Monoclonali anti Covid, al via uso in Italia: a quali pazienti andranno

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Al via in diversi ospedali italiani l'uso degli anticorpi monoclonali per la cura anti-covid. "Tutto è pronto allo Spallanzani per iniziare la somministrazione secondo il programma di ministero della Salute-Aifa-Regione Lazio", fa sapere in una nota l'Istituto nazionale per le malattie infettive di Roma. Questi farmaci, precisano dallo Spallanzani, "saranno somministrati a persone con diagnosi di Covid-19 in fase iniziale di malattia che non necessitano di ricovero in ospedale, ma con particolari condizioni di aumentato rischio di peggioramento clinico. I pazienti verranno individuati dai medici di pronto soccorso e dai medici curanti a domicilio e inviati al centro di somministrazione territorialmente più vicino".

Sugli anticorpi monoclonali in Italia "avanti tutta! Si sta partendo anche in diversi altri centri italiani: Pisa, Genova, Catania, Bologna, oltre a Pesaro nelle Marche, e si tratta di un'ottima notizia - commenta su Facebook il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta dopo la sua 'battaglia' per promuoverne l'uso anche nel nostro Paese - . Rimane la sensazione dolce-amara nel vedere che si fa adesso quello che si sarebbe potuto fare alcuni mesi fa, ma meglio tardi che mai. Buona notizia - prosegue Silvestri - anche che il generale Figliuolo abbia finalizzato l'acquisto delle prime 150.000 dosi. Avanti così, quindi, con grande curiosità verso i primi risultati di questa sperimentazione".

Tuttavia, precisa all'Adnkronos Salute Massimo Galli, infettivologo dell'ospedale Sacco e dell'università Statale di Milano, "l'uso degli anticorpi monoclonali" contro Covid-19 "non è ancora nella pratica clinica corrente. Il punto chiave, ancora da definire con chiarezza, è il 'dove' e 'a chi', ovvero come identificare i pazienti da trattare. Ho partecipato a una commissione su questi specifici aspetti, ovvero su quali siano i pazienti eleggibili - ha riferito l'esperto - Il punto è che si tratta di persone che non richiedono un'ospedalizzazione, ma una diagnosi precoce in un contesto che è forzatamente esterno all'ospedale. Da ciò deriva - sottolinea Galli - la necessità di identificare il luogo fisico, dove somministrare la terapia, oltre che avere nei medici del territorio il primo imput per l'identificare il paziente candidabile".

Galli ricorda che "dopo la decima giornata di malattia, stando ai dati attuali, questi farmaci sono inutili. Quindi vanno dati precocemente. Ma visto che su 100 persone quelle che peggiorano veramente sono 5 o 6, aumentando in proporzione quanto più salgono le comorbosità delle persone, sulla popolazione generale è necessario scegliere bene quelli che rischiano: non avrebbe senso darli a tutti. Tutto questo, purtroppo, non è così ovvio da farsi - ha concluso l'infettivologo - visto che sono decenni che il contatto ospedale-territorio è più a parole che nei fatti".