Nel nuovo libro Cesare Cremonini parla (anche) della sua schizofrenia, e una riflessione è d'obbligo

Di Monica Monnis
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Photo credit: Ivan Romano - Getty Images
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From ELLE

C'era una volta un imperativo valido per tutti i personaggi pubblici secondo cui, per dirla semplice semplice, "i panni sporchi si dovevano obbligatoriamente lavare in casa", tradotto sorrisi durbans a non finire, realtà color pastello, nessuna parola fuori posto e tante scritture a tavolino. Le zone d'ombra ci sono sempre state, ma venivano raccontate a posteriori o al massimo stanate da giornalisti e paparazzi: in pratica il lavoro principale di ogni ufficio stampa era nascondere, camuffare, omettere. C'era una volta. Perché se c'è una cosa che è cambiata negli ultimi anni, e i social sono in parte responsabili di questa metamorfosi, è che, come ci ha insegnato la Gen Z, il dark side è democratico e le fragilità sono una prerogativa universale, e che sentirne parlare da una voce "conosciuta" è una sorta di servizio pubblico. Cesare Cremonini ha liberato i suoi demoni nel libro Let them talk– Ogni canzone è una storia, uscito ieri 1 dicembre per Mondadori, e noi ringraziamo vivamente.

"Non ho scritto una biografia, ho permesso alle canzoni di raccontare pezzi della mia vita che nel dialogo con il pubblico non sono mai esistiti. È un grande punto di arrivo per un cantante come me, un punto di svolta enorme; quello che ti permette di far coincidere le due cose, per non correre il rischio che prendano due strade separate per sempre e non si riesca più ad unirle", ha scritto Cesare su Instagram presentando il libro alla platea social e spiegando la necessità impellente del raccontarsi nero su bianco, "dirlo, ve lo assicuro, è costato tutto il tempo che ci vuole per capirlo. Alla fine la vita spinge, giorno dopo giorno, sempre più forte, chiede moltissimo. Lo chiedono le persone che ami. Lo chiede la voglia e il bisogno di altre esperienze. Sto facendo quello che sto facendo per tenere stretta la vita alla musica, perché alla fine, è questo il senso del libro: ho scelto lei. Tutto il resto ora può finalmente seguirla. Grazie a tutti!". Ricevuto.

Non è una biografia, dunque, ma ci somiglia parecchio: seguendo il filo delle sue canzoni più famose, il cantante bolognese racconta i suoi primi 40 anni di vita, dall'infanzia tra timidezza e insonnia (“Da allora dormo solo quattro ore per notte”, ha detto a Il Corriere della Sera) alla passione/ossessione per i Queen e una creatività incontenibile ("A sei anni arrivò il pianoforte. A otto suonavo Mozart, Chopin, Beethoven: prima ancora di capire cosa fossero le emozioni, la solitudine, la disperazione, la paura, l’amore, avevo già gli strumenti che ne parlavano") e il rapporto con PadreMadre (cit) fino al successo arrivato nel 1999 a 19 anni con 50 Special, "una canzone che appartiene a tutti e uscita in un periodo che per milioni di persone porta con sé un bel ricordo. L’ultimo tormentone del Novecento, e il primo del nuovo millennio".

Una fama che appaga ma stravolge (e toglie): le aspettative, i dubbi, le pressioni di una carriera in ascesa che si intrecciano agli alti e bassi fisiologici di un ventenne prima, di un trentenne poi alle prese con il successo (precoce) e l'amore, prima con Erica, poi con Malika Ayane ("È un amore di dieci anni fa. Il nostro incontro fu bellissimo [..] Ora siamo amici, in ottimi rapporti") fino alla serenità di oggi al fianco di Martina Maggiore e ai primi sentori di desiderio di paternità ("Sì, ma non ho fretta. Il segreto della longevità è credere nella longevità. In questo momento la mia preoccupazione è rendere felici le persone che mi sono intorno"). Parte nevralgica del libro, il racconto autentico e vero del mostro che gli "premeva sul petto", di quel malessere diagnosticato nel 2017 come schizofrenia, "percepita dalla vittima come un’allucinazione che viene dall’interno".

"C’è una canzone, Nessun vuol essere Robin, per la quale ho rischiato la vita. Come mi disse lo psichiatra: una pallottola mi ha sfiorato", ha raccontato sempre nella chiacchierata con il Corriere, ricordando quei sintomi, "la sensazione fisica di avere dentro di me una figura a me estranea". "Quasi ogni giorno, sempre più spesso, sentivo un mostro premere contro il petto, salire alla gola. Mi pareva quasi di vederlo. E lo psichiatra me lo fece vedere. L’immagine si trova anche su Internet (qui). 'È questo?', chiese. Era quello". Un demone con "braccia corte e appuntite, gambe ruvide e pelose che si aggira nel subconscio come se fosse casa sua" lasciato prosperare in un momento delicato, un periodo di due anni "di ossessione feroce per la musica", 24 mesi senza tagliare barba e capelli, mangiando solo pizza ("Superai i cento chili. Non facevo più l’amore, se non da ubriaco. Avevo smesso qualsiasi attività fisica").

La cura "camminare" e ribellarsi "all’eccesso di attenzione per tutto quel che proviamo, all’idea impossibile di poter esprimere ogni cosa, di comunicare questa slavina di emozioni da cui siamo colpiti" e mettere da parte l'ossessione per il lavoro e per essere sempre il migliore. "Adesso quando sento il mostro borbottare, mi rimetto in cammino. Su una collina, in montagna. Sono tornato dallo psichiatra alla fine del primo tour negli stadi. Mi ha chiesto se vedevo ancora i mostri. Gli ho risposto di no, ma che ogni tanto li sento chiacchierare. E lui: 'Let them talk'". C'era una volta.