Mine sulla trattativa

Pietro Salvatori

Mentre le delegazioni di Movimento 5 stelle e Partito democratico sono chiuse in una sala del gruppo pentastellato della Camera, fuori, sotto la canicola, il clima improvvisamente si arroventa. È Alessandro Di Battista a dare il là a un generale indurimento dei toni: “Io sono convinto che andando al voto adesso prenderemmo valanghe di consensi”, dice l’ex deputato, subito prima di specificare la necessità che comunque la legislatura vada avanti. E subito prima di affiancare un altro pre-requisito all’interlocuzione con il Nazareno, la revoca della concessioni autostradali ai Benetton. Di Battista alza la posta. “Vuole far capire a tutto il Movimento che abbiamo un enorme potere contrattuale”, spiega un parlamentare a lui molto vicino. L’ala vicina a Roberto Fico ribolle: “Di Battista fa di tutto per sabotare la legislatura, vuole il voto”, tuona Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura di Montecitorio. “A che titolo parla?”, commenta la deputata Doriana Sarli.

 


L’entourage di Di Maio accredita una sintonia tra i due, il capo politico uscendo dopo aver mangiato in un ristorante vicino Montecitorio ci va con i piedi di piombo: “È un concetto legittimo”. E nello specifico, sul richiamo ai Benetton, si limita a dire: “I nostri dieci punti li abbiamo detti ieri”. Il commensale di turno del leader, il sottosegretario Manlio Di Stefano, pigia invece sull’acceleratore: “È chiaro che in questa fase siamo noi che dettiamo l’agenda necessariamente: i numeri in parlamento parlano chiaro: le concessioni a Benetton vanno eliminate subito”.

La lunga giornata di ieri, il timore che Nicola Zingaretti non sia il solo interlocutore, il fantasma di Matteo Renzi agitano i 5 stelle. E il partito del voto subito sta riprendendo fiato tra gli eletti. Nelle chat interne è girato all’impazzata l’editoriale mattutino del direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. “Trattare col Pd è come trattare con la Libia – scrive il...

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