Nessun pericolo virus nei ristoranti cinesi in Italia

Maria Teresa Santaguida

Ventimila circa in tutta Italia, 1300 solo a Milano: sono i numeri dei ristoranti a titolare cinese nel nostro Paese. Cinesi, giapponesi o fusion, si tratta di una fetta consistente della ristorazione: "qualora scoppiasse la psicosi Coronavirus danneggerebbe l'economia prima di tutto locale". A spiegarlo - in un'intervista all'AGI - è Francesco Wu, membro del direttivo di Confcommercio a Milano-Monza Brianza e rappresentante della folta comunità di commercianti della Chinatown più grande d'Italia, la zona di via Paolo Sarpi.

"Tutti i prodotti freschi che vengono serviti nei ristoranti cinesi provengono da fornitori europei, anche perché importarli non avrebbe senso, per i costi di trasporto da un altro continente", afferma. Di conseguenza una psicosi porterebbe a "comprare meno carne, verdure e materie prime da produttori italiani". I cibi di importazione dal gigante orientale, che poi ci troviamo sulle nostre tavole, sono piuttosto "alghe essiccate e salse, che subiscono un processo di lavorazione controllato", spiega l'imprenditore.

Bisogna ricordare inoltre che la Cina "è un importatore netto di prodotti alimentari, avendo il 20 per cento della popolazione mondiale ma solo il 9 per cento di superficie coltivabile. Non c'è pericolo dunque che si esportino prodotti pericolosi, ma soprattutto non c'è nessuna dimostrazione ad oggi che il virus si possa propagare per via alimentare ordinaria". Ad avviso di Wu importante è anche il ruolo dell'informazione adeguata: "Non bisogna minimizzare, ma nemmeno ingigantire, perché se non ce n'è motivo, si finisce per danneggiare solo l'economia italiana".