Nagorno: pacifista Azerbaigian, 'da mesi segnali di guerra, nessuno ci ha ascoltato'/Adnkronos

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"Da mesi c'erano numerose indicazioni di una guerra in arrivo, abbiamo segnalato che era necessario fare qualcosa con urgenza per prevenirla, provato a chiedere l'intervento di organizzazioni internazionali". Ismayl Abdullayev è uno dei pochi pacifisti dell'Azerbaigian, come pochi sono i pacifisti in Armenia, con i quali ha collaborato fino alla fine di settembre per creare, nella società civile di entrambi i Paesi, il substrato e la flessibilità per accettare i compromessi necessari ad arrivare a una soluzione del conflitto del Nagorno Karabakh.

Raggiunto al telefono a Baku dall'Adnkronos ammette "di non vedere a questo punto come possa esserci una soluzione diplomatica di qualche tipo, pur non pensando che le parti possano far durare questa guerra per sempre".

"Allo stesso tempo, se non si lavora per ricucire le ferite non si andrà da nessuna parte: l'Armenia (nel 1994, ndr) ha vinto la guerra e non c'è stata pace, e lo stesso accadrà ora se vince l'Azerbaigian. E' per questo che abbiamo bisogno del sostegno della comunità internazionale, per poter tornare a negoziare".

Abdullayev racconta dell'escalation di dichiarazioni del Premier armeno Nikol Pashinyan, sia contro l'Azerbaigian che contro la Turchia, prese di posizione, populiste e a uso interno, a cui attribuisce "la responsabilità politica della guerra".

Il Premier armeno non credeva che le sue parole avrebbero portato a un conflitto di questa intensità perché contava sull'influenza della diaspora armena all'estero e sull'intervento della Russia che, in passato, è sempre arrivato per porre fine agli scontri. Lo stallo dei negoziati sotto l'egida dell'Osce dovuto alla pandemia ha completato il quadro.

Il lavoro svolto da Abdullayev insieme agli armeni, con cui dal 27 settembre ha interrotto le comunicazioni dirette "per ragioni di sicurezza nella situazione particolare che vivono ora i due Paesi", è reso possibile da organizzazioni come la finlandese Crisis Management Initiative, programmi dell'Unione europea - European Partnership for a Peaceful Settlement of the Conflict on Nagorno Karabakh o Youth for Peace, che avrebbe dovuto iniziare questo mese ma che è stato sospeso a causa della guerra- o di organizzazioni come l'italiana Rondine, dove diversi anni fa Ismayl, che ha 32 anni, ha partecipato a incontri con giovani armeni. (segue)

"Ora non sappiamo quando potremo ricominciare a lavorare, quando finirà questa situazione", sottolinea Andullayev, che ha frequentato anche la Kennedy School dell'Università di Harvard, riconoscendo che le persone disposte a favorire un compromesso in Azerbaigian e Armenia "non hanno mai raggiunto la massa critica", a causa della retorica dei governi di entrambi i Paesi e anticipando un necessario cambio di strategia per il futuro.

Ma ecco i segnali della guerra in arrivo: Pashinyan non fa parte del cosiddetto 'clan del Karabakh', politicamente molto forte in Armenia, gruppo a cui invece appartengono i precedenti due Presidenti. Per questo, contrariamente a quanto auspicavano i moderati dei due Paesi quando è arrivato al potere nel 2018, ha sentito il bisogno di accreditarsi come difensore dell'enclave per fare fronte a una difficilissima situazione interna, dove la crisi economica è stata acuita dall'epidemia, particolarmente grave in Armenia. (segue)

Nell'agosto del 2019 Pashinyan si è recato nel Nagorno Karabakh e ha dichiarato che la regione è armena e che su questo non si discute. E cinque mesi fa ha ricusato i principi della Carta di Madrid concordati nel 2007 dalle parti sotto l'egida del Gruppo di Minsk, la base dei negoziati da allora.

"Con questo passo ha di fatto posto fine alle trattative. E annullato la speranza che qualcosa potesse cambiare, che attraverso il dialogo e la diplomazia si potesse arrivare a una soluzione del conflitto. Ha cercato di essere più karabakhiano dei karabakhiani".

Lo scorso agosto poi Pashinyan ha mirato alla Turchia, tirando in ballo gli accordi di Sèvres firmati cento anni prima che a suo dire "sono un fatto storico che deve essere seguito", mettendo in discussione l'appartenenza di regioni orientali della Turchia su cui più nessuno discute, un passo che è andato a scontrarsi con le ambizioni neo ottomanne di Recep Tayyp Erdogan. (segue)

"L'Azerbaigian non è mai stato contento, da 1994, dello status, ma da solo non poteva fare molto per cambiare la situazione. Ora invece può contare sul sostegno di Ankara che, in questi giorni, ha una retorica perfino più aggressiva di quella in arrivo da Baku".

"Io lavoro per una soluzione pacifica del conflitto, sono azero e non posso dire di essere del tutto obiettivo, ma cerco di analizzare i processi": è triste constatare che "l'Armenia ha ucciso il processo di pace, l'Azerbaigian ha capito che l'Armenia non vuole fare nulla per negoziare una soluzione". E la Turchia ha fatto il resto.

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