Morto a 85 anni l'ex ostaggio dell'Anonima sarda Ferruccio Checchi

Roberta Secci

"Mi sta chiamando mezza Sardegna, la terra che mio padre amava e cui sentiva di appartenere: se n'è innamorato dal primo momento che vi ha messo piede". È rovente il telefono di Rodrigo Checchi, figlio di Ferruccio, l'imprenditore di Monterotondo (Roma) stroncato l'altra notte, a 85 anni, da un ictus, che aveva voluto lasciarsi alle spalle il trauma di un sequestro durato cinque mesi nel 1995 in un anfratto del Supramonte di Oliena (Nuoro).

Dall'isola il fondatore, negli anni '70, del residence 'Palmasera' a Cala Gonone, perla turistica di Dorgali, non si era mai voluto separare, nonostante i terribili 160 giorni nelle mani dell'Anonima sequestri sarda. Di Dorgali aveva accolto con gioia la cittadinanza onoraria cinque anni fa. La sua 'creatura', il villaggio turistico al quale aveva continuato a dedicarsi fino all'anno scorso, è passata da un paio di mesi al gruppo Club Esse.    

"Siamo sempre stati emigrati al contrario, sardi che venivano a Roma d'inverno", racconta il figlio all'AGI. "Anche lo scorso Natale l'abbiamo trascorso a Cala Gonone. E mio padre spesso vi restava da aprile fino a ottobre". Per Ferruccio Checchi è stato l'ultimo Natale. Lunedì scorso l'ictus l'ha svegliato nel cuore della notte nella sua casa nel Lazio. "L'ha fulminato mentre si alzava dal letto", ricorda Rodrigo. "È crollato per terra e ha sbattuto la testa". Ricoverato all'ospedale Sant'Andrea di Roma, l'imprenditore aveva dato segni di ripresa. "Ci riconosceva, sembrava reagire, nonostante le emorragie cerebrali e un braccio rotto. Ma poi l'altra notte ci ha lasciati". 

Del sequestro, per il quale la Cassazione nel 2001 aveva confermato 6 condanne (fra i 24 e i 30 anni di carcere) per altrettanti uomini di Orgosolo, Ferruccio Checchi non parlava quasi mai. "L'aveva messo in una scatola e chiuso dentro, dopo quel 25 ottobre 1995 in cui è stato liberato", spiega il figlio, che si era offerto di consegnarsi ai banditi in cambio della vita del padre.

"Ma non mi hanno voluto. Il giorno in cui mio padre è stato liberato, ero in auto con ufficiali delle forze dell'ordine, ad Abbasanta (vicino a Oristano, ndr). Era ormai scaduto il tempo che avevo concordato prima di cominciare a fare il giro delle sette chiese per chiedere i soldi del riscatto". Tre miliardi di vecchie lire, questa la cifra di cui Ferruccio Checchi aveva parlato coi suoi sequestratori. "Quando è arrivata la notizia che papà era tornato libero ho pianto tanto e con me - non posso dimenticarlo - anche gli ufficiali che mi erano accanto. Vedere le loro lacrime mi ha strappato l'anima".

"Le prime parole che mi ha detto mio padre quando ci siamo rivisti dopo la liberazione?". Rodrigo Checchi sorride al pensiero di quel momento di quasi 25 anni fa. "'Non abbiamo pagato, vero? Perché io sono uscito da solo'", mi ha detto seduto al tavolo da pranzo della casa di un ufficiale dei carabinieri a Nuoro, dov'era stato portato dopo essere stato trovato".

Una pattuglia che da giorni perlustrava la valle del Lanaitto, nel Supramonte di Oliena, l'aveva individuato poco lontano dal nascondiglio, dove i suoi custodi l'avevano lasciato solo e senza viveri, dopo che uno dei presunti sequestratori era stato arrestato nei giorni precedenti. "Un mese più tardi mio padre era di nuovo in Sardegna, il 31 dicembre abbiamo festeggiato il Capodanno al Palmasera". 

"Durante il sequestro papà ha sofferto soprattutto della mancanza di rispetto per la persona", rammenta Rodrigo Checchi, che non era presente al momento dell'irruzione dei quattro banditi al 'Palmasera', quel 18 maggio del 1995, quando suo padre fu rapinato e costretto a seguirli, dopo che la banda non aveva trovato la sorella più piccola, 3 anni appena all'epoca: era atteso all'hotel il giorno successivo.

"Durante la sua prigionia ricordo con riconoscenza quello che mi disse Antonello Pagliei, allora capo della Criminalpol Sardegna: 'Dimenticati di trattare questa faccenda come se si trattasse di tuo padre; consideralo, invece, un pacco da ritirare'. Aveva ragione. Non avevamo davanti gente che ci avrebbe trattati col cuore in mano. Per loro papà era davvero un pacco, una merce. Quella linea ha pagato".

"Eppure mio padre aveva conservato un buon ricordo di uno dei suoi due carcerieri, che chiamava Cesare", aggiunge Rodrigo Checchi. "Gli era rimasta impressa la sua umanità. Entrambi l'avevano fatto perché spinti dalla necessità. Cesare, in particolare, era di Oliena e durante le ore di prigionia, gli raccontava della sua vita e lo trattava con umanità. Mio padre gli si era in qualche modo affezionato e no, non per la sindrome di Stoccolma. Se gli fosse stato possibile, quand'è tornato libero, gli avrebbe volentieri offerto un lavoro".