Modello Marocco. La sconfitta del partito islamista, decisa dal popolo

·5 minuto per la lettura
A woman casts a vote at a polling station in Rabat, Morocco, Sept. 8, 2021. Morocco kicked off its lower house and local elections on Wednesday as some 17.5 million eligible voters are going to the polls across the country. (Photo by Chadi/Xinhua via Getty Images) (Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)
A woman casts a vote at a polling station in Rabat, Morocco, Sept. 8, 2021. Morocco kicked off its lower house and local elections on Wednesday as some 17.5 million eligible voters are going to the polls across the country. (Photo by Chadi/Xinhua via Getty Images) (Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)

Per dieci anni, i marocchini hanno osservato il partito islamista moderato PJD muoversi all’interno delle regole della democrazia. Dopo dieci anni, hanno deciso che quella visione della società non rispondeva più alle loro speranze e alla loro idea di futuro. La lezione che arriva dal voto per il rinnovo del Parlamento marocchino è interessante, tra le altre cose, perché smentisce la tesi secondo cui islam e democrazia sarebbero inconciliabili, una semplificazione in cui si rischia di cadere sull’onda della disastrosa parabola afghana. Fatto salvo che la democrazia non si esporta con le bombe - come ricorda questo struggente pezzo del New Yorker sulle continue uccisioni dei civili, motivo principale che ha spinto le donne nelle campagne a rifiutare la presenza di chi affermava di volerle aiutare – resta il fatto che, laddove la religione musulmana è dimensione identitaria predominante, lo spazio per la democrazia vacilla. Il crollo in Marocco del partito islamista della Giustizia e dello Sviluppo – che ha ottenuto solo 12 seggi su 395, a beneficio soprattutto del partito liberale RNI guidato dal magnate Aziz Akhannouch – racconta la storia di una relazione completamente diversa tra islam e democrazia, con la sovranità nazionale e il pluralismo come chiavi di volta. HuffPost ne ha parlato con Karima Moual, giornalista inviata del gruppo Gedi in Marocco per seguire le elezioni, e Francesca Caruso, ricercatrice nell’ambito del Programma IAI Mediterraneo, Medio Oriente e Africa e policy officer del Mediterranean Women Mediators Network (MWMN).

[Link intervista]

“Il PJD, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, è un partito islamista che si rifà alla Fratellanza islamica, seppur con caratteristiche moderate”, ricorda Karima Moual. “È un partito che si fa forza con le Primavere arabe nel 2011, come avviene in altri paesi, ma che, a differenza di quanto avviene altrove, riesce a entrare nel gioco politico democratico, proponendo una sua visione di società con una chiara impronta islamista sulla morale e altre tematiche”.

Per ben dieci anni questo partito va avanti, sempre nelle regole della democrazia. Secondo Moual, “ciò che si deve comprendere da questo risultato è che, per la prima volta nel mondo arabo islamico, un partito islamista, seppur moderato, entra nel gioco politico in maniera democratica ed esce in maniera democratica: viene giudicato sulla base di come ha governato e di cosa pensa la società. Se in altri paesi, come in Egitto o in Tunisia, i partiti islamisti possono avere l’alibi di essere stati contrastati in maniera violenta o complottistica, qui no: i marocchini si sono presi il loro tempo; li hanno votati, li hanno visti all’opera, infine hanno optato per un’altra idea di società e di futuro”.

Un dato molto interessante è quello dell’affluenza alle urne, in aumento malgrado il perdurare dell’emergenza Covid. Il ministero dell’Interno ha dichiarato che l’affluenza è stata del 50,35%, mentre in alcune regioni meridionali ha superato il 66%, in netto aumento rispetto al 43% registrato alle elezioni del 2016. I giovani e le donne hanno giocato un ruolo decisivo nel determinare il risultato. “Ci arrivano tanti messaggi da questo paese che è nostro vicino ma purtroppo non seguiamo abbastanza”, argomenta Moual. “Mentre in Italia i giovani si allontanano dalla politica, in un paese dell’Africa, con tutte le sue specificità e la nota sfiducia verso la classe politica, i giovani hanno scelto di partecipare, facendo la loro scommessa. Quanto alle donne, la loro partecipazione a queste elezioni è stata ampia, plurale e diversificata, anche dal punto di vista visivo: c’erano donne sia con il velo sia senza nelle liste dei partiti più diversi”.

Il grande vincitore della tornata elettorale, anche grazie a un sapiente uso dei social media, è il partito liberale di centrodestra RNI, Raggruppamento nazionale degli indipendenti, guidato dal miliardario Aziz Akhannouch. “Si tratta di uomo d’affari liberale, abbastanza progressista, attento all’economia, alle infrastrutture e alla società, che ha puntato molto sul contrastato agli islamisti con lo slogan ‘Meriti di più’, un’affermazione sulla quale i marocchini, soprattutto i giovani, si sono trovati d’accordo”, spiega Moual. Akhannouch, 60 anni, è ministro dell’Agricoltura e della Pesca dal 2007; concentra le sue fortune negli idrocarburi, ma ha anche attività nel settore bancario e delle telecomunicazioni. Padre di tre figli, ha oggi una fortuna di 2 miliardi di dollari, secondo la rivista americana Forbes, ed è considerato il secondo uomo più ricco del Marocco dopo il re Mohamed VI, con il quale ha ottimi rapporti.

L’RNI è un partito è composto da uomini d’affari, alti funzionari statali e tecnocrati, ma che raccoglie anche notabili locali, attivisti della società civile e intellettuali. La sua vittoria dopo, dieci anni di protagonismo islamico, denota l’unicità del caso marocchino nel panorama arabo-islamico

Innanzitutto - sottolinea Moual - “il Marocco è un paese musulmano, ma non solo: è un paese che tiene alla sua pluralità identitaria, alla presenza della cultura berbera e andalusa, al riconoscimento della sua ebraicità. Sono tutti pezzetti di un mosaico che invece di essere divisivo rafforza. La religione islamica per il Marocco è un fatto identitario assieme a tanti altri. Nel tempo, la politica del re Mohamed VI ha riconosciuto e valorizzato questa pluralità identitaria: invece di utilizzare questi elementi per dividere, li ha usati per unire”.

Guardare a Rabat con negli occhi le immagini della riconquista talebana di Kabul significa anche interrogarsi su cosa ha permesso al Marocco di essere l’eccezione che è. “Il Marocco – conclude Karima Moual - è un’eccezione anche perché non ha subito interferenze: è un paese sovrano che si è strutturato nel tempo portando avanti un suo percorso. Parliamo di un paese che non improvvisa nulla, sia dal punto di vista interno sia da quello geopolitico, come dimostrano l’apertura verso Israele con la firma degli accordi di Abramo e la volontà di giocare un ruolo di primo piano nella produzione dei vaccini collaborando con Pechino. È un paese che ha ambizioni, porta risultati, gode della fiducia di potenze internazionali. Negli ultimi dieci anni ha avuto la sua parentesi islamista con un partito che non ha fatto nulla di antidemocratico: ha offerto una sua proposta di società, il voto di ieri l’ha respinta”. Come funziona, appunto, in una democrazia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli