Musei, attivismo e grandi gallerie: chi conta di più nell'arte

Lme

Milano, 15 nov. (askanews) - L'influenza, come ci ha insegnato un critico come Harold Bloom, è uno dei motori della creazione, nella letteratura certo, ma anche, e forse ancora di più, quando prendiamo in considerazione quello strano oggetto culturale dalle molte facce che comunemente chiamiamo arte contemporanea. Per questo - e ovviamente anche per il gusto della classificazione, anch'esso caro a Bloom - ogni anno è una sorta di rito il provare a capire quali linee di sviluppo e di interpretazione si trovano nella classifica Power100, che la rivista Art Review dedica alle cento persone più influenti nel sistema dell'arte di oggi.

Così, trovare al primo posto il direttore del MoMA di New York, Glenn D. Lowry, significa senza dubbio un ritorno dei grandi musei al centro della partita; un ritorno che passa ovviamente dalla grande operazione di rinnovamento che il MoMA ha completato negli ultimi mesi, ma soprattutto dalla filosofia che la ha ispirata. Rinnovare un'istituzione di oltre 90 anni, notano su Art Review, e pensare di trovare nuovi spazi e nuove collocazioni per le opere, in un'ottica di valorizzazione delle diverse esperienze artistiche, è un'impresa che allarga gli orizzonti della narrazione globale sull'arte contemporanea e fa dell'iconico museo newyorchese di nuovo un luogo d'avanguardia, che lo stesso Lowry dichiara di voler ripensare come un costante "work in progress".

Istituzionale dunque, questo primo posto, ma anche votato a un cambiamento di stile, che ci riporta al tema dell'influenza, quella che le scelte del MoMA possono avere sugli altri musei internazionali, ma pure quella che un'artista leggendaria come Nan Goldin, la fotografa dell'intimità più intensa e problematica, può esercitare nel momento in cui, dopo una vicenda personale, si trasforma in attivista decisa a denunciare operazioni sporche di Big Pharma e, soprattutto, a boicottare i finanziamenti alle importantissime istituzioni culturali che arrivano da quelle stesse aziende, in un'operazione che viene definita senza giri di parole di "artwashing" atraverso la filantropia.

Qui l'asticella del ragionamento sui Power100 si alza ulteriormente e torna in mente l'operazione della classifica 2018, che al terzo posto vedeva il movimento #metoo (ora 21esimo). Posizione che quest'anno è invece occupata da due galleristi, Iwan e Manuela Wirth, attivi, con il brand globale di Hauser&Wirth, a Zurigo, Londra, New York, Los Angeles e Hong Kong. Dopo le battaglie dell'indomita Nan Golding mettere in classifica la più importante galleria privata del mondo (perché di questo stiamo parlando) potrebbe sembrare una scelta, per così dire, di compensazione. La lettura ci sta, anche perché il mercato, non dimentichiamocelo, è per molti versi il cuore pulsante del contemporaneo e senza di esso non ci sarebbero, o sarebbero molto meno, i progetti più radicali di cui invece facciamo esperienza quotidianamente. In più, come si può facilmente scoprire visitando una loro mostra, come per esempio quella dedicata a Piero Manzoni a New York la scorsa primavera, il modo in cui Hauser&Wirth sta sul mercato è, esso stesso, un modo di fare cultura, a un livello altissimo e, per molti versi, anche qui radicale. Molti soldi, insomma, ma anche molti grandi artisti e un'idea di ricerca che vale almeno quanto il business.(Segue)