Mille testate nucleari. Pentagono preoccupato dai piani della Cina

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(Photo: Anton Petrus via Getty Images)
(Photo: Anton Petrus via Getty Images)

Oltre mille testate nucleari. Questa è il numero impressionante degli armamenti atomici dei quali la Cina potrebbe disporre entro la fine del decennio. L’allarme arriva da un report del Pentagono appena reso noto, che evidenzia la crescente preoccupazione di Washington per la rapidità è l’efficienza attraverso le quali Pechino sta dimostrando di essere in grado di costruire un numero sempre maggiore di armi nucleari e di altre tecnologie militari all’avanguardia.

E mentre i vertici militari Usa mettono in guardia il Mondo sulla potenza in costante aumento dell’arsenale militare cinese, sale di nuovo la tensione attorno a Taiwan, dove è appena sbarcata la prima delegazione ufficiale di politici dell’Unione Europea, suscitando l’ira di Pechino. Ma non basta, perché oggi Tokyo ha fatto sapere che, il mese scorso, una flottiglia di 10 navi da guerra cinesi e russe ha quasi completato un giro intorno all’isola principale del Giappone, Honshu, durante un pattugliamento congiunto sino-russo nel Pacifico occidentale che non ha precedenti. Insomma, l’Indo-Pacifico e in particolare le acque del Mar Cinese Meridionale attorno e vicino a Taiwan si confermano come “The most dangerous place on Earth – il luogo più pericoloso al Mondo”, secondo l’azzeccata definizione del settimanale The Economist. Ma andiamo con ordine.

Il Pentagono ha pubblicato l’esplosivo rapporto sulla crescente minaccia dell’arsenale cinese poche ore dopo che Mark Milley, Capo dello Stato Maggiore Congiunto USA, intervenendo all’Aspen Security Forum in corso a Washington, aveva avvertito che i recenti progressi della Cina nella tecnologia missilistica iperspaziale rappresentano un “cambiamento fondamentale” nell’equilibrio del potere militare, che costringe gli Stati Uniti ad adeguare il suo arsenale in termini tecnologici. “Siamo di fronte a uno dei più grandi cambiamenti nel potere geostrategico globale a cui il mondo abbia assistito”, ha insistito il Generale Milley, riferendosi all’incremento esponenziale dei progressi della Cina nelle capacità nucleari, nelle forze aeree e navali, e facendo particolare riferimento ai recenti test di missili ipersonici lanciati da Pechino. Secondo il rapporto del Pentagono, lo scorso anno l’arsenale nucleare cinese è cresciuto a dismisura, raggiungendo un numero stimato di “testate nucleari consegnabili” di circa 200, e potrebbe raggiungere le 700 testate entro il 2027, per raggiungere quota 1.000 entro il 2030.

“La Cina rappresenta una crescente minaccia per il potere americano e la stabilità globale” ha detto ancora senza tanti giri di parole Milley, che è attualmente l’ufficiale di rango più elevato delle forze armate degli Stati Uniti d’America, ammettendo anche che l’arsenale nucleare della Cina si è espanso più velocemente di quanto i funzionari militari statunitensi avessero previsto solo un anno fa. “Se noi, l’esercito degli Stati Uniti, non intraprendiamo un cambiamento radicale nei prossimi 10-15-20 anni, finiremo dalla parte sbagliata di un conflitto”, ha insistito ancora il generale, aggiungendo anche che il cambio di passo nella tecnologia militare evidenziato dall’abilità missilistica ipersonica della Cina, dall’intelligenza artificiale e dalla robotica, rappresenta un passo avanti senza precedenti in termini di potere di deterrenza e di attacco del Pla, l’Esercito Popolare di Liberazione cinese, paragonabili solo agli sviluppi nell’aeronautica, nella meccanizzazione delle armi e nella tecnologia radar nella Seconda Guerra Mondiale.

Il rapporto, richiesto dal Congresso nell’ambito del disegno di legge sulla difesa nazionale dell’anno finanziario, afferma anche che la Cina sta implementando una “posizione strategica detta “contrattacco di preallarme’, in cui la minaccia incombente o anche solo potenziale di un attacco missilistico nemico porta a un contrattacco immediato”. Nel rapporto si legge ancora che la Cina sta costruendo almeno tre campi di silos per il lancio di missili, che ospiteranno il crescente arsenale di missili balistici intercontinentali di Pechino, in grado di volare e centrare un obbiettivo distante anche migliaia di chilometri. L’analisi è stata confermata anche da un altro rapporto, pubblicato questa settimana dal think tank della Federation of American Scientists, nel quale si afferma di aver rilevato, attraverso lo studio delle immagini satellitari, progressi significativi nella costruzione quelli che appaiono come siti di silos missilistici nella Cina centro-settentrionale. “Per la Cina, questo è un accumulo nucleare senza precedenti”, dice ancora il rapporto della FAS, che “solleva domande e incertezze sul deterrente nucleare minimo e sulle politiche cinesi” e si conclude con un avvertimento: il totale di missili balistici intercontinentali della Cina potrebbe superare quello di Washington o di Mosca in un futuro molto vicino.

Una vera e propria corsa agli armamenti, quella cinese, motivata dalla ferrea volontà del presidente Xi Jinping e del suo entourage, di scoraggiare qualsiasi fuga in avanti militare su Taiwan da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali. E infatti l’aerea del Mar Cinese Meridionale si è riconfermata ancora una volta come il palcoscenico perfetto e necessario per le esibizioni muscolari di forza militare di Pechino e del suo alleato più rilevante: la Russia. Ieri, nel riferire delle inedite manovre congiunte nelle acque attorno al Giappone da parte delle forze navali cinesi e russe, il ministro della Difesa di Tokyo, Nobuo Kishi, ha osservato: “Questa è la prima volta che abbiamo conferma di un’attività su così vasta scala e per un periodo così lungo. Riteniamo che questa sia stata una dimostrazione di forza nei confronti del Giappone”.

Tecnicamente, sia lo stretto di Tsugaru che lo stretto di Osumi, attraverso i quali hanno navigato le navi da guerra cinesi e russe, sono considerate acque internazionali in cui le navi straniere possono transitare liberamente, ma l’oggettiva vicinanza al limite delle acque territoriale nipponiche consente di qualificare senza ombra di dubbio l’esercitazione congiunta come un chiaro avvertimento al governo giapponese, perché non intervenga nella questione taiwanese e non spinga oltre le intese strategiche con il suo alleato storico, gli Stati Uniti d’America. Da parte sua, il ministero della Difesa russo ha dichiarato: “I compiti del pattugliamento congiunto erano esporre pacificamente le bandiere di Russia e Cina in acque internazionali, mantenere la pace e la stabilità nella regione Asia-Pacifico e proteggere le strutture dell’attività economica marittima di entrambi i paesi”. Ma al di là del linguaggio inoffensivo dei comunicati ufficiali, è chiaro come la mossa strategica di Pechino, quella di coinvolgere l’”amico” russo, abbia avuto l’evidente scopo di testare la risposta della nuova amministrazione statunitense alle provocazioni nell’area attualmente più “calda” del Pianeta. Mentre gli Stati Uniti cercano di conquistare posizione in questa parte del mondo, Cina e Russia sembrano determinate a dimostrare che a dirigere le danze, invece, sono loro.

In questo quadro di tensione crescente, Tokyo potrebbe giocare un ruolo determinante, ed essere spinta ad aumentare il suo budget militare fino a raggiungere quasi il 2% del prodotto interno lordo, una percentuale mai raggiunta dal Giappone nel dopoguerra. Il governo nipponico, del resto, pare intenzionato a svolgere un ruolo attivo nella difesa regionale, come dimostra la sua recente adesione al partenariato strategico noto come Quad. Segnali importanti in tal senso sono stati la recente partecipazione della marina giapponese all’esercitazione navale di Malabar, insieme a Stati Uniti, India e Australia, e la forte volontà di dotarsi della prima portaerei giapponese dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il mese scorso, infatti, due aerei F-35B del Corpo dei Marines statunitensi sono atterrati e decollati dal ponte della portaelicotteri giapponese JS Izumo, convertita di fatto in una portaerei, appunto. il nuovo primo ministro giapponese, Fumio Kishida, fino a ieri visto come un politico moderato originario di Hiroshima, la città martoriata dall’uso di armi nucleari, ora sembra volersi allineare con le scelte politiche del suo predecessore Shinzo Abe, sostenendo la necessità di Tokyo di dotarsi di un esercito più forte, forse per conquistare figure influenti del Partito Liberal Democratico al potere. Anche se il nuovo premier giapponese sa bene che esiste un limite invalicabile oltre il quale non può spingere il suo Paese, senza rischiare una reazione irreversibile da parte dell’immenso vicino cinese: l’appoggio militare diretto a Taiwan.

Pechino, del resto, ha già i nervi abbastanza scoperti sul tema e, come si è detto in apertura, l’arrivo della delegazione di politici della Ue a Taiwan ha contribuito a farglieli saltare del tutto. Tanto che il Ministero degli Esteri cinese ha subito dichiarato che la visita dei sette parlamentari europei “viola gravemente l’impegno dell’UE nei confronti della politica di una sola Cina e mina il sano sviluppo delle relazioni Pechino-Bruxelles”. Ma secondo i parlamentari europei, la visita – che durerà tre giorni e nel corso della quale incontreranno i massimi leader politici a Taiwan, tra cui la presidente Tsai Ing-wen e il premier Su Tseng-chang - è necessaria per costruire relazioni con le democrazie vicine alla Cina, come appunto Taiwan, che rischia più di ogni altra a causa dell’aggressività, dell’interferenza politica e della disinformazione di Pechino. Ne è convinto il deputato francese Raphaël Glucksmann, a capo della delegazione e presidente della commissione speciale del Parlamento europeo sull’interferenza straniera in tutti i processi democratici (INGE), che appena messo piede a Taipei ha subito dichiarato: “Penso che il mondo non abbia capito abbastanza chiaramente quanto sia difficile e coraggioso costruire una democrazia mentre si è minacciati da un regime autoritario, come quello di Pechino”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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