Mons. Russo (Cei): fare emergere gli stranieri invisibili -2-

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Roma, 18 giu. (askanews) - "Nel tempo della pandemia", ha domandato mons. Russo, "come non pensare a chi costretto nei campi profughi sovraffollati, a chi non vede alcuna via di uscita? In Africa, in Asia - pensiamo ai Rohingya -, nel campo di Moira a Lesbo, gi Europa, o chi si accalca alle sue frontiere. Lontano da noi, a Tapachula, di fronte al confine con il Messico. O ai siriani, nei campi libanesi. Luoghi di dolore, dove, pi di prima, mancano cibo, vestiti, tende, cure sanitarie. Il lockdown inasprisce condizioni gi invivibili, con uomini, donne e bambini impossibilitati al distanziamento fisico e senza accesso all'acqua per lavarsi, con il terrore di essere sterminati dal coronavirus. Quante preghiere salgono dai 50 milioni di sfollati interni che popolano i diversi continenti? Quante dai profughi detenuti in Libia, sottoposti a ogni genere di abusi, e da quelli che fuggendo vengono nuovamente respinti?".

Il segretario della Cei ha invitato a riascoltare le parole del Papa, "portando nel cuore non solo le attese personali, ma facendo nostre quelle dei profughi, dei rifugiati, dei migranti che, lungo quest'anno e ancor pi nel tempo eccezionale della pandemia, muoiono e vivono nella disperata ricerca della salvezza. 'Come i discepoli del Vangelo - ha detto il Papa - siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda'".(Segue)