Nel carcere di Gaeta pacifisti in gattabuia, nazisti in superattico

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Herbert Kappler e Walter Reder (Photo: Wikipedia/Getty)
Herbert Kappler e Walter Reder (Photo: Wikipedia/Getty)

Stesso carcere, trattamento opposto. L’ex prigione militare di Gaeta - è stata infatti chiusa nel 1990 - per gran parte della propria storia è stata il perfetto esempio di uno dei mille paradossi italiani. Da una parte ha ospitato con tutti gli onori e comfort due criminali nazisti di prim’ordine, Herbert Kappler e Walter Reder, dall’altra ha mostrato il suo volto più crudele in termini di trattamenti disumani e sovraffollamento - piaghe che come sappiamo affliggono tanti istituti anche oggi - per tanti giovani italiani che avevano la sola colpa di essere pacifisti o di rifiutare le armi per convinzione ideale o religiosa. Fino a metà anni ’70 infatti gli obiettori di coscienza non avevano tante alternative: dovevano scontare l’equivalente, se non di più, della durata del servizio di leva in una prigione militare. E fra queste, quella che aveva la fama peggiore era sicuramente quella laziale. Tanto che l’espressione intimidatoria “Ti mando a Gaeta” è sopravvissuta allo stesso penitenziario.

Kappler e Reder, fra pesci tropicali, violini e maggiordomo personale

Per più di trent’anni a Gaeta sono stati rinchiusi due dei pochi (purtroppo) criminali nazisti che sono stati condannati dalla giustizia militare italiana per gli eccidi di civili innocenti durante l’occupazione tedesca. Parliamo di Herbert Kappler, principale responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine a Roma: nel 1944 fu lui a pianificare e gestire l’uccisione di 335 persone, scelti tra civili, militari, prigionieri politici, detenuti comuni e cittadini di origine ebraica, dopo l’ordine ricevuto da Berlino di vendicare 33 militari tirolesi uccisi dai partigiani nel famoso attentato di via Rasella. “Dieci italiani per ogni tedesco morto” era la ratio della rappresaglia decisa dalle alte sfere naziste. Parliamo anche di Walter Reder, meno noto al grande pubblico ma non meno feroce: fu lui a dare l’ordine di massacrare più di un migliaio di donne, bambini, preti e via dicendo durante la ritirata tedesca dall’Italia settentrionale, eccidi che vanno sotto il nome di strage di Marzabotto. Era la strategia della “terra bruciata”: annientare la popolazione civile per evitare che aiutasse la resistenza partigiana.

Ebbene, Kappler e Reder hanno sfruttato a dovere il loro status di prigionieri di guerra. Mentre i giovani obiettori italiani passavano la loro permanenza fra le terribili celle piemontesi - piccole, claustrofobiche e senza bagno - e le camerate sovraffollate, le due SS invece potevano contare su un appartamento personale di tre stanze, bagno, cucina e un terrazzo con vista mare in cui erano liberi di muoversi a piacimento. Anche l’ora d’aria era molto diversa da quella dei detenuti comuni, visto che potevano passarla su di un altro comune terrazzo a cielo aperto. Qui Kappler era solito fare esercizio fisico, arrivando a camminare per 7 chilometri mentre Reder amava prendere il sole. Kappler fra i due era sicuramente quello con più passioni: leggeva e scriveva tantissimo (appassionato di temi scientifici), suonava il violino e trascorreva tanto tempo a curare i due acquari di pesci tropicali che aveva in camera. Del resto i due criminali non dovevano badare più di tanto alle vicende domestiche: entrambi potevano contare su di un attendente militare, che non era altro che un altro detenuto - c’era una specie di turnazione - che faceva loro da maggiordomo. Nicola Ancora, studioso del penitenziario gaetano, ha avuto la fortuna di parlare con uno di loro ancora in vita. “Uno dei tanti incaricati, un obiettore testimone di Geova, mi ha riferito che il loro compito era cucinare, lavare la biancheria, pulire i gabinetti e gettare la loro immondizia”, racconta Ancora, mettendo così in luce un paradosso nel paradosso. A fare da maggiordomo erano per lo più testimoni di Geova ovvero quei fedeli che insieme a ebrei, rom e dissidenti politici finirono nei campi di concentramento e nelle camere a gas naziste. Mentre agli ebrei era destinata la stella gialla, i testimoni di Geova dovevano mettere in bella vista un triangolo viola. La sostanza tuttavia era la stessa. E a Gaeta, ancora una volta per un crudele scherzo della storia, la vittima ha continuato a servire il carnefice anche a Olocausto finito.

Punizioni e sovraffollamento per i giovani pacifisti italiani

Gli obiettori di coscienza, come detto, non potevano godere dei benefici che lo Stato italiano garantiva ai due boia tedeschi. Ma non solo. Dovevano adeguarsi a un regime carcerario molto duro. Passavano l’inizio e la fine della detenzione nelle famigerate celle piemontesi mentre la parte centrale dovevano trascorrerla in camerate stipate all’inverosimile di letti a castello. Anche qui il lavoro di ricostruzione storica fatta da Ancora ci viene in aiuto: “Bastava semplicemente non presentarsi all’appello per essere puniti. Come quella volta che, mi ha raccontato un testimone dell’epoca, l’intero cortile fu riempito di obiettori e detenuti militari per ore sotto la pioggia e il freddo umido della città di mare; molti dei quali con addosso il solo pigiama. Il giorno dopo, non a caso, l’infermeria era piena”. E questo è solo uno degli episodi che negli anni hanno contribuito a fare di Gaeta la Cayenna italiana. Carcere che fino a quando è stato in servizio ha evidentemente abdicato alla sua funzione rieducativa. Tradendo la scritta “Vigilando Redimere” che si legge all’entrata dei bracci del penitenziario.

Nessuna redenzione né rieducazione

Del resto Gaeta ha fallito nella rieducazione anche per i due ospiti più illustri. Kappler infatti fuggì dalla prigionia nel 1977, sfruttando un periodo di detenzione passato all’ospedale militare del Celio di Roma, anche grazie all’aiuto della moglie, conosciuta e sposata durante il periodo di reclusione gaetana, per poi riparare nella sua mai dimenticata e amata Germania. Walter Reder fu scarcerato nel 1985 e consegnato al governo austriaco, rilasciando dopo qualche mese un’intervista in cui non rinnegava nulla della sua storia nazista, sosteneva di non dover giustificare nulla della sua attività in Italia e infine si rimangiava pure la richiesta di perdono fatta qualche anno prima ai cittadini di Marzabotto, derubricandola a iniziativa difensiva consigliata dal suo avvocato. Tanti anni di privazione della libertà hanno potuto poco: un nazista, si è per sempre.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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