Mourinho a Roma, la guerra dei mondi

Nicola Mirenzi
·Giornalista e blogger
·2 minuto per la lettura
Tottenham Hotspur's Portuguese head coach Jose Mourinho reacts ahead of the English Premier League football match between Everton and Tottenham Hotspur at Goodison Park in Liverpool, north west England on April 16, 2021. - RESTRICTED TO EDITORIAL USE.  (Photo by CLIVE BRUNSKILL/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: CLIVE BRUNSKILL via Getty Images)
Tottenham Hotspur's Portuguese head coach Jose Mourinho reacts ahead of the English Premier League football match between Everton and Tottenham Hotspur at Goodison Park in Liverpool, north west England on April 16, 2021. - RESTRICTED TO EDITORIAL USE. (Photo by CLIVE BRUNSKILL/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: CLIVE BRUNSKILL via Getty Images)

Mi hanno telefonato per dirmi che José Mourinho è il nuovo allenatore della Roma e mi sono vergognato di ciò che ho provato. Sono interista da quando sono nato, e sono interista di rito Mourinho da quando sono rinato allo spudorato piacere del dominio, dieci anni fa. Dopo l’Inter, Mou ha allenato il Real Madrid, il Chelsea, il Manchester United, il Tottenham. Non mi ha fatto mai né caldo né freddo. Sarà che non ho giocato abbastanza alla playstation, e dunque non mi si è incastonata nella rete neuronale la logica della SuperLeague, ma sta di fatto che la notizia che Mourinho verrà ad allenare in Italia una squadra diversa dall’Inter è tutta un’altra cosa.

Mi vergogno di quel che ho provato: è l’attrazione più oscena e impresentabile che esista nel nostro mondo pur così facilmente fluido e intercambiabile. Solo Mourinho poteva riuscire a strapparmela dalle viscere, col suo ghigno sfottente e la sua irresistibile immodestia.

Arrivò all’Inter quando eravamo sempre lì lì per farcela e poi non ce la facevamo mai. Ci trasformò nella squadra più spietata che mi sia capitato di vedere in nerazzurro, capace di infilare in una sola stagione il campionato, la Coppa Italia e la Champions League, nel clamoroso anno del triplete.

Le vittorie in sé, però, non dicono niente: è il modo in cui ci ha portati lì che è decisivo. L’Inter era una squadra disegnata intorno alla fisionomia dolente del suo presidente, Massimo Moratti, sempre in tribuna con la giacca della sofferenza, acceso dall’utopia del singolo, che ha speso una quantità di soldi immorale in nome del talento solitario, uno capace di innamorarsi di Recoba e mandar via Roberto Carlos, uno che ha stravisto, come tutti noi, per il più grande attaccante atterrato in Italia all’apice del suo splendore (dopo Maradona...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.