Migranti: il mesto ritorno a casa di chi non ce l’ha fatta

Centinaia di migranti ogni giorno tentano la traversata dalla Libia o dall’Egitto verso l’Europa: si parla di quelli che ce la fanno, anche se alcuni poi verranno respinti; di quelli che annegano; ma raramente di quelli che vengono intercettati prima di potersi imbarcare.

Queste sono circa 170 persone, riportate in queste ore in Gambia dopo una lunga permanenza in Libia: bloccati nel deserto, alcuni a lungo in carcere.

Nella gran parte dei casi, sono partiti più di un anno fa, molti si sono visti sequestrare i documenti, o li hanno persi o distrutti. E raccontano esperienze molto dure:

“I libici sparano alle gambe, sparano alle persone anche alla testa, ovunque. Ti trattano come uno zero, come un cane. Danno più importanza a un cane che a un nero. Ci sono una trentina di prigioni lì, e in ognuna è pieno di neri. Solo gente di colore in quelle prigioni”.

“Stasera festeggerò, grazie a Dio, perché alcuni miei amici sono morti davanti ai miei occhi, alcuni sono stati feriti. Per quanto mi riguarda sono stato malmenato, ma non ho niente, il dolore è passato”.

Queste immagini d’archivio mostrano il campo di detenzione di Gheryan, in Libia. Il governo italiano ha recentemente siglato un accordo con le tribù della Libia meridionale, per controllare gli ingressi in Libia dall’Africa sub-sahariana. E il Ministro degli Esteri, Alfano, ha ricevuto in queste ore il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per le Migrazioni, per discutere una possibile azione congiunta in Libia, in termini soprattutto di assistenza umanitaria nei centri di detenzione.

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