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Bullet Hole di Lara Genovese

Spettacolo in scena fino al 27 ottobre

Mutilazioni genitali femminili: la denuncia di Lara Genovese, regista italiana a Londra

LONDRA – Tre donne a confronto, tre generazioni che lottano in maniera diversa per il loro futuro, alle prese con una terribile tradizione: la mutilazione genitale femminile. È questo il fulcro dello spettacolo Bullet Hole, diretto dalla 36enne regista italiana Lara Genovese e in scena al Park Theatre di Londra fino al 27 ottobre. Un tema delicatissimo contro cui non solo in Africa ma anche nel Regno Unito e in altri Paesi europei, contrariamente a quanto si possa pensare, si combatte da anni.

Secondo l’associazione britannica 28tooMany sono più di 200 milioni le ragazze e le donne che stanno soffrendo le conseguenze, fisiche e psicologiche, di queste mutilazioni e 3 milioni sono a rischio ogni anno.

Lara Genovese, 36 anni, una laurea da architetto in mano e una lunga esperienza nel mondo della creatività – come architetto, set designer, fotografa e regista a Londra, negli Stati Uniti e a Hong Kong – si è trasferita nella capitale inglese due anni fa per realizzare il suo sogno e ha fondato la sua casa di produzione, la Naiad Productions.

Come è nata l’idea di un’opera teatrale dedicata a un tema così complesso?
“Durante un seminario di regia ho incontrato la sceneggiatrice Gloria Williams che stava lavorando allo script. C’è stato subito feeling e da lì è iniziato tutto. Gloria aveva lavorato all’NHS nel reparto prenatale e aveva toccato con mano le conseguenze di queste pratiche”.

Di cosa parla Bullet hole?
“Racconta un tema complesso nato da testimonianze vere e lo fa attraverso tre poli, due dei quali opposti: uno è rappresentato dalla zia più anziana che difende il rito dell’”essere tagliate” dal punto di vista sociale e religioso, e l’altro è invece costituito dalla ragazza più giovane che porta dentro un grande trauma, subìto da bambina, e lotta per liberarsi dalla schiavitù dei punti che le impediscono di avere una vita normale. E poi ce ne è un terzo, intermedio, rappresentato da una donna che non riesce a esaudire il desiderio di avere un figlio a causa della mutilazione subita da bambina ma oscilla, per mancanza di coraggio, tra la difesa della tradizione e la ribellione da essa”.

Sembra un tema molto lontano da noi, dai nostri tempi.
“Non lo è. In molte culture africane è un segno di purezza e non sottoporsi a tali mutilazioni può portare conseguenze gravi nella comunità di appartenenza, nonostante la legge lo vieti”.

Anche i Paesi europei sono coinvolti?
“Sì, per esempio le ragazzine 12enni che vivono qui vengono portate nei loro Paesi di origine con la scusa di “andare a trovare la nonna” e poi si ritrovavano prigioniere e costrette a sottoporsi all’intervento, dalla propria stessa famiglia. Negli ultimi anni qui in Uk le associazioni, l’NHS (Sistema sanitario nazionale inglese) e le scuole hanno lavorato molto. Per esempio si insegna fin dalle elementari la regola “my body, my rules” (il mio corpo, le mie regole) e si spiega alle giovani alunne che se viene richiesto loro dalla famiglia di andare in viaggio in Africa, devono segnalarlo alle maestre, affinché intervengano per impedirlo”.

Ci sono stati dei riscontri?
“Sì, ha funzionato ma ha avuto anche un’altra conseguenza: l’età di questi viaggi si è abbassata, per impedire alle autorità di intervenire. Il nostro obiettivo è unirci a questo coro di denuncia. Vogliamo usare l’arte per informare l’opinione pubblica, ma è anche un modo per far sapere che ci sono persone a cui rivolgersi. Associazioni che possono supportare chi ne ha bisogno, anche in maniera anonima”.

Riuscire in cosi poco tempo a produrre uno spettacolo da sola in un Paese straniero non deve essere stato semplice.
“Ci vuole molta tenacia e sono stati anni molto impegnativi. Dopo cinque anni a Hong Kong ho deciso di mollare tutto – lavoro sicuro, posto fisso in una grande azienda corporate – per inseguire un sogno. Non è stato facile ma sono convinta di aver fatto la scelta giusta”.

Tra cinque anni dove si vede?
“Vorrei firmare la regia di un film e in teatro dedicarmi interamente alla regia, delegando ad altri l’aspetto della produzione”.