guida dell’Imo (l’Organizzazione internazionale marittima dell’Onu), sostenendo che proprio quel documento sottolinea come le navi possano essere considerate "luoghi sicuri temporanei qualora esse siano in grado di ospitare in sicurezza i sopravvissuti". "Il luogo sicuro non è la nave ma il porto - spiega adesso Alessandro - e della frase riportata tra le virgolette nell'intervento del ministro davanti al Parlamento non c'è traccia nelle norme internazionali dell'Imo. Quel paragrafo che il capo del Viminale ha citato dice esattamente la cosa opposta, ossia che la nave è solo un luogo transitorio di sicurezza".

E l'ipotesi che sia lo Stato di bandiera delle navi ong ad assegnare un porto sicuro di sbarco e che i capitani procedano all'identificazione a bordo è una strategia percorribile? "Se chiedessimo a una nave che ha effettuato un soccorso, qualunque essa sia, di portare le persone tratte in salvo nel Paese di bandiera finiremmo per avere imbarcazioni che vanno in giro per il mondo con naufraghi. In tal modo non solo negheremmo le ragioni del soccorso, ma lo stesso meccanismo, disegnato da norme internazionali, in base al quale i naufraghi devono sbarcare nel più breve tempo possibile. Per quanto poi riguarda il tema dell'identificazione questa può essere fatta solo da un'autorità di polizia, quindi non è possibile farla sulle navi delle ong".

Tra le accuse mosse dal Viminale alle navi ong, che nei giorni scorsi sono state protagoniste di operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale in acque internazionali, c'è quella di aver agito in autonomia, senza informare le autorità compententi. Accuse, però, respinte al mittente da Medici senza frontiere che ieri ha reso noto la corrispondenza che dalla Geo Barents, in occasione dell'ultimo evento Sar, era stata inviata alle autorità marittime degli Stati competenti. "Se quelle informazioni sono fondate - dice il contrammiraglio Alessandro - significherebbe che non è vero quello che ha detto il ministro Piantedosi alle Camere, ossia che agiscono senza comunicare alle autorità l'attività di soccorso che esercitano. Un dato non secondario perché occorrerebbe anche verificare se qualche Stato abbia trasgredito le norme internazionali secondo le quali anche in acque non di propria competenza, lo Stato che riceve la richiesta deve attivarsi perché il soccorso si compia nella sua interezza, ovvero con l'ultimo tassello: lo sbarco delle persone a terra".

A partire dal Conte I l'intero 'affaire migranti' è passato sotto la competenza del Viminale, diventando una questione di ordine pubblico. "E' cambiata la prospettiva - spiega l'ex responsabile della comunicazione della Guardia costiera -. Anche gli aspetti operativi sono stati risucchiati in una visione del migrante come elemento di pericolo. Che i migranti possano costituire un problema sotto il profilo dell'accoglienza e dell'ordine pubblico è vero, ma il soccorso in mare è un obbligo. Perché quelle barche sono in pericolo già quando partono sovraccariche e senza dispositivi di sicurezza dalle coste del nord Africa. Non è possibile scegliere se salvare o meno, a meno che non si sappia che tutte le persone a bordo dell'imbarcazione sono un elemento di pericolo per il nostro Paese".

Le ong nel Mediterraneo centrale arrivano con la fine dell'operazione Mare Nostrum. "Colmarono un buco lasciato dalle Istituzioni", spiega il contrammiraglio in congedo, per il quale la loro presenza è "una garanzia non solo per le attività di soccorso e, quindi, il numero di persone salvate che altrimenti sarebbero morte, ma perché fornisce una testimonianza della illecita attività della cosiddetta Guardia costiera libica, che l'Italia finanzia. Una cosa di cui nessun altro parla, né Malta né Frontex". Per Vittorio Alessandro il braccio di ferro con la Francia sull'Ocean Viking "ha rischiato di isolare il nostro Paese sul fronte internazionale proprio nel momento in cui serve, invece, una grande capacità di dialogo e di intesa tra i Paesi europei. Da cittadino italiano mi chiedo se non sia possibile affrontare il fenomeno migratorio, che è ineliminabile, con una politica che non guardi solo al tema della difesa dei confini quanto piuttosto alle persone come risorse anche per il mercato del lavoro". (di Rossana Lo Castro)