Nella nebbia con Eliasson: l'arte come percezione collettiva

Lme

Londra, 1 ott. (askanews) - C'è un momento, mentre si per corrono praticamente alla cieca i 39 metri del corridoio di nebbia e luce ricreato da Olafur Eliasson alla Tate Modern di Londra, nel quale si avverte una forte incertezza, forse qualcuno proverà anche una sensazione vicina, seppure non uguale, alla profonda inquietudine e alla paura. Si sente di non avere appigli, di essere in qualche modo nelle mani delle circostanze, che hanno la parvenza degli elementi naturali, la nebbia appunto e quel cambiare delle luci, dal biancore assoluto a varianti arancione che ricordano certe fotografie scattate nelle tempeste di sabbia durante l'ultima guerra in Iraq. Siamo dentro la grande antologica "In Real Life", che la Tate Modern dedica all'artista danese classe 1967, uno dei grandissimi protagonisti del contemporaneo, che proprio qui a Londra fu consacrato all grandezza globale dall'installzione, nella Turbine Hall, del suo celeberrimo "The Weather Project", ormai 16 anni fa.

Fresco di nomina come ambasciatore del clima le Nazioni Unite, Eliasson ha portato a Londra una quarantina di lavori, sospesi tra il suo passato creativo e il presente, ma con un occhio che, di questi tempi non potrebbe essere diversamente, guarda necessariamente (e con preoccupazione) al futuro. Le minacce che la crisi climatica pone a tutti noi sono note, ma il lavoro si Eliasson ha la forza di metterle in luce con chiarezza: sia nelle immagini che documentano il ritirarsi dei ghiacciai in Islanda nel corso degli ultimi anni, sia portando all Tate la sua parete da 20 metri di muschio scandinavo, sia nella serie dei "Glacial Works".

Già diventata iconica, nonché immagine simbolo scelta dalla stessa Tate Modern per fare da manifesto alla mostra, l'opera "Your uncertain shadow (colour)" del 2010, nella quale le ombre dei visitatori diventano sagome colorate grazie a delle luci monofrequenza proiettate alle loro spalle. Siamo ombre, già sostanzialmente condannate all'estinzione dal cambiamento climatico e dalla nostra follia, oppure siamo ancora in grado di giocare con i colori proprio perché esiste speranza collettiva? Non sappiamo se Eliasson voglia questa domanda, ma sappiamo che da anni l'artista si impegna per trovare una geometria (di spazi, oggetti, ma anche azioni) che di certo non indica volontà di arrendersi.

Uno dei tropi principali della mostra - magnifica anche per il modo talvolta disturbante con cui accoglie il visitatore, senza fronzoli inutili - è la riflessione sulla natura delle percezioni. Per questo molte delle opere giocano con i riflessi e le possibilità alternative, per questo veniamo messi di fronte a una sorta di fontana misteriosa, di cui però possiamo cogliere visivamente solo dei frammenti, a proposito dei quali non siamo in grado di dire se ciò che abbiamo visto fosse veramente acqua o solo dei giochi di luce. Probabilmente entrambe le risposte sono vere nella misura in cui ciascun visitatore ha attribuito all'opera la prima o la seconda caratteristica. Nella misura in cui ogni spettatore ha immaginato che fosse. Quella è la sua verità; quella, lasciateci scrivere, è probabilmente la vita reale del titolo.

Sempre sorridente, orientato a fare dell'arte contemporanea una pratica radicata nella dimensione sociale, Olafur Eliasson ha la capacità di fare passare questa leggerezza nelle sue opere che, proprio perché decidono di affrontare tematiche brucianti e complicate, non possono esistere se non in una dimensione che potremmo definire "positiva", una porta aperta sulle possibilità alternative che, comunque, il mondo ci offre ancora. E, ovviamente, una di queste possibilità è anche l'arte stessa.

Aperta fino al 5 gennaio 2020, "In Real Life" presenta anche una nuova fontana-scultura di Eliasson, "Waterfall 2019", installata fuori dal museo, nel piazzale dell'ingresso posteriore. Undici metri di costruzioni che ricreano il suono e il ritmo di una vera cascata, nel solco di una serie di lavori dello stesso tipo che l'artista ha portato in giro per il mondo dalla fine degli anni Novanta del XX Secolo.