I muscoli cinesi nel cielo di Taiwan, più di un avvertimento

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(Photo: China News Service via Getty Images)
(Photo: China News Service via Getty Images)

Un intero squadrone di aerei da guerra con la bandiera cinese, “a spasso” nello spazio aereo sovrano (teoricamente) di Taiwan. È accaduto ieri e, se non è certamente la prima volta che Pechino invade i cieli di Taipei per “marcare il territorio” della piccola isola, da sempre considerata soltanto una “provincia rinnegata” del grande Impero del Dragone, questa volta si è trattato di un evento senza precedenti. Innanzitutto, per la portata dello sconfinamento dei jet cinesi: almeno 38 aerei hanno solcato i cieli dell’isola in due ondate, attraversando la zona di difesa aerea di Taiwan e spingendo l’aeronautica di Taipei al dispiegamento dei suoi caccia da combattimento. La più grande incursione di sempre. E pure la tempistica non è stata scelta a caso da Xi Jinping e dai suoi: il National Day cinese, l’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare, il primo ottobre 1949. Messaggio chiarissimo da parte di Pechino.

E immaginando per un momento i vertici del PCC come accaniti fan di Star Trek, potremmo dire che l’incursione ha fatto proprio lo slogan dei temibili alieni Borg, mezzi umani, mezzi cibernetici: “Sottomettetevi, ogni resistenza è inutile”. Anzi, secondo il ferreo nazionalismo imposto dal Presidente Xi alla nazione cinese ormai da tempo, i taiwanesi qualcosa lo sono, e non possono essere nient’altro: sudditi fedeli – volenti o nolenti - del grande Partito Comunista Cinese. Sudditi avvertiti, e quindi (secondo Pechino) mezzi salvati…

Il resoconto del governo di Taiwan sull’accaduto fa paura. Il ministero della Difesa di Taiwan ha riferito che venerdì sera, i caccia taiwanesi si sono alzati in volo contro 18 aerei da combattimento cinesi J-16 e quattro caccia Su-30, più due bombardieri H-6 con capacità nucleare e un aereo antisommergibile, nel corso della prima ondata dell’incursione, in una zona vicino alle Isole Pratas, con i due bombardieri cinesi che volavano più vicini all’atollo. Poi, questa mattina, il ministero ha dichiarato che altri 13 aerei cinesi sono stati coinvolti in una missione venerdì notte: dieci J-16, due H-6 e un aereo di preallarme. Il secondo gruppo di aerei cinesi, la seconda ondata dell’incursione, è avvenuta nel Canale Bashi che separa Taiwan dalle Filippine, una via d’acqua chiave che collega il Pacifico con il conteso Mar Cinese Meridionale. In totale, come si detto, ben 38 velivoli da guerra di Pechino hanno fatto ciò che hanno voluto sopra Taiwan, compresi diversi aeromobili in grado di trasportare armi atomiche. La precedente più grande incursione è avvenuta a giugno, coinvolgendo 28 aerei dell’aeronautica cinese.

Il premier taiwanese, Su Tseng-chang, oggi ha dichiarato che la Cina “sta costruendo in modo disperato il suo potere militare e sta minando la pace regionale”. Il ministero della Difesa di Taipei ha poi specificato che sono stati inviati messaggi radio agli aerei cinesi in volo sopra l’isola intimandone l’immediato allontanamento, e il sistema di difesa anti missilistico è stato attivato. Tensione alle stelle e seri rischi che un minimo incidente potesse scatenare un conflitto aereo vero e proprio.

Pechino non ha ancora commentato ufficialmente, ma il messaggio è arrivato a Taiwan e alla comunità internazionale forte e chiaro. In precedenza, la Cina ha dichiarato che questi voli servivano a proteggere la sovranità cinese sull’ “isola ribelle” e a distruggere la “collusione” tra Taiwan e gli Stati Uniti, il più importante sostenitore internazionale dell’indipendenza di Taiwan. Da parte sua, specie nell’ultimo anno, la piccola nazione governata democraticamente si è lamentata più volte per le ripetute missioni dell’aviazione cinese sull’isola, che quasi sempre hanno visto come teatro delle incursioni la parte sud-occidentale della sua zona di difesa aerea, vicino alle isole Pratas, come è avvenuto anche in quest’ultimo caso.

Il pressing su Taiwan da parte di Pechino si è fatto sempre più violento negli ultimi mesi, e l’ultima azione militare di questa notte è stata preceduta da una serie di interventi molto pesanti a livello diplomatico internazionale. Dopo avere interrotto le relazioni diplomatiche con la Repubblica Ceca e la piccola Lituania ritenute colpevoli, secondo Pechino, di voler stabilire relazioni ufficiali con Taiwan, ieri la Cina ha protestato in modo veemente col governo francese per il previsto viaggio del senatore Alain Richard, che dovrebbe guidare un gruppo del Senato francese in un viaggio a Taiwan dal 4 all′11 ottobre. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, giovedì ha affermato che Pechino è “fermamente contraria” a qualsiasi scambio o contatto ufficiale tra singoli senatori francesi e le autorità di Taiwan, aggiungendo che il viaggio avrebbe “inutilmente interrotto” le relazioni tra i loro paesi.

Qualche giorno fa, Pechino aveva lanciato un chiaro avvertimento anche a Bruxelles, dopo che al Parlamento europeo era passata una risoluzione per dare il via ad accordo commerciale Unione Europea-Taiwan. “Se le fondamenta non sono solide, la terra tremerà e i monti tremeranno”, ha dichiarato il ministro degli Esteri, Wang Yi, durate un incontro in video con il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, aggiungendo – questa volta senza ricorrere a un qualche detto tradizionale cinese - che “la base politica per sviluppare relazioni con l’Ue e i suoi Stati membri resta il principio di “Una sola Cina”, ovvero il non riconoscimento di una repubblica indipendente a Taiwan, che per il Partito Comunista/Stato cinese dovrà essere riannessa con ogni mezzo, anche con la forza.

Ma la maggioranza dei taiwanesi non pare minimamente desiderosa di riunificarsi alla Cina continentale comunista, e anche ieri – proprio in occasione della Festa Nazionale cinese – migliaia di manifestanti sono scesi in piazza nelle principali città dell’isola per ribadire l’indipendenza da Pechino della loro nazione. In molti hanno invaso le strade urlando slogan contro l’oppressione di Pechino a Hong Kong e in Tibet, chiedendo l’indipendenza di entrambi i territori dal controllo cinese. I manifestanti hanno poi spruzzato vernice nera su un ritratto del presidente Xi Jinping e imbrattato la bandiera cinese.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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