Nessuno negli Stati Uniti può essere licenziato perché gay o transgender

Massimo Basile

AGI - Un coordinatore dei servizi sociali per bambini e un istruttore di lancio licenziati perché gay, e il direttore di un'agenzia funebre mandato via dopo aver annunciato di voler abbracciare la sua “identità femminile". Dall'esame di queste tre storie la Corte Suprema ha emesso oggi una decisione storica, stabilendo che nessuno negli Stati Uniti può essere licenziato per essere gay o transgender.

Nonostante la Corte sia formata in maggioranza da giudici conservatori, cinque contro quattro liberal, con una votazione di 6 a 3 ha respinto la posizione dell'amministrazione Trump che, al pari dei legali dei datori di lavoro chiamati in causa, sosteneva come il Titolo VII del Civil Rights Act del ‘64, a cui si erano appellati i legali delle parti lese, si riferisse, in realtà, a uomini e donne e non includesse l'orientamento sessuale.

Se il Congresso avesse voluto proteggere gay e transgender, aveva sostenuto la difesa, avrebbe potuto passare una legge apposita. La Corte Suprema è stata di parere contrario. “Un datore di lavoro che licenzia un individuo per essere omosessuale o transgender - scrive nella sentenza il giudice Neil Gorsuch - lo fa sulla base di tratti o azioni che non sarebbero messi in discussione su persone di sesso differente. Il sesso svolge un ruolo decisivo nella decisione, e questo è esattamente ciò che il Titolo VII vieta”.

Chi ha votato come

Hanno votato a favore della sentenza, oltre al conservatore Gorsuch, il giudice capo John Roberts, anche lui di area moderata, e i liberal Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor e Elena Kagan. Contrari, gli altri tre conservatori: Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh. Tre giorni fa l'amministrazione Trump aveva rimosso le norme approvate da Barack Obama contro la discriminazione di gay e transgender riguardo l'accesso alle cure e alle polizze sanitarie, riaffermando che il divieto alla discriminazione riguardava solo uomo e donna e non l'orientamento sessuale.

Proprio il tema su cui si è espressa la Corte, la cui decisione avrà un impatto su milioni di americani. I lavoratori gay in tutto il Paese, secondo la Lgbt, sarebbero più di 8 milioni, mentre il totale supererebbe gli 11 milioni, secondo il Williams Institute di Ucla University. “La Corte ha stabilito un principio fondamentale - ha commentato su Twitter la Speaker della Camera, Nancy Pelosi - tutti gli americani, a prescindere da chi ami, non possono essere discriminati”.

“La decisione di oggi - ha commentato il candidato democratico alla presidenziale 2020, Joe Biden - è un altro passo nella nostra marcia verso l'eguaglianza. Ogni essere umano va trattato con rispetto”.

Biden: "Ogni essere umano va trattato con rispetto"

I casi su cui i giudici si sono pronunciati riguardano due gay e un transgender. Il primo nasce dall'esposto presentato da Gerald Bostock, coordinatore dei servizi sociali per bambini di Atlanta, Georgia, licenziato nel 2013 dopo essersi iscritto al campionato gay di softball. Il secondo riguarda Donald Zarda, un istruttore di paracadutismo a New York che aveva perso il posto nel 2010: una donna, che si era lanciata con il paracadute allacciata all'istruttore, aveva detto di non sentirsi protetta abbastanza da un gay.

Zarda era stato licenziato dopo che il fidanzato della allieva si era lamentato ufficialmente con il datore di lavoro dell'istruttore. Zarda è morto in Svizzera nel 2014 durante un volo alare. Il terzo caso riguardava Aimee Stephens, direttore di una agenzia funebre di Detroit, Michigan, licenziato dopo aver confessato al suo capo l'intenzione di “diventare la persona” che si sentiva “dentro da una vita”.

Di ritorno da una vacanza, Stephens aveva trovato una novità nel regolamento interno: l'obbligo per tutte le donne di indossare un vestito con gonna. Al rifiuto, Stephens era stata licenziata. La sua battaglia adesso aiuterà altri transgender, ma non lei: è morta un mese fa per problemi ai reni. Aveva 59 anni.