Mosca taglia il gas e l'Eurozona va in deficit commerciale per la prima volta dal 2014

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Gas (Photo: Getty&HP)
Gas (Photo: Getty&HP)

Non succedeva dal 2014 che l’Eurozona andasse in deficit commerciale, cioè che il valore delle sue importazioni superasse quello delle sue esportazioni. È accaduto a novembre e la causa è da imputare, indirettamente, al ruolo che la Russia sta giocando nella crisi del gas, con la costante riduzione delle forniture verso l’Unione Europea per ragioni geopolitiche che ha contribuito a farne salire il prezzo. Ma pure alle modalità del funzionamento del mercato europeo. Secondo Eurostat, a novembre l’area euro ha esportato verso il resto del mondo beni per 225,1 miliardi di euro, in aumento del 14,4% rispetto a novembre 2020. Il valore delle importazioni è invece schizzato del 32%, attestandosi a 226,6 miliardi. Risultato: l’Eurozona ha registrato un disavanzo di 1,5 miliardi di euro negli scambi con il resto del mondo nel novembre 2021, rispetto a un avanzo di 25 miliardi di euro nel novembre 2020. Non accadeva dal gennaio 2014 e la principale ragione, secondo Eurostat, è l’aumento del valore delle importazioni di energia. Per quanto riguarda l’intera Ue a 27, invece, il deficit commerciale ha superato gli otto miliardi.

Sono le importazioni di energia, in particolare dalla Russia, a pesare di più sulla bilancia commerciale dell’Ue. Nel periodo tra gennaio e novembre 2021, il deficit di energia è aumentato in valore del 67% a oltre 240 miliardi. Il disavanzo con Mosca, che rifornisce di oltre il 40% del gas naturale il Vecchio Continente e oltre il 30% del petrolio, è salito a 60 miliardi, quasi quattro volte più rispetto ai 13 miliardi nello stesso periodo del 2020.

Dopo l’uscita dai lockdown generalizzati, il prezzo di materie prime e di gas in particolare è andato letteralmente fuori controllo. Diverse le cause: il boom della domanda globale post chiusure, la disruption delle supply chains, l’exploit di afflussi di gnl verso i mercati asiatici, l’apporto ancora insufficiente delle rinnovabili per eventi climatici avversi, il costante aumento dei costi di emissione previsto dalle politiche energetiche europee. Ma sempre più analisti, istituzioni internazionali e leader politici hanno puntato il dito contro Mosca, colpevole a loro dire di speculare sul prezzo del gas attraverso la riduzione delle forniture. Riduzione dovuta a ragioni geopolitiche e in particolare alle tensioni in Ucraina, al centro nelle ultime settimane delle mire espansionistiche di Vladimir Putin con lo schieramento di 100mila soldati al confine, e allo stop burocratico arrivato al nuovo gasdotto che collega Russia e Germania aggirando l’Europa continentale, il Nord Stream 2, sul quale pendono possibili sanzioni Usa.

Non ha dubbi a proposito ad esempio l’Agenzia internazionale dell’energia. Per Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Aie, Mosca, attraverso il suo operatore monopolista Gazprom, sta trattenendo almeno un terzo del gas che potrebbe mandare in Europa svuotando allo stesso tempo gli stoccaggi che controlla nel continente per rafforzare l’impressione che le scorte siano poche. Un effetto di questo comportamento è l’aumento del prezzo del gas contrattato sui mercati europei. “Riteniamo che ci siano forti elementi di rigidità nel mercato del gas europeo a causa del comportamento della Russia”, ha affermato Birol. “Vorrei notare che i bassi flussi di gas russo di oggi verso l’Europa coincidono con l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche sull’Ucraina”.

In altre parole Mosca potrebbe incrementare le sue forniture, se solo volesse e ne avesse l’interesse. “In termini di scorte, l’attuale deficit nell’Ue è in gran parte dovuto a Gazprom”, ha affermato Birol sottolineando che lo stoccaggio totale è di circa il 50% della capacità rispetto al 70% che c’è normalmente a gennaio. “I bassi livelli nelle strutture dell’azienda con sede in Ue rappresentano la metà del deficit europeo, anche se lo stoccaggio di Gazprom rappresenta solo il 10% della capacità di scorte totali dell’Ue”, ha spiegato Birol, secondo il quale l’Ue farebbe bene a prepararsi alla convivenza con crisi energetiche innescate per ragioni strategiche.

D’altronde, secondo i dati dell’operatore di rete tedesco Gascade, per circa tre settimane di fila a cavallo tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 Gazprom ha ridotto gli approvvigionamenti via gasdotto Yamal-Europe, invertendo il flusso del gas verso est. Il monopolista russo, spalleggiato dal Cremlino, ha sempre respinto le accuse: “Certamente, né Gazprom né la Russia sono da criticare”, ha dichiarato di recente il vicepremier russo, Aleksander Novak, additando come cause della crisi energetica il lungo inverno che ha esaurito le riserve e la ripresa economica che ha determinato un flusso del Gas naturale liquefatto da Paesi come Stati Uniti e Qatar verso l’Asia, in particolare la Cina che è ripartita prima, dopo i lockdown.

Secondo Gazprom, oltre metà del gas (55,6%) iniettato nei suoi stoccaggi in Ue è già stata ritirata, facendo toccare i livelli più bassi di stock da circa dieci anni.

L’Ue tuttavia non è esente da colpe. Al momento, mentre i suoi cittadini si preparano al salasso che si presenterà in bolletta e le sue imprese a fare i conti con un prezzo che minaccia la loro capacità produttiva, ha preso tempo avviando una indagine che non si sa quando si concluderà. La Commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager per ora si è limitata a constatare l’ovvio: “È un comportamento piuttosto raro che la fornitura sia limitata in un momento di aumento delle domanda. E su questo stiamo indagando”, ha detto spiegando di aver inviato un “questionario” a Gazprom ma di non aver ancora ricevuto risposte. Anche perché, mentre il monopolista russo tagliava le forniture all’Ue, le aumentava verso la Cina: il 23 dicembre la società energetica russa ha stabilito un record storico di consegne giornaliere alla Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia e ha sottolineato che da novembre le forniture attraverso l’infrastruttura hanno superato di oltre un terzo gli obblighi contrattuali giornalieri.

Per la Russia, comunque, la colpa della crisi energetica che sta attraversando l’Ue è da ricercare nelle disfunzioni del suo mercato. A partire dagli anni ’90, l’Europa si è infatti sganciata dai contratti a lungo termine, che ancoravano il prezzo del gas a quello del petrolio (a sconto e con medie mobili) facendolo determinare piuttosto dall’incontro della domanda e dell’offerta (prezzo hub). In questo modo si sono volute privilegiare le dinamiche di mercato, una maggiore concorrenza tra i produttori, una minore dipendenza dalle forniture a lungo termine. Un sistema che certamente ha portato diversi benefici, sia in termini di risparmi sia in termini di emissioni. Ma che tuttavia non ha messo al riparo i Paesi europei da crisi energetiche, anche potenzialmente esiziali per il sistema industriale e la tenuta sociale come quella in corso.

Perché il prezzo dell’energia all’ingrosso è strettamente legato a quello del gas. In questo momento di crisi sono infatti proprio le centrali a gas - con costi operativi più alti per i rialzi della materia prima e per i permessi di emissione, rispetto alla produzione da rinnovabili o nucleare - a stabilire il prezzo finale dell’energia. Per come funziona il mercato europeo, infatti, sono le offerte più costose a determinare la composizione del prezzo marginale sui mercati spot: in questo modo chi produce dall’eolico o dal solare viene remunarato più o meno allo stesso modo, a parità di volumi, di chi produce spendendo molto di più, in questo caso le centrali a gas. Ma soprattutto il prezzo del gas va così ad incidere non solo sulle bollette del metano, ma pure su quelle dell’elettricità.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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