"Molti non sanno di essere razzisti. Ma fanno ai miei figli ciò che non farebbero a una bimba bionda"

Nicoletta Moncalero
·11 minuto per la lettura
(Photo: Feltrinelli screenshot)
(Photo: Feltrinelli screenshot)

Anno 2018, Italia. Amir è in stazione, deve andare a scuola in treno. Un controllore lo chiama e lo obbliga a spogliarsi: “voi neri, avete sempre la droga nelle mutande”. Una ragazzina di 15 anni aspetta l’autobus per tornare a casa. Ha la pelle scura come il papà ivoriano. L’autista accosta e le chiede se è italiana, vuole vedere i documenti. Lei non glieli mostra e resta a piedi. La risposta dell’azienda che gestisce il servizio alle lamentele dei genitori: lasciate perdere, forse è meglio acquistare un motorino a vostra figlia. A scuola, liceo, l’insegnante di italiano chiede a un suo studente dopo aver visto in classe Mowgli: anche tu vivevi nella giungla e saltavi da una liana all’altra? La risposta della preside: meglio lasciar stare, la professoressa è solo un po’ fuori di testa.

Storie di ordinario razzismo che sembra impossibile esistano ma che invece sono da combattere anche oggi, ai tempi del coronavirus. Cambiano i soggetti, ma rimane tutta la virulenza. C’è la paura di perdere il controllo, c’è il bisogno di dare la colpa a qualcuno, c’è sempre un nemico da combattere, ed estrarre le armi peggiori sembra sempre essere la miglior soluzione. Quanto meno la più facile.

“Riceviamo almeno 4-5 richieste di aiuto a settimana - dice Gabriella Nobile, fondatrice di Mamme Per la Pelle -. Solo ieri mi è arrivata una segnalazione che fa inorridire. Prima che ci fosse la chiusura totale delle scuole, un dirigente scolastico nelle Marche, ha chiesto a 5 ragazzi asiatici di presentarsi a scuola col tampone negativo. Altrimenti dovevano stare a casa. Questa mamma che mi ha scritto ha fatto presente che il figlio era nato in Cina, ma è in Italia da quando aveva 6 mesi, adesso ha otto anni. Non è bastato neppure questo, il preside voleva comunque il tampone. Così le altre mamme sono più tranquille, non vogliono mandare più a scuola i loro figli perché hanno paura dei vostri”.

Le altre mamme forse siamo noi. E non siamo poi così al riparo dall’essere razziste.

Gabriella Nobile, mamma di due bambini adottati, nel 2018 ha scritto un post contro Matteo Salvini. Oggi si rivolge a tutti. Lo fa in un libro appena uscito per Feltrinelli: “I miei figli spiegati a un razzista” con la prefazione di Liliana Segre. Per dire che il razzismo non è cosa d’altri tempi e altri luoghi, non è poi così lontano da noi, dai nostri occhi.

Partiamo dalla lettera a Salvini. Era il 2018, il post divenne virale: lei disse al leader della Lega che stava regalando ai suoi figli momenti di terrore fuori dal comune. Che cosa era successo quel giorno sull’autobus di suo figlio?

Lui quell’anno giocava per l’Accademia Inter: andava agli allenamenti per tre volte a settimana, con uno o due suoi amici. Dodici anni, in autobus con un suo compagno di squadra, anche lui adottato, credo che arrivasse dal Togo. Sull’autobus - dei ragazzi la prima volta e poi una signora - hanno iniziato ad apostrofarli “se vince Salvini vi rimandiamo a casa vostra”. Era una situazione tutt’altro che fraintendibile: su un autobus, col borsone di una squadra di calcio. Ma avevano la pelle nera e questo è stato sufficiente a scatenare l’inferno. Lui e l’amico sono scesi dall’autobus e si sono fatti 6 o 7 chilometri a piedi. Sono rimasti sconvolti dal fatto che nessuno li abbia difesi. È la cosa che più li ha colpiti. E da lì è partito tutto, il mio post rivolto a Salvini è nato la sera stessa.

Dopo il suo post che cosa è successo?

Il post è diventato virale, sono stata prima bloccata da Facebook, poi dopo 24 ore mi hanno ributtata dentro: ho ricevuto centinaia di insulti ma anche centinaia e centinaia di messaggi da parte di mamme che stavano vivendo con me questa situazione surreale. Momenti indicibili in campagna elettorale. Mi sono sentita quasi investita di una responsabilità: dovevamo raccontare che le cose stavano cambiando, peggiorando. Quando ho adottato i miei figli, ormai 12 anni fa, pensavo che col tempo anche noi saremmo diventati una nazione accogliente, inclusiva, pronta a non scambiare un ragazzino con la pelle scura per il nemico. Pensavo che ci adattassimo ai tempi, alla Francia, al Belgio, all’Olanda, invece purtroppo non è stato così. Ma questo non perché il razzismo sia stato inventato due anni fa. Il razzismo esiste da sempre, fa parte di noi, come scrivo anche nel libro. È stato autorizzato, sdoganato, è stato lasciato come un’autorizzazione ad urlare in faccia alle persone che odi quello che pensi. Cosa che prima non si faceva.

Oggi nel suo libro scrive a tutti. C’è un avvertimento che dovremmo tener ben presente, anche se non ci riteniamo parte in causa: non è solo un grande insulto che definisce un razzista

C’è anche un razzismo inconsapevole: non lo fai con cattiveria, ma lo fai. Cose che non faresti mai a una bambina con i capelli biondi. Non la fermeresti mai per strada per toccarle i capelli e per dirle guarda che bel colore che hai. C’è una forma di pudore con i bambini degli altri, una forma di rispetto che cade invece immediatamente nel momento in cui hai a che fare con un nero. Se sei un bambino nero ti considerano meno. C’è un atteggiamento meno rispettoso. Mi ricordo che quando mio figlio era piccolo, attirava l’attenzione perché assomigliava un po’ ad Arnold, quello del telefilm. Io dovevo fermare le persone che lo fotografavano per strada come se fosse una bestiolina rara. Una cosa imbarazzante. Ma non lo facevano con cattiveria. Mi ricordo in spiaggia in Puglia, io ero a prendere il sole e lui in acqua. Ad un certo punto lo vedo su uno scoglio piccolino in posa. Mi avvicino e mi dice che dei signori gli stanno facendo una foto: come un animaletto dello zoo. Io sono certa che non lo si faccia con cattiveria, però queste cose sono dei segni, tutti giorni, che rimangono sulla pelle dei nostri figli, che si sentono diversi.

Ad un certo punto anche lei si è chiesta se si stava comportando nel modo giusto con i suoi figli, chiedendo loro di vestirsi meglio degli altri, di essere più educati degli altri

È successo soprattutto con il grande, un senso di protezione e di omologazione, quasi come se omologandolo ad una parte più raffinata della popolazione potessi riuscire a difenderlo. Invece lui a 13-14 anni vuole vestirsi come gli altri, con i pantaloni larghi e le felpe over size. Solo che se due bambini, uno bianco e uno nero, si vestono così, è facile che la gente pensi che quello nero è un pusher o un poco di buono. Così io, sbagliando, gli ho sempre detto che doveva essere più bravo degli altri, vestirsi meglio degli altri, essere più educato degli altri. Gli dicevo: non devi lasciare che gli altri abbiano occasione facile per ferirti. Invece è giusto che lui viva la sua adolescenza come tutti, perché non è diverso dagli altri. E io spesso, per prima, l’ho trattato in modo diverso.

Sono molto toccanti le pagine che dedica a sua figlia. Ad un certo punto dice “Tu puoi diventare quello che vuoi, figlia mia, ma fuori dall’Italia. La pensa ancora così?

Sì. Oggi come oggi, sì. Conosco le figlie di amici che hanno 20-25 anni e fanno una gran fatica a trovare lavoro. Non vengono mai considerate alla stessa altezza degli altri. E quindi in questo momento storico purtroppo dico di sì. Io spero che le cose cambino, che un giorno avere la pelle nera sarà come avere gli occhi azzurri.

Che cosa possiamo fare perché questo cambi?

Deve cambiare la percezione che il nero è diverso da noi. Quello che ci dobbiamo chiedere prima di dire o fare qualcosa è ma io farei lo stesso se davanti a me ci fosse un ragazzo con la pelle chiara? La società, i media ci devono aiutare. Quando parlo con i ragazzi afrodiscendenti grandi, che fanno anche lavori di tipo artistico mi dicono che se ad esempio vengono chiamati per fare un film vengono ingaggiati per ruoli come il vu’ cumprà, il pusher o quello che lava i pavimenti da Mc Donalds. Se sei donna, la prostituta, la donna delle pulizie, e se ti va bene, se hai un avanzamento di grado, puoi interpretare la tata. Sono messaggi chiari che arrivano a chi guarda. In televisione non ci sono mai nelle trasmissioni come invitati persone afrodiscendenti. Non ci sono nei dibattiti dove si parla dei neri, ci sempre solo i bianchi. Come se per parlare dei problemi delle donne ci fossero sempre solo uomini. Basterebbe dare loro voce, per sapere come vivono davvero, invece di pensare di sapere tutto. Noi bianchi non sappiamo assolutamente niente. Io per prima non sapevo che tutte queste persone che dicevano a mia figlia come sei bella o che le toccavano i capelli le dessero così fastidio. A lei dà un fastidio tremendo.

Una parte importante del libro è in effetti dedicata alle testimonianze. Ci sono lettere di genitori nel libro che meritano di essere diffuse, perché è impensabile che succedano ancora cose come quelle raccontate. Il ragazzino perquisito e spogliato in stazione perché “si sa i neri portano la droga nelle mutande”, la prof di prima liceo che chiede al suo studente se anche lui viveva nella giungla e saltava da una liana all’altra come Mowgli. Ma anche la maestra di Fabien, quando ha detto che “capiva che il bambino si toglieva sempre le scarpe perché era abituato ad andare scalzo in Africa”.

Si minimizza sempre, come se non fosse così importante. Io ho visto ragazzi con caratteri meravigliosi chiudersi in se stessi e smettere di aver fiducia in quello che c’è fuori. E stiamo parlando del futuro della nostra nazione, perché i ragazzi di oggi saranno gli adulti del domani, quelli che in teoria porteranno il peso delle nostre decisioni. Stiamo facendo danni non indifferenti, e iniziano ad essere tanti, in tutta Italia.

Con la sua associazione che consigli dà ai genitori per sopportare tutto questo?

Quello che noi diamo è un sostegno psicologico gratuito quando la situazione è grave e pesante. Quando invece si tratta di dare consigli a chi ha figli un po’ più piccoli dei miei, faccio tesoro della mia esperienza. Io uso molto l’ironia con i miei figli, anche nella mia vita. Penso che alla fine alleggerire un po’ le tensioni aiuti anche a viverle meglio. Quindi insegno ai miei figli a rispondere in modo ironico, se non riescono a farlo a girarsi e andarsene. Perché tanto non insegni l’educazione a un maleducato e non insegni ad un razzista a non esserlo, così con una risposta. E non ci si può arrabbiare con tutti e picchiare tutti. Quello che si cerca di fare davvero, è di aiutare i nostri figli a mettere su le spalle grosse e ad andare avanti a fare le cose che amano, dicendo “tu puoi diventare quello che vuoi”. Poi speriamo che la società glielo permetta.

Oggi le arrivano anche altre lettere, quelle delle mamme con bambini di origini asiatiche. Ha anche dedicato un apposito indirizzo mail per raccogliere le loro storie.

Adesso si stanno scatenando sia sui neri che sugli asiatici in modo tremendo. Mi sono arrivate tantissime storie e queste mamme sono disperate perché i loro figli improvvisamente sono diventati untori, non vengono invitati, vengono cacciati, picchiati. È come se ci fosse sempre un motivo per cercare il nemico fuori da noi, per una paura che non riusciamo a controllare. Dobbiamo sempre cercare il colpevole fuori da noi e si scatena questa follia irrazionale che si abbatte anche su bambini che la Cina non l’hanno neppure mai vista. O sui filippini per strada. Riceviamo segnalazioni ogni settimana da quando si è iniziato a parlare del virus in Cina, da tutta Italia, anche da zone non coinvolte direttamente.

Come dovremmo fare anche in questa situazione?

Per cambiare la situazione dovremmo anche cambiare la narrazione, parlare con i ragazzini che sono più ricettivi. Insegnare loro, anche da piccoli che la diversità è un valore. Perché ormai sugli adulti non ho più speranza. Chi la pensa così non cambia idea. Ma i ragazzi, sì. Dobbiamo investire su di loro perché le nuove generazioni abbiano una visione più ampia della vita e del mondo che li circonda. Cultura, scuola e il racconto di storie positive. Che secondo me sono anche più numerose di quelle negative. Storie di inclusione, molto belle. Come quelle delle mie Mamme Per la Pelle che hanno adottato i bambini arrivati con i barconi. Oppure di uomini che sono in Italia da 30 anni e fanno i medici, gli avvocati. Esempi di inclusione partiti da zero, senza alcun aiuto. Sono questi i casi da raccontare, non solo quelli che rubano e stuprano.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.