"I missili Nato alle nostre porte". Putin protesta e chiede a Roma di mediare

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MOSCOW, RUSSIA  DECEMBER 23, 2021: Russia's President Vladimir Putin gives an annual end-of-year news conference at the Manezh Central Exhibition Hall. Sergei Karpukhin/TASS (Photo by Sergei Karpukhin\TASS via Getty Images) (Photo: Sergei Karpukhin via Getty Images)
MOSCOW, RUSSIA DECEMBER 23, 2021: Russia's President Vladimir Putin gives an annual end-of-year news conference at the Manezh Central Exhibition Hall. Sergei Karpukhin/TASS (Photo by Sergei Karpukhin\TASS via Getty Images) (Photo: Sergei Karpukhin via Getty Images)

Nella consueta conferenza stampa fiume di fine anno, Vladimir Putin sfoggia il tradizionale esercizio di propaganda e non fa sconti a nessuno. Pone l’accento sulle responsabilità nelle varie crisi aperte e rinsalda il ruolo della Russia sulla scena internazionale. Un ruolo che, a suo dire, l’Occidente tenta di minare in ogni modo come dimostra il caso dell’Ucraina, imbevuta di retorica anti russa e “costantemente rinforzata con armi moderne e con lavaggi del cervello alla popolazione”. Mosca continua a escludere un intervento militare, nonostante le centinaia di migliaia di soldati spediti al fronte. “Non è la nostra opzione preferita, non lo vogliamo. Spero”, ha continuato il presidente, “che lo sviluppo della situazione proceda lungo questo sentiero” di dialogo intrapreso con le controparti. A loro, ovvero Nato e alleati, ricorda come ci sia una linea rossa da non dover superare se vogliono che la situazione non esploda. “Un ulteriore avanzamento verso est è inaccettabile” sottolinea, anche perché “sono stati gli Stati Uniti ad arrivare con i loro razzi a casa nostra, alle porte di casa nostra. E voi pretendete da me delle garanzie. Dovreste darcele voi delle garanzie. E subito”.

Per Putin, gli accordi risolutivi sul Donbass - il cui futuro “dovrebbe essere determinato dalle persone che ci vivono” - ci sono già e fanno fede a quelli di Minsk di sette anni fa, ma è l’Ucraina a non volerli accettare e a minacciare più volte il conflitto. Nel momento della dissoluzione dell’Urss, rammenta Putin, Mosca aveva accettato di lasciare determinati territori a Kiev purché non finissero nell’orbita occidentale. Una promessa tradita per il capo del Cremlino visti i desideri europei del presidente Vladimir Zelensky.

Ciononostante, Putin sottolinea che “in generale vediamo una reazione positiva” da parte di Washington, che fornisce più sicurezze e si dice pronta a intavolare un discorso costruttivo. Si partirà dai 9 articoli della “hotline” che Mosca ha inviato Usa e Nato, su cui Washington non concorda ma è disposta a parlarne. L’incontro dovrebbe tenersi a gennaio a Ginevra, e i rappresentanti delle parti sono stati già avvertiti. “Dobbiamo pensare a garantire le nostre prospettive di sicurezza non solo per oggi e la prossima settimana, ma per il prossimo futuro”.

Come è solito fare in queste occasioni, che assomigliano più a uno strumento per propagandare il suo operato piuttosto che un reale stato dell’arte, Putin si è soffermato per ore a rispondere alle domande dei giornalisti pre selezionati. Ne sono stati scelti 507 (da segnalare l’assenza di Dmitrij Muratov, direttore di Novaja Gazeta, dove lavorava anche Anna Politkovskaja, e fresco di Nobel per la pace), idonei a prender parte all’evento annuale. Questa volta si è svolto al World Trade Center, nel grande edificio del Maneggio della capitale, a differenza dello scorso anno quando il presidente russo era stato costretto a collegarsi dalla sua residenza di Novo-Ogaryovo causa Covid-19. E proprio sulla pandemia il capo del Cremlino ha dato sfoggio della grande resilienza russa, senza risparmiare critiche ai suoi cittadini. “L’immunità collettiva ad oggi è del 59,4%, ma non è abbastanza”. La soglia minima è fissata all’80%, che spera di raggiungere al massimo entro la metà del 2022. L’importanza dei vaccini è fuor di dubbio, unica arma per contrastare il virus che, tra le conseguenze negative, ha abbassato la speranza di vita in Russia, passata da 71,5 a 70,1.

A preoccupare il presidente è il calo demografico della sua popolazione, importantissima per non perdere appeal a livello internazionale e geopolitico. Meno abitanti, infatti, vuol dire un minor peso decisionale. Come sottolineato da Putin stesso, “da un punto di vista geopolitico, oltre che economico, una popolazione di 146 milioni di abitanti è del tutto insufficiente per un territorio così vasto”. Quindi, per evitare il Covid-19 acceleri questa tendenza negativa, emerge la “necessità del riconoscimento reciproco dei vaccini” e che questi “siano diffusi in tutto il mondo il più rapidamente possibile nella maggior quantità possibile. Altrimenti non saremo in grado di far fronte a questo problema a livello globale e l’umanità vivrà con esso per tutto il tempo”, ha avvertito.

La collaborazione che Putin richiede deve essere però estesa a più fronti, a iniziare con quell’Europa che continua il suo dialogo con Mosca attraverso le sanzioni. Per provare a normalizzare il rapporto, uno Stato chiave potrebbe essere proprio l’Italia, o meglio il presidente del Consiglio. Con Mario Draghi “abbiamo parlato più volte al telefono” ha ammesso Putin. “Siamo in contatto in un’atmosfera cordiale e costruttiva, su una serie di questioni che riguardano l’Italia nel campo dello sviluppo dei nostri legami economici e certamente, in questo senso, mi riferisco a un livello e a un atteggiamento così benevolo nelle nostre relazioni”. I buoni rapporti tra Mosca e Roma vanno “al di là del partito di governo” insediato a Palazzo Chihi e possono pertanto essere utilizzati come strumento per stemperare una tensione diventata ormai palpante.

Sulla crisi energetica, tuttavia, il presidente russo non compie alcun passo indietro, o verso l’Europa che dir si voglia. Anzi, rincara la dose e si schiera a fianco della “sua” azienda, la russa Gazprom, che sta “fornendo tutti i volumi richiesti dai contratti esistenti”. L’aumento dei prezzi, che solo ieri ha fatto registrare lo storico record dei duemila dollari per mille metri cubi, non è da additare né alle operazioni che sta portando avanti il Cremlino né alla società di San Pietroburgo. Il presidente russo ha tuonato contro Europa e Ucraina, colpevoli di “mentire e capovolgere la realtà”, che invece mostra un problema creato da loro stessi e che, dunque, “devono risolversi da soli”. “Noi”, ha affermato Putin porgendo una mano a Bruxelles, “siamo pronti ad aiutare”.

Una mano è stata allungata anche verso Pechino, sicuramente con più decisione e interesse rispetto ai vicini europei. Le relazioni tra Russia e Cina, infatti, regolano gli affari globali e fanno in modo che tra i due giganti dell’est si mantengano relazioni bilaterali. “È una partnership assolutamente completa di natura strategica che non ha avuto precedenti nella storia. Questo duro lavoro quotidiano avvantaggia sia i cinesi che i russi ed è un serio fattore stabilizzante sulla scena internazionale”. Lui e Xi Jinping si chiamano “amici” a vicenda, ha confidato Putin, e il legame che li lega viene confermato dai 100 miliardi di dollari che il commercio tra i due Paesi ha fatto registrare già prima della pandemia. La collaborazione in tema di energia dovrebbe portare sia Cina che Russia a uno status di carbon free entro il 2060, ma Putin si augura che si possa andare anche oltre, sia perché “la nostra vita e il nostro Paese” non finiranno tra quarant’anni e sia perché le sfide da vincere insieme sono ancora molte, a iniziare dalla conquista dello spazio.

Anche per questo, il giudizio del presidente russo nei confronti di quelle nazioni che hanno deciso di boicottare i Giochi invernali in corso a Pechino è fortemente negativo. Una decisione “inaccettabile e sbagliata”, quella che hanno preso Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda, che starebbero cercando di ridimensionare il ruolo della Cina attraverso lo sport. Quest’ultimo, tutt’al più, dovrebbe essere uno strumento che “unisce le persone, così come l’arte, e non creare problemi nelle relazioni internazionali degli Stati”.

La motivazione fornita dalle federazioni che boicotteranno i Giochi, in primis quella americana, è la costante violazione dei diritti umani in Cina. La loro salvaguardia ha interessato anche Vladimir Putin, quando dalla stampa hanno inevitabilmente chiesto novità riguardo il dissidente Alexei Navalny. Dopo esser stato curato in un ospedale tedesco in seguito al presunto avvelenamento, l’oppositore numero uno di Vladimir Putin e fondatore del Fondo anti-corruzione (Fbk) è stato arrestato e in seguito condannato a due anni e mezzo, in quella che è stata definita come una sentenza fortemente politicizzata. “Abbiamo ripetutamente inviato richieste ad altri Paesi affinché ci fornissero almeno dei materiali che confermassero l’avvelenamento. Non ce ne sono”, ha risposto Putin chiudendo il discorso. “Dateci una ragione per aprire un procedimento penale. Ma se non c’è niente a cui rispondere”, ha detto rivolto ai giornalisti presenti, “allora voltiamo pagina”. D’altronde per Putin il clima con cui si lavora in Russia non ha niente a che vedere con quello che descrivono i giornali o che denunciano le varie istituzioni. Qui “non vietiamo il lavoro” ad alcuni media stranieri. Piuttosto, “vogliamo che le organizzazioni impegnate nell’attività politica interna della Russia dichiarino in modo chiaro e conciso le fonti dei finanziamenti esteri per il loro lavoro”.

Nel conto di fine anno presentato da Vladimir Putin il suo Paese altro non è che un gigante che lavora per il bene comune, mentre l’Occidente viene descritto come colui che da sempre tenta di buttarla giù. Una “pressione costante” che, a detta dello zar, può essere solo spiegato in un modo. Dopo la capitolazione dell’Urss nel 1991, ha affermato, si decise per uno smantellamento dell’Unione sovietica, ma “si ha l’impressione che questo non sia abbastanza per i nostri partner. Secondo loro, la Russia oggi è troppo grande”. Cita la storia, dunque, per mostrare quando la Russia sia ancora grande.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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