Morte di Pantani, lo speciale de Le Iene: i dubbi sulla sua fine

morte di Pantani

Prima quella corsa con la bicicletta di mamma Tonina, una romagnola doc, poi l’approdo al gruppo Fausto Coppi di Cesenatico, favorito col suo fisico esile già a 12 anni, un fenomeno soprattutto in salita. Un talento naturale superiore a quello di tanti altri, che contro Marco Pantani non hanno scampo. Prima di scendere all’infermo, si è goduto le gioie del paradiso. Ma la morte di Pantani è ancora avvolta da un indistricabile mistero.

Nel 1990 il direttore sportivo della Giacobazzi lo porta con sé nella sua scuderia. È sulle stesse strade dei professionisti che partecipa al Giro d’Italia dei dilettanti, che stravincerà nel 1992. All’odore dell’odore della salita, Pantani diventa irraggiungibile. Così il 4 giugno del 1994 stupisce il mondo intero per l’alta velocità con cui si butta in discesa: “Bisogna tentare, ma è andata bene”, dirà dopo la gara. Marco vola e la gente si innamorò a prima vista di lui: il mito delle due ruote pedala fino alla vittoria. Era il 6 giugno. Poi il tour de France, dove Pantani è una forza della natura, lui si diverte a fare fatica, la sua passione è smisurata. Per i francesi Pantani è “l’eroe”. Dopo gli anni neri e l’incidente, torna a trionfare con la squadra Mercatone Uno, voluta da Luciano Pezzi.

Le Iene, con una puntata speciale in onda in prima serata su Italia 1, hanno realizzato un’inchiesta per fare chiarezza su quanto accaduto in quel maledetto 14 febbraio 2004.

Morte di Pantani: dalle vittorie alla manipolazione

“È vero che domani Pantani non parte”, si sentiva la sera del 4 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, quando la maglia rosa era già sua. Roberto Pregnolato, massaggiatore del Pirata, ai microfoni de Le Iene ha raccontato che quella sera il campione di ciclismo si era misurato il valore del sangue. “Ero presente e l’ho visto: era sereno, perché i valori riguardanti la densità del suo sangue erano perfetti e inferiori al limite stabilito”. A confermarlo è Fabrizio Borra, il suo fisioterapista.

Eppure l’indomani il livello era tre punti sopra il consentito. Qualcuno ha alterato i valori del suo sangue: è l’ipotesi di Marco e dei suoi collaboratori. La conferma, carte alla mano, arriva dal medico del Mercatone Uno. Tuttavia, “per motivi di salute”, ovvero per quel sangue trovato troppo denso, il giorno dopo Marco non parte. “Abbiamo toccato il fondo”, commenterà con tono amareggiato, scosso e profondamente deluso. Dopo tante cadute, quella è stata la più brutta. Per il suo massaggiatore, Pantani è morto quella mattina. I tifosi reagiscono d’istinto contro una decisione ritenuta ingiusta.

morte di Pantani

Manipolazione e scommesse clandestine

Nel referto di Imola, tuttavia, quei valori sballati erano completamente spariti: a distanza di 6 ore avere 50mila piastrine in più è “altamente inverosimile” secondo il dottor Massimo Locatelli, del San Raffaele. Per lui si è trattato di “una possibile manipolazione della provetta“, apribile e modificabile molto facilmente, soprattutto all’epoca dei fatti, quando non esistevano chiusure ermetiche e sicure.

Da quel momento Marco Pantani si è trovato in una situazione troppo grande: psicologicamente non ha retto. C’era una tortura mediatica, quasi una congiura contro l’indomabile atleta, una continua indagine contro Pantani. Il mondo delle scommesse clandestine, in tal senso, riveste un ruolo chiave. Anche il criminale Vallanzasca, quando nel 1999 era in carcere a scontare la sua condanna, ha raccontato di essere stato avvicinato da un camorrista protagonista delle scommesse clandestine. Infatti, in un’intercettazione emergono le parole di camorristi reclusi al tempo a Novara: “Il test era stato manipolato da camorristi operanti a Napoli, per far risultare Pantani dopato”. Ma un nome al colpevole non lo si diede mai.

Il declino del Pirata

Da quella squalifica a Madonna di Campiglio, Marco Pantani non è più lo stesso. Si ritira dalle gare successive, la stampa lo tartassa. Lui non molla, il suo fisico è preparato, ma la sua testa, che fino a quel momento lo aveva fatto stravincere, è “distratta”, come dichiarerà lo stesso Pantani.

Dall’hotel Jolly di Milano, il 9 febbraio 2004, era partito alla volta di Rimini a bordo di un taxi. Senza bagagli, affitta una camera al residence Le Rose, a Rimini. Pagherà 4mila in contanti per acquistare le dosi di cocaina. Che Pantani fosse diventato dipendente e amico di persone sbagliate è cosa certa e risaputa. Ma qualcosa non torna.

La morte di Marco Pantani

Si pensa che in preda a comportamenti psicotici e possessivi dovuti all’eccessivo consumo di droga abbia distrutto la stanza in cui soggiornava, per poi essere stroncato da un arresto cardiaco dovuto a un mix di droga e farmaci. Ma le ferite sul corpo lasciano aperto il dubbio. Oltre ai legali della famiglia, anche Torri, l’operatore del 118 in servizio all’epoca dei fatti, ritiene improbabile l’ipotesi del suicidio, a cui i genitori non hanno mai creduto. Ma per le autorità non c’è verso: le ferite sul suo corpo sono microlesioni autoprodotte.

Eppure tanti dettagli, dalla chiazza di sangue al peso dei suoi polmoni, mettono in discussione questa tesi sulla morte di Pantani. Torri, inoltre, ricorda benissimo la scena a cui ha assistito nella camera del residence Le Rose e non ha dubbi: la pallina di cocaina affianco al cadavere, così come quella striscia di droga sul menù e su un tavolino al lato di una bottiglia, lui non le ha mai viste.

A confermarlo è l’usciere della struttura, Pietro Buccellato, fermato da Le Iene. Il dipendente, inoltre, ha confidato che dai garage si apriva un’uscita secondaria da cui un cliente sarebbe potuto fuggire senza pagare e qualcuno sarebbe potuto entrare abbastanza facilmente.

Pantani, come documentato, prima di morire aveva chiamato più di una volta la reception per chiedere aiuto perché c’erano persone che gli davano fastidio. Nessuno però ha chiamato le forze dell’ordine, come richiesto dal campione delle due ruote. Sulle dichiarazioni ufficiali si parla di una morte avvenuta in maniera quasi accidentale da parte di cocainomane. Per le autorità si era trattato di una overdose. Solo un esposto della famiglia farà riaprire il caso, il quale tuttavia sarà presto archiviato. Pantani era considerato un depresso diventato dipendente della droga e amico di gente sbagliata, chiuso in camera da diversi giorno. Ma prostitute, baristi, giovani dipendenti di altre strutture alberghiere smentiscono quanto affermato.

Fabio Miradossa, l’unico a scontare in carcere la condanna per questa vicenda, non ha dubbi: “Marco è stato ucciso, in quella stanza non era solo”. Per lui non era depresso, non si sarebbe mai suicidato: “Era solo un debole che ha trovato riparo nella droga”.

morte di Pantani