Migranti, operatrice Lampedusa: "Scalzi, sotto il sole o la pioggia, così Ue nega umanità"

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Dal molo Favaloro all'hotspot di contrada Imbriacola. In un copione visto già centinaia di volte. Scalzi, stremati, con i segni delle torture sul corpo e le ferite nel cuore. A Lampedusa neppure il maltempo concede una tregua sul fronte degli sbarchi. Anche nei giorni dell'allerta meteo, con la Sicilia sferzata dal vento e piegata dalle alluvioni, le motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza fanno la spola dal molo. Sbarcano il loro carico di vite umane e riprendono la navigazione. "Lo scorso anno, in questo stesso periodo, sull'isola sono arrivate mille persone in più. Altro che emergenza...". Marta Barabino è un'operatrice di Mediterranean Hope, il programma della Federazione delle chiese evangeliche in Italia dedicato ai migranti e ai rifugiati. E quella striscia di cemento in mezzo al mare la conosce bene. Ad ogni approdo, insieme ai volontari, offre tè caldo, acqua, cibo e coperte termiche.

"Vedere gli avvenimenti ripetersi in questo modo crea molta rabbia e frustrazione - dice all'Adnkronos -. Ancora una volta assistiamo all'incapacità dell'Europa e dell'Italia di fornire risposte. Si invoca l'emergenza davanti a un fenomeno che emergenza non è". Nei giorni scorsi su quel molo in centinaia sono rimasti in attesa sotto una pioggia battente. "Scalzi e con i vestiti zuppi. Infreddoliti, qualcuno con i primi sintomi di ipotermia. Tra loro anche minori soli e donne. Una condizione inaccettabile, soprattutto dopo aver trascorso diversi giorni in mare in balia delle onde", dice adesso Marta. Una scena che si ripete puntuale a ogni sbarco."Sia in estate che in inverno l'attesa è estenuante". Sguardi che si incrociano e braccia protese sul molo della speranza. "Chi arriva ringrazia, c'è chi prega, chi sorride. Qualcuno chiede un telefono per far sapere a casa che è vivo, che ce l'ha fatta. Ci dicono: 'Si vede la differenza tra qui e quello che c'è al di là del mare'".

E per raccontare quello che c'è sull'altra sponda del Mediterraneo non servono parole. Bastano le ferite sui corpi e l'orrore che traspare dagli occhi. "Durante uno degli ultimi sbarchi c'era una mamma - racconta ancora Marta -, era a tal punto esausta da non riuscire a prendersi cura dei suoi bimbi che piangevano. Guardava nel vuoto, non parlava e non reagiva". E poi ci sono i bimbi. Tanti, spesso davvero piccoli. "Sono una forza in grado di destabilizzare il sistema securitario e militare messo in piedi sul molo Favaloro. Riescono sempre a prendersi il loro spazio, a strappare un sorriso a chi incontra il loro sguardo. Cambiano l'aria che si respira durante uno sbarco".

Nei giorni scorsi la Chiesa di Agrigento e la Federazione delle chiese evangeliche in Italia sono tornate a chiedere "standard di accoglienza più alti". E umani. "La strategia è semplice - accusa l'operatrice di Mediterranean Hope -: una progressiva disumanizzazione consente di ridurre questa gente a numeri, a mera statistica. Se non li consideriamo esseri umani è più semplice provare distacco". All'ingresso del molo Favaloro una struttura rettangolare ospita i bagni destinati ai migranti che sbarcano. "L'ennesima vergogna. Manca l'acqua, non vengono disinfettati e puliti. Sono in condizioni terrificanti. Ed è così da anni. Ogni volta che vi accompagno qualcuno provo una profonda vergogna e chiedo scusa. Sono un pericolo anche dal punto di vista sanitario".

"Servono soluzioni definitive, non emergenziali - dice Marta -. Bisogna organizzare un'accoglienza umana innanzitutto. Il ritardo nei trasferimenti dall'hotspot crea pericolose situazioni di sovraffollamento". Dopo la raffica di sbarchi degli ultimi giorni la struttura di contrada Imbriacola è di nuovo al collasso. Circa 900 ospiti a fronte di una capienza di 250 posti. "Laddove le condizioni meteo non consentono il trasferimento via mare, occorre lavorare a ponti aerei. E' una strada percorribile". Sulla più grande delle Pelagie Marta è arrivata un anno fa da volontaria. Motivi di studio. "Il tema delle migrazioni è sempre stato al centro dei miei interessi - racconta -, volevo capire come potevo dare il mio contributo, umanizzare un fenomeno ormai strutturale". Avrebbe dovuto rimanere un mese. Da luglio, invece, è diventata un'operatrice di Mediterranean Hope.

"Non tornerei mai indietro, se hai la fortuna di vedere quello che accade qui, poi è impossibile chiudere gli occhi e girarsi dall'altra parte". Il mare adesso è tornato calmo. "Potrebbero arrivare... Noi siamo sempre pronti". Con un sorriso e la mano tesa. (di Rossana Lo Castro)

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