'Ndrangheta, Di Bella: le mafie non sono un male ereditario -2-

Red/Gca

Roma, 25 giu. (askanews) - "Aveva gli occhi smarriti. Gli chiesi cosa volesse fare. Se voleva percorrere la strada di suo padre ucciso o dei fratelli in carcere per 'ndrangheta. Quella era una parola che non si poteva neanche pronunciare e invece il ragazzo annu chiedendo aiuto per andare via dalla Calabria", puntualizza Di Bella, "anche se aveva la preoccupazione della madre che era rimasta con il fratellino pi piccolo. Io, per, fui trasferito a Messina e non ne seppi pi nulla se non che, scontata la pena, era venuto a cercarmi in tribunale. Quando nel 2011 tornai a Reggio Calabria seppi che, purtroppo, non era riuscito a sfuggire a quel destino. Dopo pochi mesi, in tribunale, mi arriva, da giudicare sempre per un reato di criminalit, quello che all'epoca era il fratellino pi piccolo che intanto era diventato sedicenne. A quel punto dissi a me stesso e ai miei collaboratori che dovevamo fare assolutamente qualcosa di pi. Intervenimmo non solo dal punto di vista penale, ma con provvedimenti civili di decadenza della responsabilit genitoriale della madre e di allontanamento dal nucleo familiare".