Migranti, il caso dei calciatori-scafisti libici: il 2 luglio l'udienza in Cassazione

·12 minuto per la lettura

Mancano cinque giorni. E' stata fissata per il 2 luglio l'udienza in Cassazione sul caso dei ragazzi partiti sei anni fa dalla Libia e condannati in Italia a 30 anni di carcere come assassini e trafficanti di migranti nell'ambito di una storia - la cosiddetta 'Strage di Ferragosto' raccontata nel film 'Fuocoammare' - che nei mesi scorsi si è intrecciata con quella degli equipaggi dei pescherecci italiani trattenuti in Libia. Un anno fa la Corte di Assise di Appello di Catania ha confermato la sentenza della Corte di Assise di Catania del dicembre 2017, nei confronti di Abd Arahman Abd Al Monsiff, Tarek Jomaa Laamami e Alla F. Hamad Abdelkarim, "tre amici di Bengasi", e di Isham Beddat e Mohannad Jarkess.

"Io ritengo che il ricorso sia assolutamente fondato", dice all'Adnkronos l'avvocato Michele Andreano, intervenuto solo in Cassazione su incarico dell'ambasciata libica a Roma per la difesa di Abd Arahman Abd Al Monsiff insieme all'avvocato Francesco Turrisi di Catania e nominato più di recente anche per Mohannad Jarkess. "Ci sono spazi", afferma il noto penalista romano, convinto che "i buchi delle due sentenze siano clamorosi". Confida "nella serena valutazione dei giudici". Perché, prosegue, se nessuno si può "sbilanciare mai", se nessuno può mai "garantire il risultato, noi dobbiamo garantire massimo impegno intellettuale".

Convinta allo stesso modo della fondatezza del ricorso, l'avvocato Cinzia Pecoraro, legale di Alla F. Hamad Abdelkarim, che - secondo le carte della difesa - ha "lavorato" in passato con la squadra Ahli Bengasi. "Il ricorso è fondato - dice all'Adnkronos - però in questo momento storico la questione relativa agli sbarchi è una nota dolente perché ci sono delle correnti di pensiero contrarie a questo argomento che secondo me pompano perché questi processi vengano risolti per dare un contentino all'opinione pubblica". Per Pecoraro, che riferisce di "continue manifestazioni in piazza in Libia" a difesa dei "calciatori", è "come se avessero arrestato Totti in Libia".

la mamma di Adb Arahman, 'non è un trafficante di esseri umani, è scappato dalla guerra, rilasciatelo'

"I miei motivi sono sei o sette - spiega Andreano in attesa dell'udienza - ma quelli fondamentali sono due". I fatti non sono avvenuti in Italia. Il primo motivo, che considera "enorme", è che "manca l'autorizzazione del ministro della Giustizia a procedere" e "questo è motivo legittimo di annullamento della condanna". Il secondo, "è la carenza di giurisdizione" perché - osserva - "la sentenza stessa dice che l'intervento della nave militare responsabile del salvataggio è avvenuto in acque libiche". "I giudici - prosegue - dicono che i ragazzi si sono imbarcati in acque libiche e che i motori erano accesi da un'ora e mezza, due ore, in acque libiche dove per le esalazioni fortissime è molto probabile che i poveri migranti siano morti immediatamente".

Pecoraro parla di "poveri ragazzi che nulla hanno a che fare con le organizzazioni libiche" come di un "dato acclarato" e di "poveri ragazzi" che "vengono condannati a pene severissime per non aver fatto nulla".

In un messaggio audio inviato all'Adnkronos tramite Claudia Gazzini, esperta di Libia dell'International Crisis Group (Icg) che segue da anni il caso, dalla Libia rivendicano l'innocenza di Abd Arahman e lanciano un appello: "Sono la madre di Abd Arahman Abd Al Monsiff, detenuto in Italia. Siamo stati informati che la data dell'udienza è venerdì prossimo, il 2 luglio. Seguo quanto scritto sul suo caso, in cui è considerato ingiustamente un trafficante di esseri umani. Mio figlio e i suoi amici, invece, sono calciatori nei club libici e il suo sogno è di giocare nelle squadre europee. I motivi della sua partenza erano le condizioni in cui si trovava il nostro Paese e la guerra. Faccio appello alle autorità libiche e alla magistratura italiana affinché lo rilascino e lo riportino nella sua patria, la Libia".

Adb Arahman e Alla 'non si fanno illusioni' - Pecoraro, 'chi era al timone ha dichiarato che non c'era nessun equipaggio'

"Spero se non altro che la Cassazione riconosca che sia il caso di rifare il processo", dice all'Adnkronos Gazzini, che ha incontrato il mese scorso in carcere a Caltagirone Adb Arahman e Alla e racconta dei loro "sogni", il primo "si era imbarcato dalla Libia pensando di arrivare in Germania, voleva andare a giocare a calcio lì", il secondo sperava "di andare a studiare in Svizzera". Sono arrivati in Italia che non sapevano l'italiano e da sei anni sono in prigione. Anche loro, afferma, "non si fanno illusioni sulla Cassazione", hanno "un po' di sfiducia rispetto al sistema dopo la delusione dell'appello, quando speravano in un'assoluzione".

Pecoraro cita una "sentenza della Corte di Assise di Palermo, divenuta irrevocabile il 3 giugno, che attesta come ormai sia un fatto notorio che le organizzazioni libiche sanno che non devono mandare più loro uomini per fare questi viaggi". "Utilizzano - continua - barconi fatiscenti e senza un equipaggio, barconi di 12 metri dove a stento c'è una persona che guida e colui che guida di solito viene scelto a caso tra i passeggeri o magari qualcuno che non ha i soldi per pagare o qualcuno che viene minacciato per farlo".

"Noi siamo partiti per inseguire un sogno - diceva Alla in italiano nell'udienza davanti alla Corte di Assise di Appello, come vuole ricordare la difesa - Per noi accusarci di essere scafisti è un'offesa, assassini, è un insulto, non siamo scafisti, non siamo assassini. Siamo partiti per un futuro migliore, non siamo partiti per fare gli scafisti".

in carcere 'Maradona' sogna una pasticceria, l' 'intellettuale' legge 'Il Sistema'

Per lui, sintetizza il suo avvocato, "ci sono solo due testimoni che dicono di avergli visto passare l'acqua e quindi il fatto che lui avesse una bottiglia d'acqua significa che era un membro dell'equipaggio". Questi ragazzi, continua, "sono stati accusati di aver fatto parte dell'equipaggio, quando colui che guidava, tra l'altro di nazionalità diversa, ha dichiarato che non c'era nessun equipaggio e che ha guidato da solo".

Gazzini racconta di aver parlato con Adb Arahman e Alla, due colloqui distinti, per "poco più di un'ora". "Hanno imparato l'italiano in carcere e hanno studiato", dice, svelando il 'nuovo' sogno di Adb Arahman, che secondo le carte della difesa aveva avuto un contratto con la società El Tahady. Ora è convinto ad "aprire, qualora venisse liberato, una pasticceria a Bengasi". Gazzini parla di Adb Arahman, che aveva già incontrato in carcere per la prima volta lo scorso ottobre, come di un ragazzo con un fisico prestante, muscoloso e molto atletico, piccoletto come Maradona". "Il primo anno di reclusione - dice - ha fatto un corso di italiano, il secondo anno un corso professionale di pasticceria. Non gli è stato riconosciuto il diploma liceale libico e ora fa l'alberghiero. Alla, è un 'intellettuale', fa il liceo artistico, è molto portato per le lingue".

"Fisicamente stanno bene e non si lamentano delle condizioni del carcere, hanno possibilità di fare attività, escono dalla cella alle 9 e rientrano alle 21 - racconta ancora - Lavorano, se possono. Alla lavora nella cucina. L'anno scorso lavorava anche Adb Arahman. E studiano dal lunedì al venerdì, giornate piene". Che non hanno impedito ad Alla di arrivare al colloquio con Gazzini, come lei stessa ricorda, con "tutto il suo fascicolo sotto il braccio e una copia de 'Il Sistema' di Alessandro Sallusti, tutto sottolineato".

Pecoraro, 'incidente probatorio nullo, violate tutte le norme'

Alla, le fa eco l'avvocato Pecoraro, "è il più colto tra i ragazzi, è uno che non ha mai perso le speranze, che mi dà forza, un ragazzo per bene, un gran bravo ragazzo". Il legale ricorda "l'iniziativa provocatoria e assolutamente autonoma" del generale libico Khalifa Haftar che collegò il caso dei ragazzi a quello dei pescatori di Mazara del Vallo trattenuti lo scorso anno per 108 giorni in Libia. Alla, dice l'avvocato, "è quello che quando ha appreso la notizia che Haftar aveva chiesto il loro rilascio ha detto di non volere la libertà a queste condizioni, di volerla conquistare in un'aula di giustizia".

L'avvocato Pecoraro punta in particolare su un "elemento" che considera "veramente inoppugnabile": per lei, "l'incidente probatorio è assolutamente nullo" perché "non è stato condotto secondo le norme dettate dal Codice" e perché "sono state violate tutte le norme". "Nonostante i testimoni fossero presenti e gli indagati fossero presenti, non è stata effettuata prima una descrizione dei soggetti e poi un riconoscimento vero e proprio - spiega - E' stata fatta riconoscere la firma apposta su una foto in bianco e nero in sede di sommarie informazioni". Al momento dello sbarco, "dopo aver attraversato l'inferno". "Il grado di chiarezza delle foto - rimarca - è tale che una delle passeggere non ha riconosciuto neanche il fratello e il marito che erano morti in acqua". Riconoscimenti spesso molto difficili. Ma, insiste, "questo riconoscimento è rimasto tale in tutti i gradi di giudizio". E, aggiunge, "la Cassazione, che è molto attenta ai motivi di legittimità, penso che questo tipo di incidente probatorio non possa farlo passare".

Gazzini si interessa alla loro vicenda dal 2016. Era il luglio di cinque anni fa quando era all'aeroporto di Al Bayda e nelle lunghe ore di attesa è venuta a sapere della storia di un ragazzo libico "partito per l'Italia, un po' sprovveduto, tentando la fortuna, che si è imbarcato all'ultimo minuto e si è ritrovato a essere incarcerato". La storia è iniziata l'anno precedente. I "tre amici libici" si "imbarcano a Ferragosto 2015", ma - ricorda - è nel 2016 che "la famiglia di Adb Arahman inizia a cercare aiuto perché non sapeva che fine avesse fatto il figlio" ed è il periodo, evidenzia, che "coincide con il trasferimento dei ragazzi da un carcere all'altro".

Gazzini (Icg), 'nell'agosto del 2015 Bengasi era in stato di guerra'

Gazzini ricostruisce con l'aiuto della famiglia di Adb Arahman la storia dei ragazzi, "amici partiti insieme da Bengasi, giovanissimi", con "Adb Arahman e Alla che vivevano nello stesso quartiere popolare a nord di Bengasi, lungo la costa", che "hanno studiato assieme", mentre "Adb Arahman e Tarek si erano conosciuti grazie al pallone e giocavano entrambi con la squadra El Tahady". Nell'agosto del 2015 quando i tre lasciano Bengasi, la loro città è in "stato di guerra, le scuole chiuse così come le università, nell'università si combatteva, il calcio, fermo". "Il quartiere di Adb Arahman e Alla - ricostruisce l'esperta citando i racconti dei libici - non era zona di combattimenti, ma era lì che le forze del generale Khalifa Haftar (in conflitto con le forze del governo di Tripoli) piazzavano l'artiglieria pesante per attaccare gli anti-haftariani".

Così, hanno raccontato come lei riporta, sono partiti per inseguire un sogno e sono andati "a Tripoli alla ricerca di un visto, rifiutando il visto turistico di 14 giorni offerto da Malta per il desiderio di venire in Italia". "Non erano andati a Tripoli per imbarcarsi, ma - prosegue Gazzini - nel giro di 24 ore Tarek trova il contatto con qualcuno a Zuwara" e la promessa di "un viaggio, la sera successiva", in cambio di "mille dinari". "Non dicono nulla alle famiglie", continua, e Adb Arahman "si fa prestare" con uno stratagemma "i soldi dallo zio che vive a Tripoli". Arrivano sulla spiaggia di Zuwara, "di notte" e denunciano - riferisce ancora l'esperta - di essere stati "all'inizio maltrattati dagli scafisti", comprese le "botte in testa", fin quando non dicono agli scafisti di essere libici.

Gazzini, 'improbabile abbiano fatto da guardiani o siano stati assoldati dagli scafisti'

"Dall'incidente probatorio - ricostruisce Gazzini - viene fuori che vengono trasportati con i gommoni sulla barca" e che "sono stati tra gli ultimi a essere stati trasportati", dopo turni di "30, 40 persone alla volta", messi "su una zona rialzata del ponte della barca" tanto che "non si erano nemmeno accorti che c'era un sottocoperta". L'esperta riferisce delle paure dei ragazzi, del timore che la barca si ribalti senza sapere che il vero pericolo era la morte per asfissia sottocoperta.

Trascorsi sei anni, Adb Arahman ripete di "non aver dato botte a nessuno", mentre - riporta ancora lei che li ha incontrati - Alla quel viaggio "lo ha passato tutto il tempo a vomitare per il mal di mare". "E' improbabile che abbiano fatto da guardiani o siano stati assoldati dagli scafisti", osserva. Fatto è che quel viaggio è finito con un salvataggio in mare, con la scoperta di 49 corpi nella stiva, migranti soffocati dai gas di scarico. I ragazzi "arrivano a Catania la mattina del 17 agosto" e - prosegue l'esperta - iniziano a essere sentiti alcuni migranti, con "Adb Arahman che all'inizio veniva ascoltato come testimone" per poi ritrovarsi "d'un tratto indiziato, senza capirlo", trasportato con Alla "su un furgoncino dove c'era anche il timoniere della barca che aveva confessato". "L'interprete - riferisce Gazzini dopo il colloquio con Adb Arahman e Alla - aveva detto loro che i centri di accoglienza erano pieni e che era prassi andare in prigione in questi casi. Solo al momento dell'interrogatorio di garanzia in carcere capiscono di essere accusati di qualcosa".

Pecoraro, 'ragazzi rimasti privi di difesa all'inizio, nelle fasi più importanti'

L'avvocato Pecoraro sottolinea come "all'incidente probatorio abbia partecipato il sostituto dell'avvocato d'ufficio, che non aveva le carte, che non conosceva un rigo del processo" e denuncia come "questi ragazzi siano rimasti privi di difesa all'inizio, nelle fasi salienti, nelle fasi più importanti". Poi, continua, "la scelta di alcuni difensori di fare il rito abbreviato", con la sentenza "divenuta irrevocabile" e la "condanna per colui che guidava, che ha confessato che gli hanno offerto di guidare anziché pagare" il viaggio della speranza, mentre "gli altri non c'entrano niente".

"Il punto - rimarca Gazzini - è che c'è già quella precedente sentenza per i ragazzi del gruppo iniziale di migranti sotto accusa che avevano scelto il rito abbreviato e purtroppo quella sentenza conferma per quei ragazzi la condanna a 20 anni". E, conclude, "leggendo gli atti l'impressione è che ci sia proprio una voglia di arrivare a trovare dei colpevoli e poi avere una condanna a tutti i costi, anche a costo di fuorviare quelli che sono gli elementi cardine del diritto italiano". Trenta anni di carcere. "Si tratta di decidere davvero di una vita - conclude l'avvocato Andreano, che in passato ha tra gli altri difeso anche Khadiga Shabbi, la ricercatrice universitaria libica (anche lei di Bengasi) accusata di istigazione al terrorismo e assolta con formula piena dalla Corte d'Assise di Palermo - Trent'anni sono una vita".

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli