Mother Earth, l’arte bussa alla conferenza sul clima

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Mother Earth: un busto femminile collegato alla terra da un cavo elettrico. Una simbologia arcaica, per millenni simbolo di stabilità e continuità della vita, con un innesto che rimanda al suo opposto, a un mondo in velocissimo cambiamento. Un mondo che nell’arco di pochi anni dovrà fare una scelta radicale. Modificare il sistema produttivo e mantenere uguale l’atmosfera, continuando a respirare un’aria abbastanza simile a quella che si respirava all’epoca in cui venivano forgiate le prime statuette della Madre Terra? Oppure mantenere uguale il sistema produttivo e modificare l’atmosfera, accettando di vivere in ambienti sempre più artificiali perché quelli naturali diventeranno sempre più ostili?

E’ questa la provocazione lanciata da Federico Clapis, un giovane artista, diventato noto per i suoi video virali su YouTube. La statua è stata presentata a Milano dalla Re Soil Foundation alla vigilia della Pre-Cop26 che l’Italia ha organizzato come contributo alla conferenza Onu sul clima che si terrà a Glasgow a novembre.

E’ un’opera in linea con il momento che viviamo: trasmette inquietudine e anche un po’ di ansia. Il cavo è grande, fastidioso, violentemente estraneo alla figura con cui è connesso. Segnala la rottura di un’epoca che è stata chiamata antropocene perché il peso dell’impronta umana rivaleggia, e in alcuni casi supera, quello della natura. Nel corso del Novecento la popolazione si è moltiplicata per 4, l’economia per 14, la produzione industriale per 40, il consumo energetico per 16, le emissioni di CO2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, l’area irrigua per 5. Mentre le foreste si sono ridotte del 20% e siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa nella storia del pianeta.

Però il cavo in questione è un cavo elettrico. L’intervento umano ha fatto danni ma ha anche permesso di sviluppare una capacità tecnologica che potrebbe almeno in parte ripararli. La lunga stagione dei combustibili fossili e dell’overdose chimica nei campi ha prosciugato la terra, l’ha impoverita, le ha rubato la fertilità. Ora però si apre una nuova opzione: potremmo mantenere i vantaggi accumulati durante la rivoluzione industriale depurandoli dai danni prodotti da sistemi ad alto impatto sanitario e ambientale.

E’ la direzione indicata da Clovis che ha scelto di partire dall’elemento base del processo di rinascita: “Il suolo è una risorsa non rinnovabile limitata, un anello vitale nel flusso costante di energia e materia. L’opera è una visualizzazione del legame con la Madre Terra che prende forma attraverso l’energia generata dall’uomo. Il cavo industriale come mezzo di trasmissione dei dati del nostro Dna porta nel suolo le informazioni necessarie ad aiutarci a trovare una nuova direzione, a riconnetterci con la terra”.

Al di fuori della metafora artistica il percorso è per la verità piuttosto accidentato. In Europa – calcolano alla Re Soil Foundation - il 60-70% dei suoli è compromesso a causa di pratiche di gestione sbagliate, inquinamento, urbanizzazione, crisi climatica. Nell’Unione europea si contano quasi 3 milioni di siti contaminati. I terreni coltivati perdono carbonio a un tasso dello 0,5% l’anno (abbiamo pensato bene di mandarlo in cielo, a beneficio dell’effetto serra). E un suolo così impoverito non solo è più fragile (e dunque più esposto a frane e altre sventure di cronaca), ma anche meno capace di darci cibo.

Per capire la posta in gioco basta un dato. I costi connessi al degrado del suolo nell’Unione europea sono calcolati in 50 miliardi di euro l’anno. In Italia più del 4% del terreno è sterile e il 21% a rischio desertificazione. Possiamo sperare in Madre Terra, ma bisognerà pur darle una mano.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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