Migranti, Trenta avverte Salvini: "La strada non è chiudere, dobbiamo accogliere"

Barcone verso l'Italia, a bordo anche minori in difficoltà. Salvini non molla: "No sbarco in nostri porti"

La questione migranti continua a creare tensioni nel governo. Dopo il caso della nave 'Diciotti' e lo scontro tra Matteo Salvini e Danilo Toninelli, ad avvertire il vicepremier è la ministra della Difesa Elisabetta Trenta. "Il Mediterraneo è sempre stato un mare aperto e continuerà ad esserlo. L'apertura è la sua ricchezza. La strada è regolamentare, non chiudere. La parola accoglienza è bella, la parola respingimenti è brutta. Poi accogliere si può declinare in mille maniere. E si può, anzi si deve, legare accoglienza a legalità", ha affermato Trenta in un'intervista ad Avvenire.

"L'Italia non si gira dall'altra parte. Non l'ha fatto e non lo farà. C'è il diritto di assicurare un asilo a chi fugge dalla guerra. E il diritto di arrivare e trovare un lavoro. Ho guardato cento volte le foto di migranti e ho pensato sempre una cosa: una famiglia che mette un figlio su un barcone sperando di regalargli la vita va solo aiutata". La ministra è tornata anche sul ruolo delle ong: "Dico basta a una eccessiva demonizzazione che non mi convince e non mi piace. Ci sono una maggioranza di organizzazioni luminose. Poi c'è anche qualche mela marcia che sfrutta l'emergenza migranti per fare business. La sfida - lo ripeto - è coniugare accoglienza e rigore. E capire che a volte si agisce per il bene e non sempre si arriva al bene. Soprattutto se manca un'azione coordinata". 

Il caso 'Diciotti'. Martedì per alcune ore la tensione è salita alle stelle tra il ministro dell'Interno Salvini e il suo collega Toninelli, responsabile delle Infrastrutture e dei trasporti, che ha autorizzato l'attracco dell'imbarcazione della Guardia costiera italiana, nonostante a bordo ci fossero 67 migranti, di varie nazionalità, fatti salire dopo essere stati recuperati in mare dal rimorchiatore battente bandiera tricolore Vos Thalassa in acque Sar (search and rescue) di competenza libica. Il vicepremier, avvisato nel cuore della notte di quanto stava accadendo, è saltato dal letto come una furia: 'Chiudete i porti, qui non ci mettono piede', avrà detto ai suoi collaboratori. Ben consapevole di iniziare un braccio di ferro con il Mit, anche se il personaggio non è di quelli che si lascia intimorire da una prova muscolare, sia che si tratti di un avversario, men che meno di un alleato.

Per almeno un paio d'ore avrà maledetto il giorno in cui ha deciso di smettere di fumare, una cicca avrebbe fatto comodo a Salvini per stemperare la tensione. Poi alle 8.30 del mattino il suo telefono ha preso a squillare: sul display è apparso il nome di Danilo Toninelli, meglio rispondere. Il tono del ministro dell'Interno non sarà stato certo quello di una persona predisposta al dialogo, del resto chi lo sarebbe dopo essere stato tirato giù dalla branda con la prospettiva che un tuo sodale ti stesse 'fregando'. Al ministro pentastellato, però, sono bastati pochi minuti per spiegare quello che era successo e far capire al suo interlocutore il motivo della decisione che aveva preso. L'equipaggio della Vos Thalassa era in pericolo, perché i migranti, spaventati dalla possibilità di essere riconsegnati ai libici, hanno minacciato di morte il capitano e i suoi marinai, che hanno fatto in tempo però a chiedere l'aiuto della Guardia costiera italiana. Dunque la 'Diciotti' non è intervenuta per sostituirsi alle autorità di Tripoli, ma per compiere un'operazione di polizia giudiziaria.

Tutto chiarito, quindi: Salvini e Toninelli si sono "allineati" e salutati cordialmente al termine della telefonata, e l'emergenza rossa è rientrata. Almeno per il ministro dell'Interno, che nel frattempo aveva tirato nella storia anche il premier, Giuseppe Conte, e il suo epigono e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ai quali ha consegnato un pezzo della sua arrabbiatura per l'ok allo sbarco dei migranti in Italia. Ma mentre il leader della Lega, una volta appurati i fatti, è tornato alla sua vita di tutti i giorni, a Palazzo Chigi qualche campanello d'allarme è suonato comunque. Ecco perché, una volta arrivato in ufficio, il presidente del Consiglio ha deciso di convocare un vertice con i ministri della Difesa, Elisabetta Trenta, degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, e lo stesso Toninelli. Non c'era il segretario del Carroccio, impegnato in Calabria a visitare i luoghi dove poche settimane fa fu ucciso il sindacalista dei braccianti, Soumayla Sacko.

Ufficialmente il vertice è servito ad "attivare la fase operativa delle decisioni prese all'ultimo Consiglio europeo" in materia di immigrazione. Ufficiosamente, però, si apprende che del comportamento di Salvini si è parlato, eccome. Anche perché il ministro dell'Interno, all'incontro con i colleghi degli altri Paesi Ue, mercoledì e giovedì a Innsbruck, ha intenzione di chiedere mani più libere e collaborazione per sorvegliare le frontiere esterne. Se non è una 'chiusura', è comunque qualcosa che gli si avvicina parecchio. Ma non erano questi gli accordi chiusi da Conte a Bruxelles con gli altri capi di Stato e di governo europei, e sebbene alcuni, vedi la Francia di Macron, abbiano fatto retromarcia rispetto alle intese, se l'Italia non rispetterà quel documento finale, difficilmente otterrà benevolenza su tutti gli altri dossier aperti, reddito di cittadinanza e immigrazione compresi. Impossibile lasciar ancora correre sull'atteggiamento di Salvini. Quindi, anche se per ora non ci sono screzi 'pericolosi' nel governo, Conte e Di Maio, che pure fanno sapere di non essere preoccupati al momento, vogliono comunque tenersi pronti per la prossima prova muscolare dell'alleato.