Migranti, sbarchi dimezzati nel 2019

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Nel 2019 gli sbarchi sono continuati a diminuire. Gli immigrati approdati sulle coste italiane nell’anno sono stati 11.471, il 50,9% in meno rispetto ai 23.370 dell’anno precedente e pari ad appena un decimo (9,6%) rispetto ai 119.369 del 2017. L’emergenza, che aveva portato in Italia quasi 625mila migranti fra il 2014 e il 2017 (una media di 156mila l’anno), non c’è più: anche l’incremento registrato nei primi otto mesi di quest’anno, infatti, è lontanissimo dai numeri del quadriennio di afflussi più acuti se è vero che fino al 7 settembre sono sbarcati in Italia 19.995 stranieri, più del triplo rispetto ai 5.683 dello stesso periodo dell’anno precedente, ma comunque meno rispetto ai 20.301 del 2018 (-1,5%). E' quanto rileva il Dossier statistico immigrazione 2020 curato da Idos e Confronti, giunto alla sua trentesima edizione.

Eppure, rileva il Dossier, i fattori d’espulsione nei paesi d’origine e di transito hanno continuato ad agire se è vero che, in accordo con i dati Frontex, complessivamente nell’Unione europea nel 2019 gli ingressi di immigrati irregolari sono stati 139mila, con una diminuzione significativa degli sbarchi sulla rotta del Mediterraneo centrale che ha come principale approdo le coste italiane, ma anche con un incremento lieve su quella del Mediterraneo occidentale e ben più considerevole sul versante orientale, in special modo sulle coste della Grecia. Anche le nuove misure adottate dall’Italia fra il 2018 e il 2019, come si è sottolineato in precedenza, al di là della retorica del dibattito politico, solo in modo molto limitato sono state mirate alla riduzione degli sbarchi.

Dunque che cosa spiega una così significativa riduzione degli arrivi via mare? La chiave interpretativa più corretta è probabilmente quella che guarda all’azione diplomatica e d’intelligence italiana europea in Libia che ha indotto le milizie e i trafficanti a trattenere i migranti più a lungo nei centri di detenzione e a ritardarne la partenza in conseguenza soprattutto del memorandum siglato dal governo Gentiloni nel febbraio 2017 e prorogato da tutti gli esecutivi successivi, incluso il governo Conte II nell’agosto di quest’anno: è a partire da quell’accordo, infatti, che il numero di sbarchi ha cominciato a diminuire, sia pure con “costi” molto pesanti in termini di violazione dei diritti umani come descritto con precisione e crudezza anche dai molti report .

A fronte di un lievissimo aumento netto annuo di residenti stranieri in Italia, che a fine 2019 sono in totale 5.306.500 (appena 47.100 in più rispetto all’anno precedente: +0,9%), l’8,8% della popolazione complessiva del paese, i soli non comunitari regolarmente soggiornanti hanno conosciuto, per la prima volta dopo vari anni, una diminuzione del loro numero, calato di ben 101.600 unità (-2,7%) e giunto così a poco più 3.615.000 (erano 3.717.000 a fine 2018). il Dossier statistico immigrazione 2020 sottolinea che in maniera corrispondente a tale diminuzione, è probabilmente aumentata la presenza di non comunitari irregolari, che, stimati in 562.000 a fine 2018 (Ismu) e calcolato che – anche per effetto del Decreto “sicurezza” varato in tale anno – sarebbero cresciuti di ben 120-140.000 unità nei due anni successivi (Ispi), a fine 2019 erano già stimati in oltre 610.000 e a fine 2020 avrebbero plausibilmente sfiorato i 700.000 se, nel frattempo, non fosse intervenuta la regolarizzazione della scorsa estate a farne emergere (almeno temporaneamente, in base al numero di domande presentate) circa 220.500, in stragrande maggioranza dal lavoro in nero domestico e solo in minima parte dal lavoro nero in agricoltura.

Così, rileva ancora il Dossier, dopo un lungo periodo in cui la crescita degli immigrati compensava significativamente la diminuzione naturale della popolazione italiana, si conferma il rapido declino demografico rilevato dal 2015, con una popolazione complessiva del paese diminuita di ben 551mila unità in soli 5 anni. Un declino che, per un verso, ha visto le nascite complessive attestarsi, nel 2019, a 420.000 (il numero in assoluto più basso negli ultimi 102 anni), a fronte di 634.000 decessi, per un rapporto di 66 neonati ogni 100 morti (era di 96 su 100 solo 10 anni fa); e per altro verso – benché ci si attenda che venga ulteriormente aggravato dagli effetti della pandemia Covid-19 – continuerebbe a essere più ampio senza l’apporto demografico della popolazione straniera, visto che il tasso di fecondità tra gli italiani (media di 1,22 figli per donna fertile) resta comunque più basso di quello straniero (1,89; era di 1,94 nel 2018), sebbene ormai entrambi al di sotto del livello di sostituzione (2,1).

A fine giugno 2020 in Italia la presenza di minori stranieri non accompagnati (msna) nei centri di accoglienza è scesa ad appena 5.016 (per il 95,3% maschi e per l’87,6% tra i 16 e 17 anni d’età), contro i 6.054 di fine 2019 e i 10.787 di fine 2017. Di contro, quelli allontanatisi dai centri e resisi irreperibili erano quasi 5.383 a fine 2019 (cui se ne sono aggiunti altri 215 nei primi 6 mesi del 2020). All’interno dell’Ue a 28 Stati a fine 2019 erano 17.800 (erano 19.800 nel 2018 e 95.200 nel 2015).

I 2.505.000 stranieri che hanno lavorato regolarmente in Italia nel 2019 (solo per il 43,7% donne) costituiscono il 10,7% di tutti gli occupati del paese, a fronte di altri 404.000 stranieri disoccupati (di cui le donne rappresentano stavolta ben il 52,7%) che incidono per il 15,6% tra tutti i disoccupati del paese.

Il mercato del lavoro italiano, rileva il Dossier, appare ancora una volta rigidamente scisso su base “etnica”, con le occupazioni più rischiose, di fatica, di bassa manovalanza e sottopagate ancora massicciamente riservate agli stranieri, che vi restano inchiodati anche dopo anni di servizio e di permanenza nel paese: circa 2 su 3 di essi svolgono lavori non qualificati o operai (63,6%, contro solo il 29,6% degli italiani), mentre ha un impiego qualificato solo l’8% (tra gli italiani ben il 38,7%).

In particolare, gli stranieri incidono per meno del 2% tra gli impiegati degli istituti di credito e assicurativi, del mondo dell’informazione e della comunicazione o dell’istruzione, ma per quasi un quinto tra i lavoratori dell’edilizia, dell’agricoltura e del comparto alberghiero-ristorativo; e per ben il 68,8% tra quelli dei servizi domestici e di cura alla persona, dove trova impiego ben il 40,6% delle donne straniere occupate (il 42,4% degli uomini stranieri, invece, lavora nell’industria o nell’edilizia).

Del resto, se gli occupati stranieri si concentrano per oltre il 50% in solo 13 professioni (e in appena 3 se sono donne: servizi domestici, cura alla persona e pulizie di uffici e negozi), la metà dei lavoratori italiani ne copre almeno 44 (20 se donne). Non stupisce, dunque, che ben un terzo (33,5%) degli occupati stranieri sia sovraistruito (contro il 23,9% degli italiani) e che essi conoscano ancora uno scarto negativo del 24% nella retribuzione netta media mensile rispetto agli italiani (1.077 euro contro 1.408 euro).

Sono continuate ad aumentare, d’altra parte, le imprese gestite da immigrati, arrivate nel 2019 a 616.000 (+2,3% annuo), ovvero al 10,1% di tutte le attività autonome operanti nel paese. Tuttavia, anche in questo ambito la crisi prodotta dall’emergenza Covid ha provocato, nel primo semestre del 2020, una contrazione di ben il 40% delle attività rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ali inizi del 2020, la maggioranza assoluta (51,9%) degli oltre 5,3 milioni di residenti straniera è cristiana (2.749.000 persone), un terzo (33,2%) è musulmano (1.764.000), circa 1 ogni 20 (4,8%) è ateo o agnostico (254.000) – gruppo che quindi rappresenta il terzo in assoluto più numeroso tra gli stranieri, a demolire ancora una volta la falsa immagine che questi ultimi siano necessariamente portatori di un qualche portato religioso specifico – e il resto si frammenta, con percentuali che vanno da circa il 3% in giù, tra induisti (163.000 e 3,1%), buddhisti (124.000 e 2,3%), altre religioni orientali (88.000 e 1,7%), religioni tradizionali – ex “animisti” – soprattutto africane (70.000 e 1,3%), ebrei (5.000 e 0,1%) e altri (90.000 e 1,7%).

I cristiani, in particolare, rileva il Dossier, vedono prevalere al loro interno la componente ortodossa, che, con 1.532.000 fedeli, copre da sola ben il 28,9% dell’intera presenza straniera in Italia (circa 3 residenti non italiani su 10); seguono i cattolici, che con poco meno di 1 milione di presenze (940.000) costituiscono più di un sesto (17,7%) di tutti gli stranieri del paese, quindi i protestanti, che nel complesso contano 235.000 presenze, il 4,4% dell’intera presenza non italiana del paese.

Completano il quadro 42.000 cristiani appartenenti ad altri gruppi minoritari. In particolare: - tra i cristiani, i tre quarti (74,0%) sono europei, suddivisi tra comunitari (55,2%), con un ruolo predominante dei romeni (che da soli rappresentano il 43,9% degli stranieri appartenenti a questa religione), e non-UE (18,9%), tra i quali spiccano in particolare ucraini (8,6%), albanesi (3,9%) e moldavi (2,5%), collettività relativamente numerose anche tra i residenti stranieri tout court.

Seguono, con il 13% dell’intera compagine cristiana, gli americani (tra cui si segnalano specialmente peruviani ad ecuadoriani, con quote sul totale di appartenenza religiosa pari al 3,5% e al 2,7% nell’ordine), gli asiatici con il 7,7% (con le Filippine che da sole coprono il 5,6%) e gli africani con il 5,2% (i soli Nigeria e Ghana pesano rispettivamente per l’1,5% e l’1,0%). Naturalmente nelle specifiche confessioni il peso relativo delle provenienze muta sensibilmente, a seconda del contributo che ciascuna area e paese d’origine offre in termini di fedeli: tra gli ortodossi, ad esempio, il peso degli europei sale addirittura al 97,6% (72,0% comunitari, con i soli romeni che coprono da soli il 68,4%, e 25,7% non-UE, di cui oltre la metà ucraini).

Tra i cattolici, invece, il peso degli europei scende al 42,6% (con i soli comunitari a pesare per il 30,7% – e i romeni per il 9,4% – mentre tra i non-Ue spiccano gli albanesi con il 7,5%), mentre acquistano peso gli asiatici (17,8%, con il soli filippini al 14,7%) e i sudamericani (33,2%, con i peruviani al 9,5% e gli ecuadoriani al 7,3%); tra i protestanti, la rappresentanza europea copre il 55,5% del totale (in 9 casi su 10 comunitari, tra i quali spiccano i romeni con il 30,3%, i britannici con il 7,1% e i tedeschi con il 6,7%), seguita da quelle africana (21,2%, con nigeriani e ghanesi rispettivamente al 9,5% e al 5,2%), americana (15,1%) e asiatica (7,8%).

Tra i musulmani, riporta ancora il Dossier, prevalgono gli africani (53,6%, con i marocchini che da soli pesano per il 24,3% del totale degli immigrati appartenenti a tale religione, gli egiziani per un altro 6,9%, i senegalesi per il 5,8% e tunisini e nigeriani rispettivamente per 5,5% e il 3,3%); seguono nell’ordine gli europei (26,1%, tra i quali spiccano gli albanesi, che di per sé incidono per il 18,8%, quindi a distanza i moldavi e i kosovari, rispettivamente con il 2,4% e il 2,1%) e gli asiatici (19,6%, con bangladesi e pakistani a incidere in assoluto, da soli, per 7,2% e il 6,9% nell’ordine); del tutto marginale (poche centinaia di individui) è in vece la rappresentanza americana e dell’Oceania tra gli immigrati musulmani in Italia.

Sono donne e giovani la maggior parte dei cittadini stranieri presenti nel nostro Paese anche se la proporzione varia a seconda della cittadinanza d'origine. Se si considera la composizione per genere, rileva il Dossier, la dimensione dei nuclei familiari, la distribuzione sul territorio, spesso anche l’attività lavorativa svolta nel nostro paese, le diverse collettività straniere residenti mostrano modelli di insediamento nel nostro paese molto differenti. Nel complesso il rapporto tra i generi è equilibrato, pur se leggermente favorevole alle donne: al 31 dicembre 2019 sono il 51,8% del totale.

La proporzione è tuttavia estremamente variabile in funzione della cittadinanza di origine. Con riferimento alle collettività di una certa rilevanza numerica, essa è nettamente sbilanciata in favore delle donne per i cittadini russi (81,2%), ucraini (77,5%), polacchi (74,1%), brasiliani (68,8%), moldavi (66,2%). Al contrario, percentuali preponderanti di uomini si rilevano tra i residenti senegalesi (solo il 26,4% sono donne), bangladesi (29,5%), pakistani (31,4%), ivoriani (33,0%), ghanesi (33,1%), egiziani (34,1%), tunisini (38,3%), indiani (41,8%).

La popolazione straniera residente in Italia è una popolazione giovane: alla fine del 2019 l’età media era pari a circa 35 anni (a fronte dei circa 46 anni della popolazione italiana), anche in questo caso con forti differenziazioni in base alla cittadinanza. Per quanto riguarda le nazionalità più rappresentate, ad esempio l’età dei cittadini romeni, quella degli albanesi, dei marocchini e dei cinesi si stima in linea con la media generale o leggermente al di sotto di essa. Per i cittadini filippini, per quelli della Georgia ma soprattutto per quelli ucraini, l’età media è invece più elevata.

All’opposto, un’età inferiore alla media si stima per i cittadini dell’Africa centro-settentrionale o dell’Asia centro-meridionale. I differenti modelli migratori e la più o meno antica presenza delle diverse collettività straniere residenti nel nostro paese sono alla base di queste differenze. I cittadini ucraini sono in grandissima parte donne in età adulta, madri di famiglia immigrate in Italia alla ricerca di un lavoro meglio retribuito con il quale contribuire al sostentamento dei propri familiari rimasti nel paese di origine. Un modello simile si applica anche ad altre collettività provenienti da paesi dell’Europa dell’Est, quali la Georgia, la Federazione Russa o la Moldavia. Nel caso dei cittadini provenienti dai paesi dell’Africa centro-settentrionale o dell’Asia centromeridionale si tratta invece normalmente di giovani, su cui le famiglie di origine fanno un vero e proprio investimento.

Il processo di inserimento e radicamento degli stranieri nel tessuto sociale è confermato da diversi indicatori, ma si congiunge a crescenti evidenze di fragilità ed emarginazione. Sebbene nell’a.s. 2018-2019 gli 858.000 alunni stranieri siano arrivati a incidere per il 10,0% sull’intera popolazione scolastica nazionale e ben 2 su 3 (64,5%) siano nati in Italia (553.000), restano alte le difficoltà di partecipazione alla didattica e di conseguimento di livelli medi soddisfacenti di preparazione, condizionando la marcata canalizzazione, alle superiori, verso gli istituti tecnici (38,0%, contro una media complessiva del 31,3%) o professionali (32,1% contro 18,7%) piuttosto che verso i licei (29,9% contro 50,5%), oltre che un progressivo calo dell’incidenza di studenti stranieri nei gradi superiori (dall’11,5% della primaria al 7,4% delle superiori) e all’università (5,4%, pari a 15.900 immatricolati su un totale di 297.000 nell’a.a. 2019/2020).

Le acquisizioni di cittadinanza italiana Paese di immigrazione da ormai almeno un trentennio, l’Italia ha visto aumentare il numero di quanti hanno acquisito la cittadinanza per i motivi riconosciuti dalla legislazione, toccando il massimo delle acquisizioni nel 2016, anno in cui se ne registrarono più di 200mila. I motivi dell’inversione del trend nell’anno successivo, confermato poi nel 2018, vanno ricercati nei calendari migratori che hanno regolato gli ingressi e il raggiungimento dei tempi necessari a poter inoltrare la domanda, nonché nei lunghi tempi del suo perfezionamento da parte degli uffici competenti.

Dopo la flessione registrata nel biennio precedente, nel 2019, rileva il Dossier, aumentano i cittadini divenuti italiani per acquisizione della cittadinanza: se ne contano 127mila, 24 ogni mille stranieri, il 13% in più rispetto al 2018. Dal 2012, complessivamente i nuovi cittadini sono stati più di 1 milione, a conferma di un processo di integrazione e stabilizzazione crescente della popolazione immigrata e delle seconde generazioni. Elevato infatti è stato il numero di minori e di diciottenni che negli ultimi anni hanno acquisito la cittadinanza per trasmissione da parte dei genitori o, per i nati in Italia, al compimento del diciottesimo anno di età: il 38,2% delle acquisizioni nel periodo 2012-2018, per un totale di 356.710 ragazzi e ragazze.

Il dato sulle acquisizioni di cittadinanza rileva risultati diversi anche in base al paese di origine e alla legislazione ivi vigente, poiché in alcuni paesi, come la Cina o l’Ucraina, l’acquisizione di una nuova cittadinanza comporta la perdita di quella di origine, motivo per il quale sono scarse le acquisizioni di cittadini provenienti da questi paesi. L’analisi dei dati, relativi agli oltre 1 milione e 340mila nuovi cittadini residenti all’inizio del 2018, evidenzia le nazionalità più coinvolte: cittadini originari dell’Albania, del Marocco, dell’Egitto, dell’India e del Pakistan.

In totale l’81,6% erano precedentemente cittadini non comunitari. I nuovi cittadini italiani del 2019 sono prevalentemente donne (52,7%) e risiedono per il 65,4% nel Nord. In rapporto alla popolazione straniera residente 27,7 persone su mille del Nord-Est sono diventate italiane, solo 15,7 su mille nelle Isole.

Con 2.630.000 persone, il 49,6% di tutti i residenti stranieri, la provenienza preponderante resta quella europea - si legge ancora nel Dossier -, per il 60,3% costituita da comunitari, 1.586.000; seguono pressoché appaiate l’Africa, con 1.159.000 presenze pari al 21,8% del totale straniero, e l’Asia, con 1.123.000 e il 21,2%.

Gli americani, rileva ancora il Dossier, sono 391.000, il 7,4% di tutti i residenti stranieri in Italia, in stragrande maggioranza latinoamericani: 373.000). In particolare, su poco meno di 200 collettività estere, i più numerosi restano i romeni, che con 1 milione e 200mila persone coprono quasi un quarto di tutte le presenze, seguiti da albanesi e marocchini, con oltre 400mila cittadini ciascuno, dai cinesi, con poco più di 300mila, e dagli ucraini, con circa 240mila.

Nel 2019 - prosegue il Dossier - sono arrivati a 272 milioni i migranti internazionali, che costituiscono quindi più di 1 ogni 30 abitanti della Terra (il 3,5% di una popolazione mondiale di 7,6 miliardi di persone). Nell’ultimo periodo essi sono cresciuti di 14 milioni ogni due anni (erano 258 milioni nel 2017 e 244 milioni nel 2015) e oggi sarebbero 1 miliardo se vi si includessero anche i migranti interni. A ospitarne il maggior numero è l’Europa (89,2 milioni), seguita nell’ordine dall’Asia (77,5 milioni), dall’America (quasi 70 milioni), dall’Africa (26,3 milioni) e dall’Oceania(8,7 milioni).

Oltre 2 migranti su 5 (41,3%) sono insediati, dunque, nel Sud del mondo. In particolare, i migranti forzati, arrivati oggi a 79,5 milioni (erano meno di 71 milioni l’anno precedente), sono raddoppiati in soli dieci anni. Tra costoro, di cui il 40% è costituito da bambini, 26 milioni sono i rifugiati e 4,2 milioni i richiedenti asilo. Si aggiungono poi 24,9 milioni di migranti ambientali, che la pandemia in corso rende particolarmente vulnerabili e che i cambiamenti climatici globali renderanno sempre più numerosi: vari studi ne paventano un aumento esponenziale fino a un numero compreso tra i 200 milioni e 1 miliardo entro il 2050.

A loro volta i migranti economici sono 164 milioni e in diversi paesi del mondo arrivano a rappresentare il 20% della forza lavoro. Sebbene l’emergenza Covid abbia fatto emergere il contributo fondamentale dei lavoratori stranieri proprio in settori chiave per il contrasto alla pandemia (sanità, servizi di cura alla persona, pulizie, comparto agroalimentare, trasporti ecc.), tuttavia, tra i timori di nuove ondate di infezioni e le avvisaglie di una crisi economica senza precedenti, paradossalmente proprio questi lavoratori, tra i più esposti al contagio, potrebbero essere i più colpiti da licenziamenti, restrizioni negli spostamenti (nazionali e trans-nazionali) e lockdown.

Le discutibili politiche di impedimento e respingimento degli sbarchi, congiunte all’assenza, dal 2011, di una programmazione degli ingressi stabili di lavoratori stranieri dall’estero e all’abolizione, dal 2018, dei permessi di protezione umanitaria, hanno determinato, nel 2019, non solo un ulteriore crollo del numero di migranti forzati sbarcati nel paese (11.471, di cui 1.680 minori stranieri non accompagnati: -50,9% rispetto ai totali 23.370 del 2018 e -90,4% rispetto ai 119.369 del 2017), confermando così la fine della cosiddetta “emergenza sbarchi”; ma anche uno svuotamento dei centri di accoglienza (i cui ospiti sono scesi da 183.800 nel 2017 a 84.400 a fine giugno 2020, per una fuoriuscita netta di quasi 100.000 persone in appena 2 anni e mezzo) e un drastico calo della percentuale di riconoscimento delle domande di protezione presentate in Italia (dal 32,2% del 2018 ad appena il 19,7% del 2019, la metà della media europea).

Nel primo caso, perché molte delle persone estromesse dai centri di accoglienza, dopo il varo del Decreto “sicurezza” del 2018, erano richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria che, dispersisi sul territorio, sono di lì a poco divenuti irregolari sia per le più ridotte possibilità di accedere a una forma di protezione sia per l’impossibilità di rinnovare quella umanitaria; e, nel secondo caso, perché l’aumentata quota di diniegati, congiunta all’alta probabilità di non poterne effettuare il rimpatrio a causa dei limitati accordi di riammissione con i paesi d’origine (appena 7.000 rimpatri effettuati nel 2019, il 30,1% dei 23.400 migranti irregolari intercettati nell’anno, solo di poco superiori ai 6.800 rimpatri del 2018), destina anche costoro al rilascio sul territorio in una situazione di irregolarità (dopo una inutile reclusione media di circa 60 giorni in un Cpr, su un limite massimo di 180 stabilito dal Decreto del 2018).

Al prezioso contributo assicurato dai lavoratori immigrati sempre meno corrisponde un adeguato riconoscimento in termini di diritti e qualità della vita: la loro crescente esclusione e marginalizzazione socio-economica, precisa il Dossier, che nelle forme più gravi si concretizza nelle terribili condizioni di sfruttamento e di sopravvivenza nei ghetti, nelle baraccopoli e nei campi profughi, trova sostegno in quello “tsunami di xenofobia” denunciato dall’Onu, mirante a individuare in questi migranti un capro espiatorio. Tra gennaio e aprile 2020 – denuncia Enar – in Europa sono state più di 190 le violazioni dei diritti fondamentali nei confronti dei cosiddetti racialised group.

Tra i vari fattori che alimentano le migrazioni internazionali resta ancora determinante la diseguale distribuzione delle risorse, e quindi il differenziale economico produttivo, tra le diverse aree del mondo. Nel 2019 il Pil mondiale è cresciuto fino a 135 bilioni di dollari Usa: di esso il 45,9% è appannaggio del Nord del mondo (dove abita solo il 17,7% della popolazione mondiale: circa 1,4 miliardi di persone), mentre il restante 54,1% si ripartisce tra i ben 6,3 miliardi di persone (l’82,3% della popolazione planetaria) che abitano il Sud del mondo.

A smussare queste disuguaglianze contribuiscono anche le rimesse di 164 milioni di lavoratori emigrati, i quali, attraverso di esse, sostengono almeno 800 milioni di parenti che vivono nei paesi d’origine più poveri. Secondo la Banca Mondiale, a causa della pandemia le rimesse verso i paesi in via di sviluppo diminuiranno, nell’anno in corso, di circa il 20% rispetto ai 554 miliardi di dollari del 2019 (che pure rappresentano più del triplo degli aiuti allo sviluppo erogati dai paesi ricchi).

Al progressivo e sostenuto aumento dei migranti nel mondo si oppone una sempre più diffusa politica dei muri, dei porti chiusi e dei respingimenti a tutti i costi, compresi quelli in vite umane. Così, la chiusura dei canali di ingresso legali ha lasciato come ultima chance, a tante persone in fuga da guerre, persecuzioni e disastri ambientali, i cosiddetti “viaggi della morte”, che prevedono l’attraversamento irregolare anche di più frontiere; viaggi, questi, in cui sono confluiti anche molti migranti economici, costretti, dalle stesse politiche di chiusura, a mescolarsi con quelli forzati (flussi misti) per tentare l’ingresso attraverso la richiesta d’asilo.

Secondo il progetto Missing migrants di Oim, nel 2019 sono stati 5.306 i migranti che, nel mondo, hanno perso la vita nel vano tentativo di superare i confini tra Stati; e altri 1.772 tra il 1° gennaio e il 15 settembre 2020. In particolare, nell’Ue (nei cui 28 Stati, a inizio 2019, risiedevano 41,3 milioni di stranieri, circa 3 milioni in più rispetto all’anno precedente, rappresentando l’8,0% della popolazione complessiva) il blocco delle vie d’ingresso legali, ottenuto anche con l’erezione di muri e l’uso della forza, ha determinato un crollo sia degli attraversamenti irregolari delle frontiere intercettati da Frontex (da 1.822.177, livello record registrato durante la crisi del 2015, a 141.741, livello minimo registrato nel 2019) sia delle richieste di asilo (quasi dimezzatesi tra il 2015 e il 2019, passando da 1.323.485 a 745.225).

I due terzi di queste ultime (circa mezzo milione) sono stati presentati in 4 paesi: Germania, Francia, Spagna e Grecia. L’Italia, quarta nel 2018 con circa 60mila domande, è scesa nel 2019 al sesto posto, con 43.800. Nella Ue il tasso medio di risposte positive per le decisioni di primo grado prese nel 2019 è stato del 38,8%, ma con un’estrema variazione tra i vari Stati membri: dall’8,5% dell’Ungheria al 66,2% della Spagna.

Non stupisce, dunque, che di tutti gli stranieri che vivono nell’Ue ben quasi la metà (18 milioni) siano cittadini comunitari che semplicemente risiedono in un paese membro diverso da quello di cittadinanza. A questa impermeabilità delle frontiere europee hanno contribuito, come è noto, sia il discusso accordo sui migranti tra Ue e Turchia (marzo 2016), periodicamente minacciato di essere sospeso dal premier Erdoğan nonostante i 6 miliardi di euro ricevuti per bloccare l’afflusso dei profughi; sia la riesumazione dell’accordo italo-libico (febbraio 2017).

In quest’ultimo caso, con l’Italia in prima fila per l’istituzione sia della cosiddetta “guardia costiera libica” (spesso collusa con – e/o formata da – milizie degli stessi clan che controllano tanto il traffico dei migranti quanto moltissimi campi di detenzione), sia – presso l’Organizzazione Marittima Internazionale, garante la stessa Ue – di una zona di mare cosiddetta “Sar”(Search and rescue: ricerca e salvataggio), sotto il diretto ed esclusivo controllo dei guardacoste libici, per catturare i migranti che tentano la traversata verso Italia e riportarli, anche con la forza, negli stessi campi del paese nordafricano, dove perfino l’Onu ha documentato“orrori indicibili”.