Neanche una crisi sanno fare

Alessandro De Angelis

C’è un elemento di grande ambiguità nella mossa di questo “superuomo” sovranista, che ringhia a torso nudo, ma arrivato incravattato nelle Aule parlamentati non affonda, come ti aspetti. Anzi pattina sul ghiaccio di una crisi che si consuma al Papeete, ma mai in Parlamento fino in fondo. Perché il discorso di Salvini al Senato è questo: la crisi ai tempi del populismo, che si celebra ovunque, ma mai si formalizza fino in fondo. C’è sempre una penultima puntata di una crisi vissuta come un’interminabile soap, con i protagonisti molto compiaciuti del proprio ruolo che alimentano la suspense fino alla prossima puntata. 

VIDEO - Bacioni e risate: lo scontro Salvini-Renzi in Senato

 

Parliamoci chiaro, se “l’uomo che non deve chiedere mai” avesse voluto drammatizzare oggi, avrebbe fatto ciò che il giorno prima ha fatto scrivere a tutti i giornali, inondandoli degli spin bestiali, nel senso della Bestia, straordinaria macchina della propaganda e della mistificazione: far dimettere i ministri, ritirare “formalmente” la delegazione dal governo. Rinunciando alle “poltrone”, come si ama dire in quest’orgia di antipolitica. E al Potere, che è anche uno scudo ai tempi del Russiagate per cui, prima di lasciare il Viminale di fronte all’ignoto, il leader della Lega preferisce affidare il coraggio agli spin, più che agli atti concreti. A quel punto, game over. 

E magari, se avesse voluto drammatizzare fino in fondo, in Aula avrebbe pronunciato ben altro discorso, non un comizietto in cui neanche nomina il Governo che vuole tirare giù e il suo “ex” alleato, limitandosi al gioco facile di resuscitare il nemico di sempre: Matteo Renzi, il bersaglio più facile, altro protagonista della crisi ai tempi del populismo, che ha messo su un’accozzaglia di responsabili, prima ancora che cadesse il governo in carica, con analoghe modalità di spin bestiali su una scissione annunciata, ma mai consumata, nell’ossessione narcisistica di...

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