Nascosti e Calcolatori. Viaggio tra i "responsabili"

Conte ter: Paolo Romani potrebbe essere il sostituto di Matteo Renzi (Photo: notizie.it)

Previdenti, spaventati ma calcolatori. E hanno calcolato infatti che saltare sul carro di Giuseppe Conte, pur sempre alleato del Pd, risparmierà loro le contumelie riservate agli Scilipoti di ogni trasformismo. La sopravvivenza del governo val bene un nuovo gruppo parlamentare. Va da sé sempre in nome di un principio nobile, sia esso un piano di emergenza per il “sistema Italia”, per dirla con l’inquilino di Palazzo Chigi, o un piano per le riforme, idea di queste ore di Matteo Renzi. Nell’attesa che l’ex rottamatore, ormai guastafeste, si materializzi a via Teulada, per rilasciare l’intervista a Bruno Vespa, la pancia di Palazzo Madama ribolle. Con una domanda che attanaglia tutti: ci sono o non ci sono i cosiddetti “responsabili”? E quanti sono? Comincia così, nel salone Garibaldi, il Transatlantico della Camera alta, il tour per testare il clima, per conoscere i volti, per capire se il premier Conte possa avere comunque una maggioranza, in caso di fuoriuscita delle truppe di Matteo Renzi dall’esecutivo giallorosso. 

All’ora del caffé e del cornetto caldo, Paolo Romani che ormai gioca a fare il “Denis Verdini” della legislatura più instabile della storia delle legislature - pare essere lui il grande ciambellano dell’operazione salva legislatura - si aggira a piazza Montecitorio. Passo lesto, l’azzurro è diretto a uno dei tanti bilaterali della lunghissima giornata. Salvo prima di correre via confidare ad alcuni fedelissimi: “Si vota nel 2023″. Amen. Tutto il resto è noia, verrebbe da aggiungere. O di riffa o di raffa, la legislatura s’ha da completare. Nel frattempo il Salone Garibaldi si riempie perché è il giorno delle comunicazioni del premier sul Consiglio europeo straordinario del 20 febbraio. Si affolla di anime senatoriali che si possono dividere in tre categorie: calcolatori, previdenti e spaventati. Alla prima appartiene certamente un parlamentare che di nome fa Antonio Saccone, eletto con lo Scudo Crociato di Lorenzo Cesa e oggi residente nel gruppo di Forza Italia. Abito grigio, camicia bianca, cravatta d’ordinanza, camminata sciolta di chi sa il fatto suo. A braccetto con un collega berlusconianissimo, mostra sicurezza davanti al cronista: “Noi siamo l’Udc, quelli che nel 2008 decisero di andare di soli, né con Berlusconi, né con Veltroni. Ed entrammo comunque in Parlamento”. E’ una premessa che serve a dare valore all’ipotesi di un nuovo gruppo. “Noi - insiste - siamo pronti a lanciare un progetto politico alternativo a questa destra ormai rappresentata da Salvini che è distante anni luce dalla nostra storia”.  Dunque a sostegno di Conte? A questo punto della scena Saccone giura e spergiura che non appoggerà un esecutivo guidato dall’avvocato del popolo e un attimo dopo prende e va via con un sorriso stampato sulla fronte. 

Andrea Causin, altro indiziato speciale, altro azzurro sospetto, è un omone di 190 centimetri. Anche lui oggi indossa un completo grigio e cammina avanti e indietro alla ricerca di qualcuno o forse solo dei futuri colleghi responsabili. Causin ha l’aria di chi è spaventato, di chi è consapevole che il Palazzo non gradirebbe una fine anticipata della legislatura. Eppure questa volta l’operazione “responsabili” appare più complicata, ci vorrebbe un chirurgo per portarla a compimento. Ma si farà. Sentite cosa dice Gianluigi Paragone che per l’occasione porta ai piedi delle Adidas modello “gazelle” color bordeaux: “Qui dentro faranno di tutto per resistere”. Alè. Pochi metri più in là spunta Gaetano Quagliariello, il quale attraversa il Salone Garibaldi per dirigersi alla buvette. Il già saggio di Napolitano mette le mani avanti: “Non ne so nulla. Dovete parlare con Romani”. E Romani, l’azzurro, già dirigente Fininvest, colui che da giorni lavora a una stampella alternativa che possa aiutare l’esperienza governativa dell’avvocato del popolo argomenta così: “Serve  un gruppo alternativo a quello di Fi di forte ispirazione liberale e riformista”. 

Manca poco insomma. Ne è consapevole Ignazio La Russa, una vita a destra, oggi alto dirigente di Fratelli d’Italia. La Russa, accento sicilianissimo, originario di Paternò, Gazzetta dello Sport sottobraccio, prima scherza sull’Inter, la sua squadra del cuore che solo tre giorni ha subito una sconfitta decisiva con la Lazio. “L’Inter gioca con il citofono e senza portieri”. Poi si butta sulla questione del giorno e spiega chi sono i responsabili: “Sono sempre esistiti. Solo che un tempo si chiamavano franchi tiratori e non avevano nulla dei francesi. Poi sono stati ribattezzati transfughi, e ora invece si chiamano responsabili. Tutti uniti dalla voglia di non andare al voto. Niente urne è il loro unico punto del programma”. 

Quando tutto starà per deflagrare riemergeranno e difenderanno la scelta. Magari con tanto di conferenza stampa nel segno dell’interesse del Paese. Intanto raccontano che nel corso della seduta a Palazzo Madama il premier Conte si sarebbe avvicinato ad alcuni senatori di Forza Italia e gli avrebbe sussurrato: “Per favore, aiutatemi”. Indiscrezione non confermata e di facile smentita ma significativa del clima che si respira nelle stanze del Palazzo.  

Ed è anche per questa ragione se l’operazione risulta non comprensibile a chi come il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia nella vita ha dovuto risolvere ben altri problemi. A mezzogiorno e trenta Rubbia si presenta nella Sala Risorgimento di Palazzo Madama. Si ferma a uno dei lati del tavolo pieno zeppo di quotidiani e comincia a sfogliare La Stampa. L’attenzione è alta, da studioso qual è. Ma non appena sente la parola “responsabili” confessa di non avere compreso alcunché: “I responsabili? Sto cercando di capire il fenomeno che non è certo fisico. Il mondo è strano”. Per non parlare del Parlamento.

 

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